Nei prospetti informativi, il castello di Condé era già passato di mano ancor prima di essere acquistato. Fu questo uno dei cardini dell’istruttoria che il tribunale correzionale di Parigi esaminò nella primavera del 1873: annunciare l’acquisizione d’una vasta tenuta, promettere di fondarvi un orfanotrofio per i fanciulli d’Alsazia e Lorena, quindi offrire al pubblico obbligazioni presentate come garantite da tale proprietà. Ma la tenuta non apparteneva alla società. Non esisteva che una promessa di vendita, gravata da una penale di centomila franchi qualora il compratore non avesse perfezionato l’offerta entro il 30 agosto.
Quando la Gazette des Tribunaux dà conto della sentenza, il castello appare non tanto quale fulcro di un’opera pia, quanto come la facciata posticcia d’un’impresa finanziaria. La promessa patriottica non era necessariamente mendace nell’intenzione, ma serviva a conferire un’autorità morale a cifre e garanzie che i giudici ritennero ingannevoli. Dietro la parola «orfanotrofio», occorreva scrutare il contratto, l’effettiva proprietà, le rendite del fondo e il denaro già incassato.
Un istituto senza capitale
L’uomo al centro del fascicolo si presentava col nome di Chéron, attribuendosi al contempo il casato di Villiers, cui, stando agli atti, non aveva alcun diritto. Aveva già subito un fallimento nel 1866. Ai primi del 1872 aprì in rue Bonaparte un istituto battezzato «Banca cattolica». Non disponeva di capitali e teneva a nolo persino i mobili dell’alloggio. L’annuncio era ambizioso: la casa intendeva intervenire in molteplici operazioni agricole, industriali e commerciali, segnatamente a beneficio del clero, delle congregazioni religiose e delle famiglie.
Il 17 marzo Chéron diede alle stampe gli statuti della progettata società. Il capitale sociale doveva toccare i due milioni e mezzo di franchi. Le azioni promettevano un interesse del sei per cento, cui si sarebbe sommata una quota degli utili. Nondimeno, la costituzione definitiva doveva attendere il versamento d’un quarto del capitale; senza attendere tale passaggio, l’impresa poteva già emettere obbligazioni ipotecarie. Sin da questo primo congegno, il calendario privilegiava la raccolta dei fondi prima ancora che la base patrimoniale annunciata fosse realmente costituita.
L’operazione del castello venne quindi prospettata ad alcuni sodali. Il 4 luglio 1872 fu siglata una scrittura privata con diversi soggetti, fra i quali il conte de Villarceau, de Faby, Dehon e Klotz. Costoro sottoscrissero congiuntamente un fondo di ventimila franchi per dare avvio all’impresa. Chéron doveva acquistare la tenuta di Condé, nell’Eure, per un milione e sessantamila franchi. Una società civile vi avrebbe istituito un orfanotrofio destinato ai fanciulli i cui genitori erano periti nella guerra del 1870, ripartendo gli utili tratti dallo sfruttamento della tenuta e dal lavoro degli orfani.
La promessa faceva presa perché univa tre elementi che il pubblico desiderava ardentemente veder congiunti: un’opera di soccorso, il riscatto morale d’una disfatta nazionale e un investimento redditizio. I prospetti promettevano ventimila obbligazioni ipotecarie a 242 franchi e 50 centesimi, rimborsabili in quarant’anni a 400 franchi. Esse avrebbero dovuto fruttare il cinque per cento del valore nominale. Altri avvisi parlavano d’un rendimento prossimo al dieci per cento, esigibile settimanalmente, in oro e franco d’imposte. La tenuta avrebbe dovuto fruttare trecentocinquantamila franchi l’anno, senza contare i sussidi governativi.
Il resoconto giudiziario pone in luce il contrasto decisivo: la proprietà rendeva appena trentaquattromila franchi. Non apparteneva ancora alla società; il titolo di proprietà esibito ai sottoscrittori non era che una promessa subordinata a un termine perentorio e a una penale. La tenuta non poteva garantire, quale cespite acquisito, ciò che il disegno speculativo doveva ancora riuscire a comprare.
Nomi che rassicurano
La reclame non si peritava di ricorrere ai soli numeri. Nei prospetti figuravano riprodotte lettere di vescovi che approvavano l’opera. Un comitato di patrocinio affiancava a un prelato romano il generale Martin, comandante della suddivisione militare dell’Eure, nonché il dottor Chéron, primario dell’ospizio di Saint-Lazare. La Gazette precisa che i vescovi avevano incoraggiato il progetto caritatevole, non l’operazione finanziaria. Il generale ritirò la propria adesione non appena intese la reale natura dell’affare; il medico protestò formalmente contro l’uso indebito del proprio nome.
