La sera del 12 giugno 1857, Émile Guillot si addentra nel parco di Jeufosse recando con sé un biglietto sigillato. Lo fa scivolare tra due sassi, ai piedi di un abete. Nascosto sotto una siepe, c’è un guardacaccia. Guillot prosegue il cammino verso la dimora padronale; quando si volta, dietro una cortina di tassi, il guardacaccia lo arresta con un grido e fa fuoco. Otto grani di piombo lo trapassano. Agonizzerà per tre quarti d’ora. Un foglio deposto a terra, una fucilata nella penombra e le parole strappate al delirio della fine opporranno presto due verità inconciliabili: la premeditazione di un agguato contro la legittima difesa del proprio focolare.
La proprietà appartiene ai Delaniepce. La vedova, nata Élisabeth de Beauvais, è nota nel circondario come Madame de Jeufosse. Il consorte, già ufficiale di cavalleria, si è spento una decina d’anni addietro. Ella vive coi figli Ernest e Albert, di ventiquattro e ventidue anni, e con la figlia Blanche, che non ne conta ancora diciannove. I due giovani si sono stabiliti a Parigi, dove sfortunate speculazioni di borsa hanno intaccato il patrimonio avito; Ernest è stato persino interdetto e posto sotto curatela. Il fondo normanno rappresenta dunque, a un tempo, residenza di famiglia, rifugio e teatro di pressanti affanni finanziari.
I Guillot risiedono ad Aubevoye, presso il castello di Gaillon. Émile, ammogliato da un decennio, è padre di famiglia. Le carte giudiziarie lo descrivono come un possidente agiato, munifico coi sodali, ma incline a un’intemperanza verbale e a consuetudini galanti che gli attirano non poche censure. Quella condotta spregiudicata, commentata con accenti discordi dai testimoni, diventerà uno dei nodi più dibattuti dell’istruttoria.
I legami tra le due famiglie si erano intessuti di visite frequenti, conviti e battute di caccia. Albert ed Ernest ricorrevano talora a prestiti concessi da Guillot. Nel 1856, stando a un diario tenuto all’epoca ed esibito in aula, i gentiluomini si incontrano per più di cento volte. Una dimestichezza così assidua rende la rottura ancora più clamorosa. In quell'anno, Madame de Jeufosse assume la ventenne Laurence Thouzery quale istitutrice e dama di compagnia per la figlia. Gli atti riferiscono che Guillot avrebbe prima insidiato Laurence per poi, dall’estate, volgere le proprie attenzioni verso Blanche. Laurence si trova così insediata al castello per vegliare sui passi della giovinetta.
Blanche muta umore: si allontana solitaria dopo i pasti, passeggia a lungo nel parco. Laurence finisce per confidare a Madame de Jeufosse i propri sospetti. Nel gennaio 1857, ogni rapporto tra le due casate viene bruscamente interrotto. Guillot tollera male l'ostracismo. Alcuni testimoni lo scorgono aggirarsi furtivo intorno alla tenuta, suonare il corno da caccia tra le macchie boschive o appostarsi al limitare del parco all'imbrunire. Viene accusato di violare la proprietà a notte fonda. I Jeufosse sostengono che cerchi un abboccamento con Blanche. Guillot contesta le parole temerarie che gli vengono attribuite.
L’astio assume ben presto la forma di lettere ingiuriose, messaggi cifrati e alterchi. La compilazione registra le espressioni sprezzanti di Guillot su Laurence e Blanche, le minacce che i testi giurano di aver udito, i tentativi dei congiunti di scongiurare un incontro. A primavera, Ernest de Jeufosse e altri notabili intimano a Guillot di non mettere più piede nel parco. Ne nasce un duro scontro: i testimoni evocano lo spettro di un duello e l'ombra di un delitto. L’accusa ordina questi frammenti in un movente univoco: il rancore implacabile di una madre e dei suoi figli contro l'uomo ritenuto colpevole di aver macchiato l’onore domestico.
Con l'approssimarsi di giugno, la figura di Crépel, guardacaccia del dominio, si colloca al centro della trama. Uomo pratico dei sentieri e degli accessi, egli risponde agli ordini della casa. Secondo l’atto d’accusa, Madame de Jeufosse lo avrebbe sollecitato a sorvegliare Guillot, mostrandogli le orme sul terreno e rimproverandogli una guardia troppo blanda. Laurence avrebbe a sua volta alluso alle «bestie nere» da abbattere senza esitazione. Le cronache riferiscono che Crépel trascorse intere notti in agguato, talora accompagnato o confortato dalla presenza della castellana. La difesa replicherà che vigilare sui propri beni non equivale a commissionare un omicidio.
Il dramma del 12 giugno ruota interamente attorno a quel biglietto. Guillot penetra furtivo nel parco e deposita il plico sotto l’abete. Crépel, appiattito sotto una siepe bassa, domina il viale con lo sguardo. Stando alla relazione processuale, egli tace mentre Guillot compie il gesto. Questi prosegue verso l’edificio padronale, poi compie una svolta dietro una spalliera di tassi. Crépel intima il fermo e preme il grilletto da una distanza calcolata in ventisette metri. La difesa sosterrà la tesi dell'intruso notturno e del colpo partito alla cieca; l’accusa denuncerà un uomo freddato alle spalle mentre già si allontanava.
