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Giustizia e scandali · Francia

Il certificato che cambiava proprietario

Schiacciato dai debiti contratti in affari comuni con i coniugi Marteau, Jules Plessard ammette di aver fabbricato settanta cambiali false. Per ottenere un credito ginevrino, un certificato ipotecario viene raschiato e corretto per far passare i beni del padre come propri; i verdetti distinguono nettamente le responsabilità di Plessard, Fauvereau, Isaac e dei Marteau.

Il certificato ipotecario avrebbe dovuto aprire una linea di credito di cinquantamila franchi. A Ginevra, il banchiere Keller attendeva un atto notarile e la prova certa che gli immobili offerti in garanzia fossero liberi da gravami. A Romorantin, i registri affermavano l'esatto contrario. Tra i due estremi, un nome era stato corretto: quello del padre di Jules Plessard era stato sostituito dai prenomi del figlio. Il falso non risolse nulla. Sospese l’erogazione dei fondi, destò l'attenzione del conservatore dei registri e portò dinanzi alla corte d'assise del Loir-et-Cher una sequela di debiti, di effetti cambiari fabbricati ad arte e di società d'affari che non avevano mai mantenuto le proprie promesse.

Le udienze si svolgono dal 16 al 18 maggio 1873. Cinque persone risultano chiamate in causa, ma soltanto tre compaiono alla sbarra: Jules-Ernest-Honoré Plessard, Samuel Isaac e Fauvereau. I coniugi Marteau, già commercianti a Vierzon, si sono dati alla macchia e verranno giudicati in contumacia. La distinzione ha il suo peso: il processo accomuna imputati presenti e assenti, e il resoconto giudiziario non trasforma la condanna pronunciata contro questi ultimi in un contraddittorio effettivamente celebrato in aula.

Plessard è un mugnaio di Châtres, di cui è pure sindaco. L'atto di accusa e le cronache giornalistiche lo ritraggono come un possidente la cui firma godeva di indiscussa fiducia. Nel 1862 affitta una casa a Marteau, il quale si mostra presto moroso nel corrispondere le pigioni. Secondo la versione esposta negli atti processuali, l'inquilino propone di lì a poco al proprio locatore di sostenerlo in speculazioni commerciali definite floridissime. La promessa associazione non si fonda tuttavia sugli utili: esordisce con i debiti pregressi di Marteau.

Per sanare seimila franchi, Plessard firma una serie di effetti cambiari. In seguito garantisce ulteriori impegni finanziari, uno dei quali ammonta a dodicimila franchi. A poco a poco, il locatore muta in fornitore di capitali. Salda le passività che gravano sul socio, impegna le proprie risorse personali e consuma il credito che il prestigio del suo casato gli assicurava. Il resoconto processuale non offre una contabilità analitica di tale relazione; ne descrive però la china: Plessard si indebita per puntellare Marteau, per poi ritrovarsi solo dinanzi a un cumulo inestricabile di obbligazioni.

È in questa congiuntura che, stando alla versione resa da Plessard e riportata dalla stampa dell'epoca, Marteau gli prospetta la possibilità di fabbricare effetti negoziabili apponendovi nomi di fantasia o contrafacendo le firme. Sarebbe bastato, secondo tale ragionamento, onorare le scadenze man mano che venivano a maturare, scongiurando così ogni querela. La fase istruttoria censisce settanta cambiali false create tra il 1869 e l'inizio del 1871. Tale cifra restituisce la misura della vicenda, ma il congegno descritto resta quello di un credito alimentato artificiosamente mediante la creazione di titoli i cui sottoscrittori non esistono o non hanno mai prestato il proprio consenso.

Plessard finisce per chiedere il conto a Marteau. La sua versione è che quest'ultimo lo minacci di denunciare i titoli fasulli qualora egli insista nell'esigere un credito già ridotto a ben poca cosa. Il giornale riporta tale spiegazione senza accreditarla quale riscontro desunto da un documento indipendente. Essa getta luce sui rapporti di forza che Plessard afferma di aver subito, ma non ne cancella il ruolo, avendo egli ammesso di aver redatto i falsi in commercio. Ridotto sul lastrico, l'uomo si rivolge ad altri mediatori.

Un'inserzione finanziaria lo mette in contatto con un presunto direttore di nome Seris. Il resoconto rivela che sotto l'identità di Seris si cela in realtà Fauvereau, il quale utilizza il cognome della consorte. Costui non procura a Plessard la somma promessa; gli fornisce invece vaglia cambiari sottoscritti da prestanome disposti a vendere la propria firma secondo una tariffa oscillante tra i due e i cinque franchi. Anche questa risorsa si esaurisce. Fauvereau presenta allora Plessard a Isaac, il quale vagheggia la fondazione di una banca di credito a Parigi.

Il piano sembra rispondere a due diverse necessità: trentamila franchi avrebbero costituito il fondo di rotazione dell'istituto; altri trentamila sarebbero serviti a rimettere in sesto le finanze di Plessard. La cifra complessiva oscilla, a seconda dei passaggi del racconto, tra i cinquanta e i sessantamila franchi. Si interpella un banchiere di Ginevra, Keller, affinché fornisca il capitale. Questi pone una clausola in apparenza ordinaria: l'ipoteca deve gravare su beni immobili liberi da vincoli, e il certificato deve espressamente attederlo. Se non che le proprietà del giovane Plessard sono già coperte di iscrizioni pregiudizievoli, mentre quelle del padre risultano, stando alla cronaca, intonse.

