Il 17 novembre 1878 Napoli aveva allestito un’accoglienza regale. Umberto I attraversava la città in carrozza scoperta, circondato da una folla accorsa per acclamare il sovrano, la regina Margherita e il principe ereditario. Lungo il percorso, alcuni cittadini protendevano petizioni verso il corteo. Giovanni Passanante balzò sul predellino e colpì il re con un coltello. Umberto respinse l’aggressore con il fodero della sciabola; il presidente del Consiglio Benedetto Cairoli lo afferrò, rimanendo ferito a una coscia. Il capitano De Giovannini giunse a cavallo e percosse Passanante al capo con la propria sciabola. Il corteo proseguì, e molti tra gli spettatori appresero solo più tardi quanto era appena accaduto.
L’arresto diede certezze sull’atto materiale, ma non sull’intenzione né sulla presenza di complici. Al primo interrogatorio, Passanante dichiarò di aver agito da solo. Ammise di odiare i sovrani in quanto istituzione, ma affermò che la risoluzione era stata recente, maturata nella miseria e nei maltrattamenti patiti durante i suoi impieghi. Aveva venduto una giacca per comprare un coltello di poco prezzo, aveva avvolto l’arma in uno straccio rosso e tracciato su un vessillo un appello alla Repubblica e a Orsini. Sostenne di aver ripiegato sul coltello per mancanza del denaro necessario ad acquistare una rivoltella.
Il coltello recuperato dopo l’arresto non era peraltro, secondo la cronaca, l’arma del delitto; questa sarebbe stata gettata via nella confusione. Il drappo e le parole ivi vergate furono rinvenuti, ma la mancata arma lasciava un dettaglio materiale privo di riscontro.
Le sue dichiarazioni mutarono tuttavia su un punto essenziale. Dapprima aveva asserito di voler uccidere il re. In seguito sostenne di aver voluto soltanto ferirlo, che avrebbe potuto mirare al petto ma se ne era astenuto, e di aver deciso di colpire soltanto nel momento in cui la calca gli aveva impedito di issarsi su un muretto per sventolare il suo stendardo. Riconosceva di essersi accostato al sovrano e di aver vibrato il colpo, ma rifiutava di attribuire al proprio gesto un fine omicida. Gli inquirenti non avevano bisogno di ricostruire ogni singolo moto per dimostrare l’attentato; spettava al processo deciderne la qualificazione giuridica.
Passanante era un cuoco e sguattero originario di Salvia, in Basilicata. Aveva lavorato a Salerno e poi a Napoli, dove in autunno aveva lasciato l’ultimo servizio. Riferì che un precedente arresto, legato a un proclama rivoluzionario nel 1870, si era concluso con un’amnistia. Viveva di stenti, redigeva scritti politici e vagheggiava se stesso come un uomo capace di rinnovare il mondo. I suoi quaderni invocavano la Repubblica, l’abolizione della miseria e la morte dei monarchi. Il cronista dell’epoca lo descrive con disprezzo, definendo le sue dottrine un’aberrazione; giudizi, questi, che appartengono alla prosa del tempo. Il fatto giudiziario più circoscritto era che Passanante negava ogni mandato e che gli inquirenti non rintracciarono complici accertati.
La sanità mentale divenne una seconda questione. Il suo difensore chiese una perizia, benché l’imputato vi si opponesse, temendo di essere dichiarato demente e di veder rubricata la propria azione a mera infermità. Cinque periti lo esaminarono. Ne rilevarono la gracilità, la magrezza e l’inclinazione per gli scritti, ma non riscontrarono delirio alcuno né vizi dell’intelletto. Lo ritennero capace di premeditare l’attentato, di comprenderne la portata e di disserterne con coerenza. Passanante, dal canto suo, ripeteva di preferire la morte piuttosto che essere creduto pazzo.
Prima del dibattimento, una questione di competenza aveva già alimentato le incertezze: si doveva rimettere la causa al Senato costituito in Alta Corte o alle Assise ordinarie? Il ministero optò per la giuria di Napoli. Tale determinazione non pregiudicava il verdetto, ma fissava il rito: Passanante sarebbe stato giudicato come un imputato comune, dinanzi ai suoi giudici naturali, anziché essere collocato al centro di una solenne udienza politica. Il processo durò due giorni. La relazione del 1884 elogia questa scelta, stimando che un tribunale speciale avrebbe protratto il dibattimento offrendo una tribuna alle fazioni. È questa la chiosa del suo autore; i fatti attestati restano il rinvio alle Assise, la perizia, i testi, la rapida deliberazione e la condanna.
