Il 4 gennaio 1688, Louis Semitte vergò a Parigi un biglietto destinato a trasformarsi nel fulcro di un processo. Il mercante vi dichiarava di consentire alla consorte, Gabriele Perreau, la facoltà di scegliersi gli amanti. Sosteneva di aver inteso scherzare; lei custodì la carta quando lui le intimò di bruciarla. Anni più tardi, tratta in giudizio con l'accusa di adulterio, la donna esibì quel foglio dinanzi ai magistrati. Lo scritto non pose fine alla lite. Ne divenne anzi il nodo cruciale: chi aveva titolo per invocare il castigo di una sposa, e quale sorte attendeva i figli nati durante la separazione dei coniugi?
La giovane donna era entrata nella bottega del marito subito dopo le nozze. Semitte, già servitore asceso al rango di mercante di spezie, aveva accresciuto la propria sostanza grazie all'operosità e al credito accordatogli dai banchieri Goy e Auger. La relazione degli atti riferisce che Gabriele contava appena sedici anni all'epoca del matrimonio e descrive la rapida ascesa della famiglia. Questa prosperità non mise tuttavia la coppia al riparo dal dissidio. Le assidue visite dei due banchieri nella casa e il destarsi dei sospetti di Semitte accesero una controversia giudiziaria destinata a trascinarsi per oltre un decennio.
Il biglietto era scaturito da un alterco domestico. Il testo narra che Semitte, punto sul vivo dalle beffe della moglie riguardo alla sua gelosia, afferrò un ritaglio di carta e vi scrisse che ella avrebbe potuto frequentare chiunque le aggradasse. Gabriele affermò di averlo conservato a propria tutela; Semitte sostenne invece di averle ordinato di gettarlo alle fiamme. Quando furono citati i testimoni e i due banchieri, la donna eccepì che il marito aveva così rinunciato a dolersi delle sue relazioni. L'avversario replicò che non si trattava se non d'una celia, priva di qualsivoglia intenzione di autorizzare l'adulterio. La contesa verteva dunque tanto sulla portata giuridica di una scrittura quanto sui fatti che essa avrebbe dovuto coprire.
Semitte si rivolse al luogotenente criminale dopo aver appreso che la moglie continuava a vedere Goy e Auger. Il resoconto attribuisce al suo patrocinatore un'orazione a difesa dell'onore maritale e del focolare, riferendo che Gabriele fu incriminata sulla scorta di molteplici testimonianze. Due antiche fanti, Jeanne Plisson e Catherine Labée, descrissero gli incontri con i banchieri e il ruolo da loro stesse svolto per dissimularli. Il servitore François Bertrand confessò di aver recapitato missive e predisposto uscite furtive. Le loro dichiarazioni non costituivano meri rilievi esterni: le donne ammisero la propria attiva cooperazione negli intrighi contestati.
La difesa di Gabriele ne impugnò l'attendibilità. Sostenne che i domestici erano stati prezzolati, che risultavano compromessi nei fatti medesimi da loro narrati e che erano stati indotti a recitare parti distinte per comporre una trama ordinata. Fece altresì valere che le deposizioni non collimavano sempre sulle medesime circostanze e che ciascuno riferiva episodi cui gli altri non avevano assistito. Tali eccezioni furono lungamente dibattute; la raccolta a stampa non reca un verbale integrale che consenta di riscontrare ogni singola domanda e risposta. Conviene perciò distinguere i fatti che gli avvocati pretendevano di dimostrare dai giudizi morali con cui intendevano screditare la controparte.
Gabriele ritorsi l'accusa contro il marito. A mezzo del proprio difensore, lo accusò di aver intrattenuto a sua volta commercio carnale con una serva e di aver tenuto una condotta incompatibile con il dovere di fedeltà ch'egli invocava. Sostenne inoltre che i veri moventi della querela risiedevano nell'interesse pecuniario, ossia nella brama di confiscare la dote e la quota dei beni comuni. Semitte negò ogni addebito. Il suo legale replicò che tali doglianze erano prive di riscontro e che le accuse mosse ai testimoni non bastavano a inficiarne le deposizioni. Il fascicolo a stampa offre dunque due narrazioni inconciliabili, ciascuna edificata da causidici intenti a spostare l'asse della questione dall'adulterio alla moralità e al tornaconto della parte avversa.
Una prima pronuncia del Châtelet giudicò provato l'adulterio e condannò Gabriele a due anni di reclusione in una casa religiosa designata dal marito. La donna fu dichiarata decaduta dalla dote e dai diritti patrimoniali legati al vincolo nuziale; Goy e Auger furono parimenti colpiti da sanzioni. Lo stesso Semitte incorse in una censura per il biglietto incautamente vergato. La sentenza non risolveva tuttavia l'avvenire del consorzio coniugale: spirati i due anni, il marito avrebbe potuto riprendere la sposa; qualora si fosse rifiutato, ella sarebbe rimasta reclusa a vita, previa tonsura del capo. Gabriele propose appello al Parlamento di Parigi, mentre il consorte cercò di ottenere l'esecuzione del primo giudizio.
