In una taverna di Saffron Hill, all’indomani del Natale del 1864, un uomo fu accusato di omicidio per il solo fatto di essere stato sorpreso chino sul corpo d’un moribondo. La sua condanna pareva aver chiuso i conti con la giustizia. Poi un altro uomo confessò di aver sferrato il fendente mortale. Eppure, il secondo dibattimento non dischiuse una verità limpida: il reo confesso fu condannato per omicidio preterintenzionale, il primo rimase nel braccio della morte, e un terzo processo dovette aprirsi per una ferita distinta. Furono necessari un dibattito parlamentare e un provvedimento di grazia per districare quell’intrico procedurale. I testimoni non avevano scorto la medesima scena; gli stessi coltelli non raccontavano la medesima storia.
Il 26 dicembre, al Golden Anchor, mescita di Great Saffron Hill, Michael Harrington venne colpito durante una rissa che vide opposti avventori inglesi e italiani. Anche Alfred Rebbeck, il garzone di sala, rimase ferito. Le fonti retrospettive non concordano sul numero dei colpi né sulla sequenza esatta dei movimenti; lasciano però trasparire un dato cruciale: la mischia contava più focolai, diversi individui impugnavano lame e riuscire a stabilire chi avesse inferto ciascuna ferita era impresa quantomai ardua.
Serafino Pelizzioni fece il suo ingresso negli atti giudiziari con un nome che oscillava già nelle carte dell’epoca: Seraphini Polioni, o Pelizzioni. Era figura nota nel quartiere e più testimoni lo indicarono a dito. Stando al resoconto dell’avvocato Montagu Williams, il proprietario del locale, Frederick Shaw, riferì che Pelizzioni era entrato nella taverna in manifesto stato di alterazione, minacciando di sgozzare un inglese; Rebbeck dichiarò di averlo visto armato d’un coltello e di averlo scorto chino su Harrington. Altri testimoni asserirono che Pelizzioni fosse l’unico italiano presente al momento in cui la vittima fu colpita. Simili deposizioni offrivano alla giuria un quadro netto, forse fin troppo nitido per una rissa cieca.
Il poliziotto Thomas Potter verbalizzò un’ultima dichiarazione attribuita ad Harrington, ormai trasportato al St Bartholomew’s Hospital. A detta dell’agente, una volta informato che non gli restava da vivere, il moribondo avrebbe additato Pelizzioni proferendo: «È lui che l’ha fatto». Sull’esatta formula che seguì restò un’ombra d’incertezza, esitando Potter tra una benedizione e una supplica di perdono. Fu una testimonianza di formidabile impatto; e tuttavia non dissipava i dubbi sulla scena, sulle rispettive posizioni dei contendenti né sul ruolo degli altri avventori.
In udienza, i testimoni della difesa descrissero una zuffa violenta in cui gli italiani colpivano alla cieca da ogni direzione. Alcuni affermarono che Gregorio Mogni, cugino di Pelizzioni, aveva brandito la propria lama; altri ritennero i due congiunti così somiglianti da poter essere facilmente scambiati. Un teste asserì che Gregorio si era disfatto dell’arma gettandola nel cortile. Un ragazzino, Cowlands, dichiarò di averla rinvenuta nell’orinatoio e di averla consegnata all’ispettore Potter. Quando però Potter esibì un coltello in aula, il giovanetto sostenne che non si trattava di quello da lui trovato, aggiungendo che il primo era «molto più allentato» — deposizione singolare, resa ancor più opaca dalla natura dell’oggetto che cercava di descrivere.
La giuria riconobbe Pelizzioni colpevole e il magistrato pronunciò la sentenza capitale. Nel quartiere italiano il verdetto non spense le inquietudini. Diversi organi di stampa, primo fra tutti il Daily Telegraph stando a Williams, pubblicarono argomentazioni a favore di una sospensione della pena. I connazionali del condannato sollecitarono i buoni uffici dell’ambasciatore d’Italia e della legazione diplomatica. Henry Negretti, costruttore di strumenti scientifici e figura di spicco della comunità, si mise sulle tracce di Mogni, che molti dicevano svanito nel nulla dopo la rissa. Alla vigilia dell’esecuzione fissata, la condanna a morte di Pelizzioni fu sospesa.
Seguì un secondo processo. Il 2 marzo 1865, Mogni comparve davanti al giudice Byles per la morte di Harrington. Era privo di patrocinio; Williams narra che fu lo stesso magistrato a chiedergli di assumerne la difesa. Il fascicolo conteneva le deposizioni già escusse nel primo giudizio, ma anche elementi inediti. La moglie del locandiere, la signora Shaw, che non era stata ascoltata nel processo a Pelizzioni, dichiarò di aver visto Gregorio battersi con suo marito e poi afferrare Harrington prima di perderlo di vista nella calca. Giovanni Mogni affermò che il fratello aveva sferrato colpi all’impazzata. Un altro testimone gli attribuì parole di confessione, salvo mutarne la portata durante il controinterrogatorio; Williams fece notare come costui si fosse fatto avanti solo molti giorni dopo i fatti.
