La primavera del 1859 recò a Jakob Weidmann una fortuna che non esisteva se non nelle parole di Anna Leuthold. Costei gli annunciò che un ricco colonnello di nome Kunz intendeva fargli dono di una fattoria del valore di quindicimila fiorini, lasciando poi intendere che la liberalità avrebbe potuto toccare i settantamila franchi. Per entrare in possesso di quel dominio, bastava dare prova di una certa condiscendenza: cominciare con l'anticipare cento franchi alla messaggera.
Weidmann risiedeva a Unterembrach, nei pressi di Zurigo. Conduceva un piccolo podere, aveva sei figli da sfamare e un secondo ufficio come istruttore delle reclute. Insieme alla moglie, raggranellava risparmi da anni. Sua cognata, la signora Boller, ospitava Anna Leuthold – la quale si professava malata – e già favoleggiava delle elargizioni che il colonnello Kunz avrebbe prodigato ai suoi congiunti. Quando la Leuthold giunse dai Weidmann sopra un elegante calesse, scortata dai Boller, la diceria parve convalidarsi da sé.
Il nome di Kunz incuteva rispetto. L'industriale, spentosi nell'agosto del 1859, passava per uno dei magnati più ragguardevoli della Confederazione. Il Pitaval rammenta come una credenza popolare attribuisse la sua opulenza al possesso di un «alraun», un feticcio magico deputato a moltiplicare i denari. La Leuthold innestò una variante su tale superstizione: sua figlia, giurava, era figlioccia di Kunz e ne spartiva i milioni tra famiglie virtuose. Non vendeva a Weidmann i sortilegi del maligno, bensì la grazia di un uomo abbastanza autorevole da trasformare un modesto colono in proprietario terriero.
Lo indusse anzitutto a designare la tenuta da acquistare. Quella del dottor Schäppi era di suo gradimento, ma il venditore ne pretendeva settantamila franchi. La Leuthold scrisse di aver ottenuto tale cifra. La missiva, siglata «Oberst Kunz», ringraziava per i cento franchi e gli prometteva un fondo ulteriore se non avesse fatto mancare il proprio appoggio. Il medesimo benefattore veniva puntualmente evocato a ogni nuova richiesta di anticipo.
La moglie di Weidmann diffidava. Quelle donazioni annunciate apparivano prive di ragione, ed ella paventava che il marito s'invischiasse in un intrico senza uscita. Ma i Boller puntellavano ogni frottola: la loro casa, a sentir loro, aveva già beneficiato di diecimila franchi, di un pianoforte e di letti; ai loro fanciulli erano stati promessi beni e rendite. Anch'essi, sostenevano, erano stati saggiati da una piccola anticipazione iniziale. La Leuthold sapeva bene che ciascun testimone circuito sarebbe valso da fideiussore per il successivo.
Le estorsioni si susseguirono a catena. Dapprima cento franchi; poi la Leuthold ne esorse trentacinque, quindi centocinquanta, sessanta, duecentocinquanta. Il denaro serviva ora per la figlia inferma del colonnello, ora per propiziare una guarigione che soltanto somme «pure» potevano ottenere. Di fronte alle esitazioni di Weidmann, ella chiariva che l'ufficiale avrebbe ritirato la sua grazia se il colono fosse venuto meno alla prova imminente. L'uomo chiese prestiti a un vicino, poi ad altri ancora. Ai primi di giugno, la donna lo convinse ad abbandonare la carica di istruttore: la tenuta promessa e i dodici letti già commissionati da Kunz lo avrebbero presto reso indipendente.
Il 13 giugno il colonnello era atteso a desinare in casa Weidmann, recando seco la somma pattuita. Al momento convenuto comparve la sola Leuthold, provvista di una zuppiera, sei tazze e un vaso di miele. Kunz aveva avuto un contrattempo, spiegò; occorrevano con urgenza altri seicento franchi. Il vasellame e gli arredi della tavola conferivano all'inganno un'apparenza quasi tangibile. Weidmann, vergognandosi di piangere al suo cospetto, le consegnò quanto aveva faticosamente racimolato a debito.
Le visite si protrassero per l'intera estate. La Leuthold si spinse sino a mostrargli un casamento, spacciandolo per un dono del colonnello. Discorreva di milioni devoluti ai liberi muratori, della figlia di Kunz debole e sofferente a Berna, di un ristabilimento imminente e di lasciti pronti a fluire non appena colmata l'ultima spesa. Le lettere apocrife del colonnello tributavano lodi al sacrificio di Weidmann, esigendo un ulteriore esborso. La consorte contestava quelle promesse; i Boller vi facevano scudo. Col lievitare delle passività, il campagnolo prese a celare la tresca ai parenti, smarrendo il sonno.
Un secondo dramma si recitava intanto a Zurigo. Da anni la Leuthold consultava medici per malanni che sapeva procurarsi ad arte. Riuscì a raggirare quindici clinici, compresi medici ospedalieri, prima che un accertamento condotto sotto stretta vigilanza smascherasse l'artificio.