Gli anni successivi trascorsero tra istanze, trasferimenti e rinnovate detenzioni. Gabriele chiese di poter lasciare gli istituti nei quali era rinchiusa o di essere affidata ai genitori. Addusse presunte riconciliazioni, che Semitte recisamente smentiva. Il repertorio registra diversi stratagemmi ch'ella avrebbe ordito per dimostrare che vi era stato un riavvicinamento: convegni architettati ad arte, attestazioni notarili contraddittorie e persino il disegno di far sorprendere i due coniugi insieme. Si tratta di episodi tratti dalla compilazione e dalle memorie difensive da essa prodotte, i quali non costituiscono, di per sé, prova inconfutabile di riconciliazione. La vertenza oscillava ormai tra il controllo delle condizioni di custodia e il quesito di diritto circa l'effettiva ripresa della convivenza.
La sorte dei figli rese il nodo ancor più inestricabile. Nel settembre del 1694, Gabriele partorì una prima creatura mentre si trovava rinchiusa in convento. Stando al racconto, una parente e alcuni complici ne organizzarono la sortita clandestina, facendola battezzare sotto un nome che non consentiva di risalire con certezza ai genitori. Evasa dal monastero, Gabriele visse a tratti sotto falsa identità con Eustache Le Noble, avvocato e autore di libelli, anch'egli già detenuto e poi fuggiasco. La relazione colloca la nascita di una seconda figlia nel 1696 e di una terza nell'aprile del 1699, mentre Gabriele si trovava nuovamente imprigionata. Quelle creature divennero il fulcro di una nuova contesa: la madre e Le Noble sostenevano che dovessero portare il casato di Semitte, suo legittimo sposo, mentre questi rifiutava ostinatamente di riconoscerle.
Il dibattito travalicava la mera prova biologica. I difensori di Gabriele invocavano la presunzione giuridica per cui il figlio nato in costanza di matrimonio si presume del marito; allegavano inoltre che taluni abboccamenti con Semitte avevano propiziato una riappacificazione. Il patrocinatore del mercante ribatteva che le creature erano state concepite posteriormente alla separazione giudiziale e che Gabriele aveva coabitato con Le Noble sotto falso nome. Le perorazioni chiamavano a raccolta il diritto romano, le consuetudini francesi e remoti arresti giurisprudenziali sulla filiazione. Il compilatore compendia tali tesi, ma non schiude l'accesso alle minute originali né alla totalità dei documenti di causa. La controversia di diritto resta nondimeno palese: era sufficiente la persistenza formale del vincolo a presumere la paternità, allorché i coniugi vivevano separati per ordine del giudice?
L'affare divenne altresì una battaglia per l'opinione pubblica. Le Noble diede alle stampe opuscoli in cui tacciava Semitte di aver provocato la rottura e di rinnegare i propri figli; la difesa del marito rispondeva con memorie infamanti contro Gabriele e il suo amante. La raccolta documenta un susseguirsi di scritture impresse, suppliche e contraccuse che circolarono per anni. Il testo fa propri giudizi severi sulla condotta dei protagonisti, ma siffatte formule appartengono all'armamentario polemico del tempo e non possono surrogare né le testimonianze contestate né il sovrano giudizio del Parlamento.
Il 1° dicembre 1701, il Parlamento di Parigi pronunciò la sentenza definitiva compendiata nel capitolo. Gabriele fu condannata a due anni di reclusione nella casa di correzione; se allo scadere del termine Semitte non l'avesse riaccolta, vi sarebbe rimasta per sempre. La corte dichiarò adulterini i tre figli nati dopo la separazione, interdicendo loro l'uso del cognome Semitte. Le Noble e i due banchieri furono banditi da Parigi per tre anni, condannati al pagamento di ammende e alle spese giudiziarie; a Le Noble fu imposto il mantenimento dei fanciulli. A Semitte fu fatto carico di contribuire agli alimenti della consorte. A quanto riferisce la cronaca, spirato il biennio, egli non la riprese mai con sé.
Il biglietto non era dunque valso a cancellare l'accusa né a dirimere da solo la questione della filiazione. Aveva aperto una breccia nella linea accusatoria del marito, per poi attraversare gradi d'appello, prigionie e libelli alla stregua di un testo da interpretare. La sentenza pose un punto fermo alla pena, al destino della prole e alle obbligazioni delle parti; non trasformò tuttavia in verità storiche le accuse reciprocamente scambiate. Al termine di così lungo rito, quel modesto scritto del 4 gennaio 1688 rimane la traccia materiale di un dissidio privato trasmutato in affare di Stato, e la riprova che, nelle aule di giustizia, un documento non parla mai senza coloro che pretendono di leggerlo.
