La vettura 69 giunse ad Hackney recando seco un cappello schiacciato, un bastone, una borsa e del sangue. I due impiegati di banca appena saliti nello scompartimento scorsero la macchia sulla mano di uno di loro prima ancora di comprendere che proveniva dall'imbottitura del sedile. Il guardafreno accorse con la lanterna. Sul vetro il sangue era colato; sui sedili disegnava impronte che la sola presenza di un viaggiatore non bastava a spiegare. L’uomo al quale quegli oggetti parevano appartenere non si trovava a bordo.
Sabato 9 luglio 1864, Thomas Briggs, banchiere della City di sessantanove anni, aveva cenato presso alcuni parenti a Peckham. Si era accomiatato poco dopo le otto, raggiungendo Fenchurch Street in omnibus. Un ferroviere ricordava di avergli visto esibire il biglietto verso le nove e quarantacinque. Il convoglio della North London Railway si mosse con qualche minuto di ritardo. Portava con sé Briggs, il suo orologio e la sua catena d'oro; di lì a poco avrebbe abbandonato sulla massicciata un enigma che il tribunale avrebbe impiegato mesi a dipanare.
I testimoni non concordavano su quanto avevano scorto. A Bow, Thomas Lee affermava di aver salutato Briggs in uno scompartimento di prima classe dove sedevano due uomini; ne descriveva uno tarchiato, l’altro alto e smilzo, ma non riconosceva l’imputato. Asseriva d’aver menzionato la circostanza solo dopo il delitto, senza essersi presentato spontaneamente alla polizia. Altri viaggiatori, saliti più tardi ad Hackney, trovarono lo scompartimento deserto. Uno di loro aveva già sfiorato il sangue prima che venisse chiamato il personale di servizio.
La carrozza fu chiusa con gli oggetti ancora all'interno e condotta al deposito. Un cappello nero, un bastone e una borsa vi rimasero custoditi prima della consegna alle autorità. Un altro frenatore, alla guida di un treno vuoto, scorse poco appresso un corpo tra le rotaie, nell’interlinea che separava i due binari. Respirava ancora. Alcuni uomini lo trasportarono sino al Mitford Castle, una locanda vicina, dove fu fatto venire un chirurgo. La ferita non gli permise di riprendere conoscenza: Briggs spirò nella notte di domenica.
Il medico che eseguì l’autopsia rilevò svariate lesioni al cuoio capelluto, una frattura cranica e un frammento osseo distaccato. Non era in grado di stabilire se talune ferite derivassero da un solo colpo o da più percosse. Un secondo chirurgo riteneva che i colpi al vertice fossero stati inferti con un corpo contundente, laddove la piaga presso l’orecchio poteva imputarsi alla caduta contro una pietra. Le vesti del defunto erano sgualcite, ma addosso gli furono trovati ancora del denaro, le chiavi, una tabacchiera e un anello con diamante. Il furto pareva incompiuto; eppure, gli oggetti mancanti orientarono le indagini verso le botteghe di Londra.
Il primo filo conduttore fu una catena d’oro. John Death, gioielliere a Cheapside, riferì che il lunedì mattina un giovane gliene aveva proposta una in permuta con un altro monile. L'aveva pesata, stimata in tre sterline e dieci scellini, per poi cedere in cambio una catena di minor valore e un anello. Riconobbe in Franz Müller l’uomo entrato nella bottega. Una maglia di giunzione spezzata e sostituita con un filo metallico, unita a un legaccio di spago, contrassegnava la catena lasciata all'orefice. Il figlio di Briggs vi riconobbe i vezzi che il padre era solito portare; l’accusa collegò il reperto alla sparizione del gioiello della vittima.
Questo primo riscontro recava tuttavia una propria vicenda. Müller aveva già posseduto un orologio con catena, che affermava d’aver impegnato. I commessi di alcuni banchi dei pegni confermarono che egli aveva dato in pegno la catena a giugno, per poi riscattarla a luglio. Un compagno di mestiere, il sarto Glass, narrò d’aver aiutato Müller a recuperare tale catena e a impegnare il proprio orologio personale la vigilia della partenza per l’America. Al dibattimento, dunque, i due oggetti non apparivano intercambiabili: la catena mostrata a Death veniva presentata come quella di Briggs, laddove l’orologio di Müller, stando a Glass, era tutt’altra cosa.
Il secondo indizio fu un cappello. Jonathan Matthews, vetturino, dichiarò d’averne acquistato uno presso un cappellaio di Crawford Street per l’amico tedesco, cedendoglielo poi in cambio di un panciotto. Riconobbe quello rinvenuto nella carrozza. Un testimone della manifattura confermò che il copricapo proveniva dal proprio laboratorio e che la fodera presentava una foggia singolare, pur senza poter stabilire a chi fosse stato venduto. Il cappellaio di Briggs, dal canto suo, ravvisò nel cappello la propria fattura, pur notando che era stato accorciato e che la fettuccia recante di norma il nome del cliente era stata asportata.