Tra quanti l'avevano in cura figurava il giovane dottor Karl Aichner. La Leuthold gli confidò di avere una figlia, Babette, detentrice di un'eredità di trenta milioni e pupilla del colonnello Kunz. Si offrì di caldeggiare la sua domanda di nozze, promettendo di aiutarlo a sciogliere il legame prematrimoniale già stretto con una giovane del suo paese natio. Aichner obiettò che la fidanzata era fanciulla onesta e che suo suocero gli aveva pagato gli studi; nondimeno, il miraggio di quell'oro ebbe il sopravvento.
Cominciarono a giungere i biglietti di «Babette Zollinger», colmi di tenerezze e di appuntamenti continuamente disdetti. A San Gallo, poi a Berna e a Thun, Aichner attese invano una sposa che non si presentava mai. La Leuthold adduceva un pretendente rivale, una malattia improvvisa, i viaggi del padrino, il furto di una borsa o un guasto ai telegrafi. Quando infine Anna Messerschmid fece la sua comparsa, adorna di sete e di ori, recitò la parte della figlia della Leuthold, vezzeggiata dal vecchio Kunz. Non era che una sartina del circondario zurighese, assoldata e vestita di tutto punto dalla Leuthold per quella messinscena.
Aichner se ne invaghì a dispetto delle incongruenze, la condusse seco in viaggio, saldò locande, banchetti e compere d'ogni genere. La Leuthold gli fece dono di abiti, gioie e contanti; il medico credette che quelle munificenze scaturissero dal patrimonio della sposa. L'indomani, la Messerschmid gli confessò la verità: non era figlia della Leuthold né pupilla di alcun colonnello, bensì una cucitrice prezzolata per fingere l'ereditiera. La rivelazione lo annientò; pure, già avvinto da quel sentimento, Aichner rinnovò la promessa di matrimonio con lei. Entrambi stabilirono di imbarcarsi per l'America, tanto il disonore gli rendeva insopportabile la permanenza in patria. La Leuthold li richiamò ad Aarau con la promessa di risarcirli. Consegnò ad Aichner una cambiale di diecimila franchi, ne pagò settanta in contanti e fissò un ritrovo a Baden per il saldo. I due giovani attesero a vuoto. Aichner reclamò la somma per via epistolare, poi tramite un amico latore di un ultimatum; la Leuthold ribatté che l'arresto non le sarebbe dispiaciuto, giacché in galera avrebbe avuto garantito almeno il vitto. Aichner continuò a cullarsi nella speranza del ristoro promesso. Soltanto quando svanì ogni barlume di rimborso e di partenza, troncò la relazione con la Messerschmid.
Il 20 novembre 1859, i gendarmi trassero in arresto Anna Leuthold e suo marito. I reclami dei creditori avevano attirato l'attenzione della magistratura sul tenore delle sue spese. Weidmann rivelò di aver preso a prestito circa quattordicimila franchi da oltre trenta persone, nella convinzione che il colonnello avrebbe ripianato ogni debito. Arrestato a sua volta, fu scarcerato il 25 novembre: l'istruttoria riconobbe che egli confidava sinceramente nella restituzione quando accendeva quelle obbligazioni. Il procedimento accertò che la Leuthold aveva dissipato quella somma, oltre a valori e mercanzie sottratti ad altri malcapitati. Il marito aveva vergato due missive attribuite al falso colonnello e l'aveva coadiuvata in varie manovre; protestò di aver agito per timore delle percosse della consorte.
Al dibattimento di Zurigo, il 20 e 21 gennaio 1860, Weidmann rese testimonianza a fior di labbra, distrutto dall'aver rovinato la famiglia per ingenua credulità. La moglie, che aveva presagito la frode fin dal principio, narrò le false promesse e l'abisso dei prestiti. Riteneva che il marito avesse temuto di peccare rifiutando di soccorrere il colonnello e la figlia moribonda. I racconti dei coniugi Boller avevano avvalorato quella chimera, per quanto la loro parte nella tresca apparisse assai più ambigua di quella di meri testimoni.
I capi d'accusa concernenti la simulazione di malattia innanzi a dodici medici furono stralciati: la commissione stabilì che il paziente non è tenuto per legge a dire la verità al proprio curante. Il tribunale dichiarò la Leuthold colpevole di frode ai danni di Weidmann e di altri creditori, nonché della truffa ordita attorno alle nozze di Aichner. Fu condannata a dieci anni di reclusione. Jakob Leuthold subì diciotto mesi per concorso nella truffa a Weidmann, per un importo inferiore a quello inizialmente contestato; Anna Messerschmid ricevette quattro settimane per la complicità nell'affare Aichner. I coniugi Kambli vennero prosciolti. Weidmann, che era stato ingannato e confidava nel rimborso all'atto di contrarre i debiti, andò esente da pena per quei prestiti; dovette tuttavia cedere la propria fattoria e sottoscrivere un concordato con i creditori, restituendo loro il trenta per cento.
Anna Leuthold spirò in carcere due anni più tardi. Il dottor Aichner salpò per l'America. E l'uomo che aveva dismesso la propria carica per un podere mai acquistato tornò, con le ossa rotte, da quegli stessi creditori a cui aveva implorato fiducia.