Tale divario tra l’opera approvata e l’investimento propagandato costituisce uno dei punti di rottura dell’intera vicenda. Una lettera di sostegno poteva prestare una parvenza di garanzia a un manifesto senza per questo blindare le obbligazioni. Il nome impresso sulla carta e il consenso ch’esso avrebbe dovuto significare non coincidevano affatto. A quell’epoca, come in ogni pubblica sottoscrizione, i lettori non avevano necessariamente accesso ai colloqui e alle riserve che avevano preceduto la stampa.
Il direttore del giornale L’Épargne, Klotz, aveva rilevato una convenzione stipulata in precedenza con Destrez. Doveva collocare dodicimila obbligazioni percependo un aggio di 32 franchi e 50 centesimi a titolo per coprire le spese pubblicitarie. Il denaro non si disperse soltanto nelle inserzioni: alla data dell’arresto di Chéron, il 30 agosto, 75.840 franchi erano stati versati a Klotz e 5.722 franchi e 50 centesimi a Chéron. L’autorità giudiziaria sequestrò tali somme, a eccezione di diecimila franchi già impiegati da Klotz e di 722 franchi trattenuti da Chéron.
Altri titoli erano stati staccati da un registro a matrice. Il resoconto segue un episodio in cui al proprietario di 190 azioni d’una società per il recupero di galeoni era stato proposto il collocamento delle obbligazioni per il tramite di Chéron. Questi acconsentì a cedere 416 obbligazioni a un tasso pattuito, prima che la loro natura divenisse oggetto di contesa giudiziaria. Tali maneggi dimostrano come l’offerta circolasse già entro una fitta rete di relazioni: azionisti, intermediari, pubblicisti e notabili.
La sentenza distingue le responsabilità
Il tribunale ascoltò gli imputati nel corso di due udienze, il 4 e l’11 marzo. Tre erano latitanti: Chéron, de Faby e Destrez. De Villarceau fu prosciolto da ogni accusa, avendo il tribunale ritenuto non provato che egli avesse agito con intenzione fraudolenta. Questa statuizione rileva quanto le condanne: il mero fatto d’aver partecipato alla società o d’aver creduto alla sua utilità non bastava, di per sé, a dimostrare il dolo penale.
Chéron, giudicato in contumacia, fu condannato a cinque anni di reclusione e a tremila franchi d’ammenda. De Faby e Dehon riportarono ciascuno tredici mesi di prigione e mille franchi d’ammenda; Klotz e Destrez, due anni di prigione e duemila franchi d’ammenda. La pronuncia non consente di ascrivere a tutti i protagonisti una pari colpevolezza: alcuni erano assenti, altri furono condannati, e De Villarceau fu mandato assolto per difetto di prova circa l’intenzione fraudolenta.
Nella sua ricostruzione, la Gazette disvela un congegno ben più callido di quanto la parola «banca» non lasciasse supporre. La società non possedeva ancora il castello, le rendite sbandierate non corrispondevano a quelle della tenuta, il capitale previsto doveva ancora essere reperito, e la pubblicità trasmutava adesioni circoscritte alla sola sfera caritativa in una promessa di sicurezza finanziaria. Furono tali discrepanze, unitamente ai ruoli svolti dai singoli compartecipi, a offrire ai magistrati la materia per discernere l’illusione coltivata dal concorso nella frode.
Il castello rimane al centro dell’affare, ma non poteva reggere il peso che gli era stato addossato. Prima d’essere un asilo per orfani, era un bene la cui acquisizione restava aleatoria; prima d’essere un’ipoteca, una mera promessa; prima di divenire la fonte dei guadagni promessi, una proprietà la cui resa era di gran lunga inferiore alle cifre stampate sui manifesti. La giustizia non sindacò il valore morale d’un orfanotrofio. Giudicò gli uomini e gli artifizi mediante i quali i sottoscrittori erano stati indotti a sborsare il proprio denaro.
L’ultima amara ironia risiede in questa sproporzione: il prospetto vagheggiava un avvenire i cui beneficiari sarebbero stati dei fanciulli, mentre le somme effettivamente riscosse non toccavano che una frazione del capitale annunciato. Il nome d’una causa generosa aveva conferito all’investimento la parvenza d’una certezza incrollabile, mentre il castello stesso restava inafferrabile. Nella sentenza pronunciata nel 1873, la promessa caritatevole non poteva tener luogo di titolo di proprietà.