Negretti espose quindi le circostanze in cui aveva rintracciato Mogni a Birmingham, all’interno d’un laboratorio di falegnameria. Secondo il resoconto di Williams, Mogni, appreso che il cugino rischiava la forca, avrebbe acconsentito a costituirsi, dichiarando di non voler permettere che Pelizzioni morisse al suo posto. Nello stesso memoriale si riporta che l’uomo ammise di aver bevuto e di aver preso parte alla zuffa, asserendo tuttavia che Pelizzioni non si trovava nella sala al momento culminante dello scontro. Conviene qui distinguere i diversi strati testimoniali: Williams riferisce ciò che Negretti avrebbe dichiarato sotto giuramento; non si tratta di una confessione raccolta in presa diretta dall’autore delle memorie.
Il verdetto non riservò a Mogni la sorte che la cronaca successiva di Griffiths gli avrebbe imputato. La giuria lo dichiarò colpevole di manslaughter — omicidio preterintenzionale —, raccomandando la clemenza della corte per la grave provocazione subita; il giudice lo condannò a cinque anni di lavori forzati. La Camera dei Lord compendiò pubblicamente tale discrimine il 30 marzo: Mogni era stato giudicato per il medesimo decesso, ma condannato non per murder bensì per manslaughter. Il medesimo dibattito ricordava come Pelizzioni, beneficiario della sospensione della pena capitale, fosse in attesa di un secondo processo per il ferimento di Rebbeck. Era dunque inesatto sostenere che due uomini si trovassero contemporaneamente condannati a morte per il medesimo delitto.
L’enigma restava insoluto. Interpellato ai Comuni il 23 marzo, il ministro dell’Interno chiarì che il magistrato del primo processo aveva ritenuto la prova contro Pelizzioni diretta e inoppugnabile, mentre il giudice del secondo non considerava soddisfacente la condanna di Mogni per il solo manslaughter. Il governo aveva acquisito pareri legali e stabilito che Pelizzioni fosse processato per la meno grave imputazione di lesioni, affinché i persistenti dubbi venissero rimessi al vaglio d’una nuova giuria. Gli atti parlamentari documentavano la linea ufficiale; essa non cancellava la precedente sentenza capitale né celava le esitazioni dell’esecutivo dinanzi alle conseguenze del secondo verdetto.
Il processo per il ferimento di Rebbeck si celebrò in aprile. Il giovane ferito ribadì con fermezza che era stato Pelizzioni a colpirlo; nuovi riscontri sull’arma e sui testimoni furono sottoposti a disamina. Al termine di tre giorni d’udienza, la giuria assolse Pelizzioni da questo distinto capo d’accusa. La decisione non costituiva, in punto di diritto, una pronuncia sull’omicidio di Harrington. Esercitò tuttavia un peso determinante in una vicenda in cui entrambe le imputazioni scaturivano dalla medesima zuffa e le identificazioni erano state aspramente contestate. Pochi giorni dopo, Pelizzioni ottenne la grazia della Corona per l’accusa di omicidio e fu rimesso in libertà, stando alla testimonianza retrospettiva di Williams. I resoconti parlamentari dell’Hansard avevano già confermato il rinvio dell’esecuzione e il processo subordinato; la data precisa del decreto di grazia non risulta accertata nei documenti ufficiali qui esaminati.
L’epilogo della vicenda illumina soprattutto i limiti intrinseci delle narrazioni che presumono di essere definitive. Griffiths, scrivendo molti anni dopo, descrive Mogni come «condannato per il delitto» ed evoca due uomini condannati separatamente per la medesima morte; sostiene inoltre che la polizia avrebbe trattenuto un’arma già riconosciuta come appartenente a Mogni. I resoconti coevi confermano il verdetto di colpevolezza a carico di Mogni, ma precisano che si trattava di manslaughter e non di omicidio volontario. Williams riferisce che la lama prodotta al secondo processo era stata introdotta da un poliziotto che non aveva assistito al suo rinvenimento; Potter ammise che l’attribuzione a Gregorio gli era stata riferita solo in un secondo momento. Tali rilievi impongono cautela critica, ma non bastano, da soli, a dimostrare che vi fu un consapevole occultamento di prove.
Nella ricostruzione dell’accusa, la vicinanza dell’imputato al corpo della vittima e le parole pronunciate su un letto d’ospedale avevano serrato ogni spazio al dubbio. Il processo a Mogni, le oscillazioni dei testimoni, l’ambiguità dell’arma e infine l’assoluzione per l’altro ferimento riaprirono la questione, senza peraltro rischiarare ogni dettaglio di quella notte. Williams medesimo concluse ammettendo di non aver mai saputo stabilire con certezza se Gregorio si fosse immolato per salvare il parente. La grazia concessa a Pelizzioni non risolse l’enigma come farebbe l’ultimo tassello di un mosaico perfetto; si limitò a porre termine a una condanna che il susseguirsi dei procedimenti aveva reso insostenibile. Così si chiuse l’affare del Golden Anchor: non con una verità processuale inoppugnabile, ma con il tardivo riconoscimento che una condanna può apparire più perentoria delle prove chiamate a sorreggerla.