Quel reperto materiale perdeva consistenza non appena lo si esaminasse da vicino. Matthews vacillava sulle date d’acquisto e sugli altri cappelli posseduti; ammise d’aver fornito in precedenza una cronologia inesatta. La difesa citò due cappellai del mercato dell’usato: a loro dire, il taglio e le cuciture potevano ben corrispondere a riadattamenti di seconda mano. Il premio promesso per la risoluzione del caso divenne uno dei nodi del controinterrogatorio; Matthews tardò pure a rammentare dove si trovasse la notte del delitto. Le sue spiegazioni furono vagliate sotto l'incalzare delle domande; non vennero del tutto smentite, ma avevano ormai smarrito la nitidezza di una prova inoppugnabile.
Franz Müller aveva ventitré anni ed esercitava il mestiere di sarto. Diversi testimoni lo dipingevano come un giovane mite, affabile, alieno da ogni violenza nota. Zoppicava dal giovedì precedente, dopo essere stato urtato al piede da una carrozza, e talvolta usciva calzando una pantofola. Il particolare attirò gli inquirenti, poiché il cappello e la pantofola richiamavano i connotati diffusi tramite gli avvisi di ricerca. Nondimeno, un uomo claudicante poteva muoversi a quel modo senza aver commesso alcun reato; in un’indagine giudiziaria, una somiglianza non equivale a una presenza accertata.
Gli indizi si addensavano attorno ai suoi preparativi di viaggio. Müller aveva lasciato l'impiego il 2 luglio, prima del delitto, e da settimane manifestava l'intenzione di partire per New York. Mercoledì 13 luglio acquistò il biglietto per il vascello Victoria, la cui partenza era prevista per l'indomani. La padrona di casa e il marito erano al corrente della sua partenza. Alcuni capi di vestiario furono impegnati per racimolare la somma necessaria, e un conoscente gli prestò dodici scellini. Il 24 agosto, a New York, il sergente Clarke lo trasse in arresto a bordo della medesima nave. Müller dichiarò di non essersi mai trovato sui binari; interrogato sulla provenienza dell’orologio e del cappello, sostenne di possederli da uno o due anni.
La corte ascoltò altresì la difesa nel tentativo di collocare l'imputato altrove. Thomas Lee ribadiva di aver visto Briggs seduto insieme a due sconosciuti, senza ravvisare Müller tra loro. Aveva indugiato prima di riferirlo alle autorità, per timore — spiegava — dei fastidi che un procedimento criminale reca seco. Elizabeth Jones, affittacamere a Camberwell, affermava di aver visto Müller verso le nove e mezza dinanzi alla propria porta, mentre la signorina Eldred era uscita; secondo la Jones, il giovane era venuto a cercarla e se n'era andato dopo pochi minuti. La Eldred si era allontanata alle nove per rincasare solo dopo mezzanotte: non lo aveva dunque visto, quella sera. Costei confermava di essere uscita alle nove, sua ora consueta, e precisava che un telegramma ricevuto quel giorno l’aiutava a ricordare la data, pur senza certificarne l’ora. Quel messaggio non tracciava l'itinerario completo di Müller, né tantomeno quello di Briggs.
I contrapposti interrogatori fecero emergere le cuciture d'ogni versione. Certi testimoni non rammentavano più se il fatto risalisse a sabato o a un altro giorno; parecchi ricordi avevano preso forma soltanto dopo la lettura delle gazzette o la visita degli investigatori. Un conduttore di omnibus rammentava un passeggero zoppo con una pantofola, ma non seppe indicarne né il giorno né il mese. All’opposto, i ferrovieri, gli orefici e i congiunti di Briggs ancoravano le loro deposizioni a orari, oggetti o consuetudini precise, seppur con gradi di certezza assai disuguali.
Il catalogo digitale ascrive la causa alla sessione del 24 ottobre; gli atti attestano aggiornamenti a venerdì 28 e poi a sabato 29. Tali date processuali non vanno confuse con quella del crimine, consumatosi il 9 luglio. Il testo giunto sino a noi è quello dei Proceedings dell’Old Bailey, un resoconto a stampa dei dibattimenti, non già una moderna stenografia. Esso guida il lettore attraverso le testimonianze, senza concederci il diritto di cancellarne le esitazioni. L’orologio, la catena, il cappello, la pantofola e gli orari non formano un blocco probatorio monolitico: ciascun elemento riposa sulla memoria di quanti lo hanno riconosciuto o interpretato.
Al termine dei dibattimenti, la giuria dichiarò Franz Müller colpevole dell’omicidio di Thomas Briggs. Il tribunale pronunciò la condanna a morte; con tale sentenza si chiude il resoconto. In esso non v'è il conforto di una certezza retrospettiva su ciascun teste. Vi si coglie piuttosto il congegno mediante il quale una trama di oggetti e di narrazioni fu ritenuta sufficiente a condannare un uomo, mentre gli stessi testimoni lasciavano scoperte le crepe in cui il dubbio avrebbe potuto insinuarsi.