Il servo di Guillot, Gros, che lo ha scortato sino alla cinta muraria, attende all'esterno. Ode il grido, lo sparo, poi un lamento disperato. Dapprima esita a entrare, poi corre lungo il muro alla ricerca di un varco. Quando finalmente raggiunge il padrone, lo trova che si contorce nella polvere, madido di sangue. Gros riferirà che Guillot fece il nome di Crépel, disse di sentirsi perduto e gli raccomandò di portare l’estremo saluto alla moglie e ai figli. Questa deposizione diventerà la pietra angolare del castello accusatorio.
Gros bussa concitato alle cucine, chiama i domestici. La relazione insiste sul tempo trascorso prima che qualcuno si degnasse di recare un po' d'acqua. Guillot spira dopo tre quarti d’ora di straziante agonia. Crépel, intanto, si è ritirato negli appartamenti della padrona. Ella gli domanda se abbia fatto fuoco e se il colpo sia andato a segno; il servo risponde di non sapere, che il buio era fitto. L'ordine successivo è di recuperare subito il biglietto sotto l'albero. La pubblica accusa scorgerà in tali condotte i segni manifesti del complotto; i legali di parte negheranno con fermezza questa chiave di lettura.
Verso le quattro del mattino giungono sul posto il dottor Kuhn e i magistrati. Il cadavere giace ancora là dove l’uomo è stramazzato. Albert de Jeufosse definisce Crépel un servitore devoto e si stupisce apertamente del suo arresto. Madame de Jeufosse non mostra cedimenti, a dar credito alla compilazione storica. Quando i gendarmi conducono via il guardacaccia, ella lo esorta a non perdersi d’animo. Crépel pronuncia allora, a verbale, una frase destinata a pesare: gli era stato detto di sparare, gli avevano assicurato che non rischiava nulla e che persino il procuratore imperiale e il giudice istruttore erano stati consultati. Questa rivelazione improvvisa costituirà il nodo più scabroso del dibattimento.
La compilazione colloca il processo alle Assise di Rouen il 25 settembre 1857. Su questo dato, tuttavia, essa viene smentita dagli atti dell'epoca: la «Gazette des Tribunaux» del 18 dicembre 1857 riporta per esteso l’udienza tenutasi il giorno precedente dinanzi alla Corte d’assise dell’Eure, a Évreux. La cronaca dell'udienza rievoca un concorso di folla straordinario; essa non basta, da sola, a ricostruire ogni singola giornata del processo. I quattro imputati principali sono Crépel, Madame de Jeufosse e i figli Ernest e Albert. Il procuratore delinea un delitto premeditato, eseguito dal servo su mandato dei signori. Il collegio difensivo respinge l'aggravante della premeditazione e riconduce lo sparo alla legittima reazione contro un violatore di domicilio. Si disquisisce a lungo della condotta morale della vittima e dell’onore compromesso di Blanche. Il presidente è costretto a richiamare il pubblico, rammentando che le intemperanze passionali non possono sostituirsi all'esame rigoroso dei fatti.
La difesa di Crépel fa leva sulla sua fedeltà di lungo corso, sulla devozione alla casata e sul pericolo imminente che l’uomo credette di ravvisare nell'oscurità del parco. Invocando le scriminanti della legittima difesa, sostiene che il colpo fu esploso senza intenzione di dare la morte. L’avvocato generale ribatte che Guillot non era un malvivente colto sul fatto durante una rapina: conosceva il guardacaccia, aveva appena posato una missiva e si allontanava quando venne preso di mira. Il magistrato rigetta l’idea che l'onore offeso di una famiglia patrizia possa arrogarsi il diritto di uccidere. Il quesito di fondo resta intatto: Crépel agì di propria iniziativa credendo di difendere il fondo, oppure fu il braccio armato di una vendetta concertata a tavolino?
Le arringhe indugiano a lungo sulle relazioni di Guillot con Blanche e Laurence. La parte civile tutela la memoria del defunto ed esige riparazione per la vedova e gli orfani; i difensori dei Jeufosse battono sul tasto delle offese recate alla reputazione della ragazza e sulla condotta provocatoria della vittima. Il presidente interviene più volte per reprimere gli applausi e le manifestazioni di consenso che agitano l'aula. Sotto il clamore del pubblico permane il quesito giudiziario essenziale: i quattro imputati presero parte a un omicidio premeditato?
Dopo una camera di consiglio durata appena mezz’ora, i giurati rispondono negativamente a tutti i quesiti per ciascuno degli imputati. Il presidente pronuncia la sentenza di assoluzione e ordina l’immediata scarcerazione. La vedova Guillot e i figli avevano avanzato una richiesta di risarcimento danni pari a centomila franchi: la Corte rigetta l’istanza e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese giudiziarie. La pronuncia chiude per sempre la vicenda penale, senza indicare alcun altro colpevole. Nella chiosa finale, il compilatore tedesco esprime stupore per il verdetto, insinuando che una giuria germanica avrebbe forse giudicato diversamente. È un'opinione dell'autore; per la giustizia terrena, la sentenza non ammetteva repliche.