All’udienza del marzo 1879, l’ometto fece il suo ingresso nell’aula gremita, passò in rassegna il pubblico e si sedette con un’ostentata indifferenza. L’atto d’accusa ricapitolava i fendenti, la ferita del re, quella di Cairoli, il coltello e lo stendardo. Si diede lettura anche dei suoi scritti: manifesti rivoluzionari, disegni sociali, inni, incitamenti alla sommossa. Carte che provavano il suo fervore politico, ma che da sole non dimostravano una cospirazione. Il pubblico ministero sostenne che l’imputato meditava il gesto da giorni. La difesa non contestò la materialità dell’aggressione; chiese che si dividesse l’uomo dalle sue idee e dal delitto, senza però poter celare le contraddizioni delle sue stesse dichiarazioni.
Una testimone, Giuseppina Malillo, fornì il riscontro più immediato circa il proposito premeditato. Riferì che la mattina stessa dell’attentato Passanante le aveva parlato di un soprabito da vendere per comprare un coltello, preannunciandole che quel giorno avrebbe colpito il re. Lei aveva creduto a un motteggio. Quella deposizione offriva all’accusa una traccia precedente l’incrocio con il corteo. Passanante ribatteva di non aver ancora preso una decisione definitiva; a suo dire, voleva dapprima gridare e sventolare la bandiera. La sua versione di una risoluzione tardiva appariva ardua da comporre con le parole riferite dalla Malillo e con l’acquisto dell’arma.
Cairoli descrisse la scena dall’interno della carrozza: aveva visto il re respingere l’uomo con il piatto della sciabola, poi aveva afferrato l’aggressore, venendo ferito a sua volta. Il capitano De Giovannini raccontò d’aver colpito Passanante con la sciabola proprio mentre questi tornava ad avventarsi sul monarca. Le testimonianze non dirimevano il movente politico, ma fissavano i capisaldi dell’aggressione e l’intervento di coloro che l’avevano sventata.
Il procuratore dipinse Passanante come un cospiratore mosso dall’odio antimonarchico. Menzionò altresì una missiva anonima pervenuta alla questura prima della visita reale, che preannunciava minacce contro Umberto e le massime autorità. Nulla dimostrava che l’estensore di tale scritto fosse Passanante, né che egli facesse capo a una congiura. L’accusa ne trasse la suggestione di una trama collettiva; la cronaca non reca alcuna prova concludente che leghi la lettera all’imputato. Ai fini del giudizio, la pubblica accusa poteva poggiare sul fatto materiale, sul drappo e sulla deposizione della Malillo, senza sciogliere l’enigma sull’origine di quell’avvertimento.
I giurati risposero affermativamente alla colpevolezza, senza concedere attenuanti. La Corte pronunciò la condanna alla pena capitale. Il difensore ricorse in Cassazione, eccependo in specie contro un quesito formulato per la giuria che legava l’intenzione di uccidere a quella di ferire. Protestò inoltre sulle modalità di acquisizione della testimonianza di Cairoli e della perizia medica. La Suprema Corte rigettò le doglianze; la sentenza passò in giudicato. Passanante rifiutò di inoltrare domanda di grazia, asserendo che spettava al popolo, non alla corona, giudicare il suo caso. Voleva che il patibolo desse lustro alle sue idee, non che il re gli preservasse la vita.
Re Umberto commutò tuttavia la pena nel carcere a vita. Il procuratore si recò a notificare il provvedimento al recluso, il quale credette da principio che gli si recasse l’annuncio dell’imminente supplizio. Ringraziò il sovrano, poi chiese se altri condannati avessero beneficiato del medesimo indulto. Non ve ne erano. Poco dopo, nella notte, fu tradotto sotto scorta all’isola d’Elba. La cronaca dell’epoca esalta la clemenza reale e deride il sogno di martirio di Passanante; la relazione processuale lascia tali valutazioni al proprio autore. L’ultima scena si racchiude in un paradosso più crudo: l’uomo aveva preteso la morte come tribuna, e si trovò a dover scontare la vita nella pena che il suo avversario politico aveva appena mitigato.
