Lungo la strada maestra, un pastore impartì a Francis Bailey una lezione che le sette sterline sottratte poco dopo a un carro non bastarono a cancellare.
Bailey era nato nel Worcestershire da genitori poverissimi. La cronaca riferisce che non sapeva né leggere né scrivere quando si affacciò al mondo. La famiglia lo aveva collocato come apprendista presso un fornaio, e il padrone ne aveva avuto buona cura. Ma egli abbandonò quel mestiere per arruolarsi come soldato semplice: decisione che il cronista liquida come una fuga verso l’ozio. Nei ranghi del reggimento Bailey si comportò abbastanza bene da meritare i gradi di caporale, poi di sergente. Vi servì per quasi vent’anni, conservando, agli occhi della gerarchia militare, un’onorevole reputazione. La narrazione contrappone questa carriera all’apparenza regolare a una serie di rapine che egli avrebbe perpetrato senza destare sospetti né subire arresti sino alla vicenda finale; il testo tace tuttavia l’elenco e la cronologia esatta di tali assalti.
A detta degli atti, questa decorosa facciata di soldato non gli impediva di battere le strade. La prima prova avvenne mentre il reggimento stazionava in una cittadina attraversata da una grande via di comunicazione. Bailey trascorreva gran parte delle giornate senza occupazione alcuna e, non sapendo leggere né trovando diletto nelle conversazioni innocue, non sapeva come ingannare il tempo. Una sera, un compagno narrò le gesta d’un celebre brigante il quale, diceva, dopo aver messo insieme settecento sterline era fuggito in Giamaica per aprirvi una locanda. Bailey ascoltò con attenzione famelica. L’idea di procurarsi denaro senza attendere il soldo gli parve una via agevole, purché condotta con prudenza. L’indomani si procurò un cavallo e delle armi, quindi mosse all’imbrunire per fermare il primo viandante.
Il primo viandante era un pastore. Intimorito, il prelato trasse dalla tasca alcune monete d’argento e le lasciò cadere nel cappello del bandito. Bailey allentò le briglie per riporre il bottino. Il ministro di Dio colse l’istante: diede di sprone al cavallo e sferrò una gomitata che fece cadere l’aggressore riverso a terra. Fuggì al galoppo, portando con sé l’orologio e quasi quaranta sterline d’oro. Bailey aveva rimediato pochi spiccioli, lasciandosi sfuggire una preda ben più cospicua. Rimessosi in sella dopo la caduta, il brigante cavalcò per circa un miglio. Il carro in cui s’imbatté trasportava tre o quattro fanciulle che avevano lasciato il servizio domestico a Londra per visitare i parenti in varie località, scortate da tre uomini. Bailey sbarrò il passo, estorse sette sterline e fece ritorno ai suoi alloggiamenti. Quel successo lo convinse che la prima disavventura si sarebbe potuta evitare con una maggiore accortezza.
Da allora in poi, ogni volta che scarseggiava il denaro, ricorse alla rapina a mano armata. La cronaca annota che scelse di non legarsi stabilmente ad alcun complice, benché vi avesse pensato; tale cautela lo avrebbe preservato dalla cattura per diversi anni. Un incontro fortuito in una locanda gli avrebbe nondimeno mostrato il pericolo insito nel condividere un segreto. Nei pressi di Moorfields strinse conoscenza con un irlandese gioviale e brillante. Conversarono per due ore, poi lo sconosciuto lo invitò in una taverna offrendo una bottiglia e un pollo. Cenarono assieme e si congedarono verso mezzanotte, in ottimo animo, accordandosi per ritrovarsi due sere più tardi.
Il giorno seguente Bailey si trovava sulla strada per Barnet, intento ai consueti affari. Spiando oltre una siepe, vide il nuovo amico fermare una carrozza con a bordo due nobildonne, spogliarle dei loro beni e dileguarsi per una scorciatoia. Un quarto d’ora dopo, Bailey intercettò l’intendente d’un nobile, sottraendogli nove ghinee. Rientrò quindi nella modesta rivendita di acquavite di Piccadilly dove alloggiava, fermamente risoluto a proporre all’irlandese di fare società.
Attese l’intera giornata successiva, poi si recò al convegno. L’uomo non comparve. Bailey rimase ad aspettarlo per ore, poi se ne andò senza averlo visto. Fermandosi in una taverna di Fore Street, si rammentò che la casa del loro primo incontro sorgeva poco distante e vi andò a chiedere notizie. La locandiera gli riferì che il compagno era stato trasportato circa tre ore prima presso un chirurgo vicino, ferito a morte. Suo marito stava andando a fargli visita. Bailey comprese il rischio di seguire quella traccia, ma la curiosità ebbe la meglio sul calcolo.
Il ferito era appena stato medicato. Fece cenno a Bailey di accostarsi e gli parlò a fior di labbra per non farsi intendere da altri. Disse d’essere stato colpito a morte mentre si allontanava dopo aver assalito una carrozza. Ammonì Bailey di stare in guardia: lo aveva riconosciuto come un «fratello della strada» e, gli confidò, chiunque rivelasse quel segreto a un terzo si consegnava dritto alla forca. Mezz’ora più tardi l’uomo ebbe un collasso, perse la favella e spirò nella serata. Bailey rimase profondamente turbato dalla fine di quella conoscenza così recente.
Pochi mesi dopo, Bailey fu tratto in arresto per aver svaligiato una casa a Piccadilly. Lo si accusava d’aver asportato peltro, biancheria da tavola e altre masserizie di notevole valore. Al processo che ne seguì, l’accusa poggiava unicamente sul giuramento d’una donna la cui reputazione, precisa la cronaca, era tutt’altro che specchiata. Bailey fu dichiarato colpevole. Egli ammise d’aver commesso numerosi crimini per i quali nessuna prova avrebbe potuto incriminarlo, ma negò fino all’ultimo respiro di aver mai preso parte a quel furto con scasso.
Il cappellano e altri ministri del culto gli fecero presente che sarebbe incorso nella follia oltre che nel peccato se fosse morto ostinandosi nella menzogna. Bailey continuò tuttavia a respingere quella specifica imputazione. Riconosceva d’essersi macchiato d’infiniti e gravi delitti, e ammetteva che Iddio potesse giustamente infliggergli quella fine infame; ma sosteneva che il furto di Piccadilly non gli apparteneva. Tale diniego non cancellava il verdetto della giuria, così come i misfatti da lui confessati non si trasformavano d’ufficio in condanne accertate.
Il 14 marzo 1725, a circa trentanove anni, Francis Bailey fu giustiziato a Tyburn insieme a Jones, Barton, Gates e Swift. Non ritrattò la propria innocenza riguardo allo scasso per cui era stato condannato. Intorno a quest’ultima protesta, la cronaca accosta i crimini da lui rivendicati e il verdetto da lui contestato, senza mai confonderli.