Il 5 luglio 1872 qualcuno richiede alla conservatoria dei registri ipotecari un certificato relativo ai beni di Plessard padre. Il documento, rilasciato il giorno seguente, reca i prenomi Jacques-Philippe-Honoré. Il figlio risponde invece a quelli di Jules-Ernest-Honoré. La somiglianza onomastica suggerisce il gesto risolutivo: raschiare via «Jacques» per sostituirvi «Jules», e mutare «Philippe» in «Ernest». Il certificato sembra così descrivere il patrimonio del figlio, pur continuando a riferirsi a quello del genitore. Il 10 agosto, un notaio della frontiera francese redige l'atto con cui Keller si impegna a versare cinquantamila franchi sulla scorta del certificato privo di iscrizioni.

Tuttavia il banchiere trattiene i fondi. Teme che possano essere intervenute nuove iscrizioni dopo il rilascio del documento e pretende che l'atto e la nota di trascrizione vengano sottoposti al conservatore di Romorantin. Tale riscontro vanifica la manomissione. Il conservatore riconosce la falsificazione in un atto uscito dal proprio ufficio e sporge denuncia. Il prestito sfuma; il fascicolo transita all'istruzione per poi approdare in corte d'assise.

Le responsabilità non si sovrappongono. Il resoconto riferisce che Plessard confessa le numerose falsificazioni commerciali attribuendone l'impulso iniziale a Marteau. Quanto al certificato ipotecario, ammette di aver eseguito personalmente le raschiature, mentre Fauvereau, consapevole dell'operazione, si sarebbe incaricato di spendere il documento. La posizione di Isaac è differente: l'accusa non dimostra che egli fosse al corrente dell'alterazione materiale del certificato, e la cronaca precisa che il sospetto poggia unicamente su un'insinuazione di Fauvereau. Un'ipotesi di finanziamento, una mediazione e la consapevolezza di una falsità documentale non costituiscono la medesima cosa.

Il foglio giudiziario aggiunge che le vittime dei primi effetti contraffatti sono state quasi interamente risarcite, soprattutto grazie ai sacrifici della famiglia Plessard. Tale ristoro patrimoniale non elide la sussistenza della falsità in atti; colloca nondimeno l'intera vicenda entro un'economia del debito in cui le obbligazioni comportano persone offese reali, ripianamenti parziali e perdite che non si lasciano compendiare in una sola cifra.

Al termine di tre lunghe giornate di dibattimento, la giuria emette il verdetto nella tarda serata di domenica. Plessard viene condannato a quattro anni di reclusione, con il riconoscimento delle circostanze attenuanti. A Fauvereau vengono inflitti cinque anni di lavori forzati, senza attenuanti. Samuel Isaac è assolto. I coniugi Marteau, latitanti, sono condannati in contumacia: quindici anni di lavori forzati al marito, sette anni alla moglie. Non si tratta di pene fungibili: esse tracciano quattro esiti distinti per ruoli e posizioni processuali affatto differenti.

Il certificato era stato confezionato per rassicurare un mutuante sulla solvibilità immobiliare di Plessard. Mutando i prenomi, fece comparire il padre dietro l'ombra del figlio, trasformando i registri in una trappola per quanti avevano tentato di giovarsene. Il processo punì diversi compartecipi, ma mandò assolto Isaac per difetto di prove circa la sua consapevolezza del falso ipotecario. La catena dei debiti illustra come Plessard sia giunto a caccia di credito; non basta tuttavia, da sola, a definire l'esatta responsabilità di ciascuno.

Nota documentaria: resoconto coevo della corte d'assise del Loir-et-Cher, udienze del 16–18 maggio 1873, pubblicato sulla Gazette des tribunaux del 29 maggio, pagine 508–509. Il testo del giornale adotta varie oscillazioni ortografiche per il cognome Fauvereau/Favereau; si è mantenuta la lezione del titolo e la grafia prevalente senza pretendere di uniformare a forza ogni singola occorrenza. I cliché antisemiti e le caricature fisiognomiche della fonte sono stati omessi. Le giustificazioni addotte da Plessard e le insinuazioni di Fauvereau sono riportate come semplici dichiarazioni di parte; i verdetti sono riferiti distintamente.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Resoconto coevo delle udienze del 16–18 maggio 1873, Gazette des tribunaux del 29 maggio, pagine 508–509. Vi si documentano settanta titoli falsi, la manomissione materiale del certificato ipotecario e i diversi verdetti: Plessard a quattro anni di reclusione con le attenuanti generiche; Fauvereau a cinque anni di lavori forzati; Isaac assolto; i Marteau condannati in contumacia. La fonte oscilla tra le grafie Fauvereau e Favereau. Le espressioni antisemite e le descrizioni caricaturali del cronista dell'epoca sono state espunte.

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