Il 20 marzo 1753, il Grand Conseil prosciolse il curato Risch dall’accusa che lo aveva privato dei beni, del ministero pastorale e della libertà personale. La medesima sentenza bandì in perpetuo Louys, l’antico vicario trasformatosi nel suo accusatore, ne confiscò il patrimonio e accordò diecimila lire di risarcimento danni al curato. Tale deliberazione giungeva dopo l’audizione di oltre quattrocento testimoni e anni di estenuanti procedure. Essa correggeva una condanna pronunciata all’esito di un’istruttoria che Champagnac descrive come condotta a senso unico contro Risch; nel frattempo, l’anziano sacerdote aveva conosciuto le segrete, le infermità e l’esilio, mentre il suo delatore circolava a piede libero.
Sul finire del marzo 1744, il signor Louys fu nominato vicario della parrocchia di Saint-Simplice a Metz, di cui Risch era parroco. Quest’ultimo, che il cronista dipinge come uomo semplice e d’una bontà fin troppo indulgente, rimase favorevolmente colpito dalla giovinezza, dai lineamenti e dall’eloquenza del nuovo vicario, affidandogli senza riserve le mansioni della cura d’anime. Non passò molto tempo prima che, secondo la narrazione, cominciassero a circolare voci sui suoi commerci con Barbe Marchand, una parrocchiana ventenne che viveva con la madre e la zia del lavoro delle proprie mani.
Le dicerie giunsero all’orecchio del curato: Louys avrebbe intrattenuto con la giovane una scandalosa relazione, oltre ad altri legami carnali. Dapprima Risch rifiutò di prestare fede a tali notizie. Quando non gli fu più possibile chiudere gli occhi sull’evidenza, parlò al suo vicario con accento paterno, lo esortò a rientrare nei doveri del suo stato e tentò di celarne le colpe onde risparmiargli i rigori dell’autorità ecclesiastica. Champagnac definisce tale indulgenza un difetto di discernimento, pur distinguendo nettamente la condotta del parroco da quella ascritta a Louys. La cronaca non offre al lettore le carte dell’inchiesta preliminare; sostiene tuttavia che le disordinate condotte del vicario finirono per essere comprovate, dando luogo all’avvio di un procedimento formale.
Tale azione criminale fu in seguito sospesa per effetto di svariate intercessioni. Risch compì un ulteriore passo in favore del vicario, il quale si era impegnato a ritirarsi in una casa religiosa. Questo gesto di protezione, nelle pagine del cronista, era destinato a ritorcerglisi contro. Louys, spalleggiato da ecclesiastici ostili alla disciplina imposta nella diocesi e da una consorteria che Champagnac descrive come potente, accusò Risch di diffamazione calunniosa. L’incriminazione poggiava proprio sulle parole e sui passi formali con cui il curato aveva cercato di segnalare e reprimere lo scandalo.
Risch ricevette dapprima un decreto di comparizione personale. Forte della propria innocenza, si presentò dinanzi ai giudici, ma comprese, stando a Champagnac, dal tenore degli interrogatori che la sua posizione era irrimediabilmente compromessa. Quando fu spiccato il mandato di cattura, si rifugiò presso l’abbazia di Vadgave, nella contea di Nassau, fuori dai confini del regno. I suoi avversari ne scovarono il nascondiglio e lo fecero rapire, violando il diritto delle genti secondo il cronista, per poi tradurlo nelle carceri di Metz. Fu posto in regime di rigido isolamento. Per due mesi non gli fu rivolta alcuna domanda.
Il tribunale dell’officialità si pronunciò infine il 29 aprile 1749 sulla scorta di un rito che la narrazione afferma essere stato interamente orientato contro Risch. Lo dichiarò colpevole di aver cagionato, con parole sconsiderate e iniziative imprudenti, le voci infamanti e scandalose suscitate dall’accusa di Barbe Marchand contro Louys. Lo condannò al ritiro in seminario e alla sospensione dal ministero per tre mesi. Dopo tale sentenza, Risch fu trasferito alla Conciergerie; il padre di lui, ormai ottuagenario, non ottenne nemmeno il permesso di recarsi a consolarlo.
Nel frattempo, la causa era divenuta il tema obbligato di ogni conversazione. Correva voce che il presunto «incesto spirituale» sarebbe stato punito con la morte e che Risch sarebbe perito sul rogo. La famiglia del prelato portò le proprie doglianze dinanzi al re e al cancelliere. Quest’ultimo dispose per iscritto che nessuna pena afflittiva dovesse essere pronunciata contro l’accusato senza che egli ne fosse previamente informato. Le conclusioni definitive del procuratore generale chiesero nondimeno l’ammenda onorevole e le galere a vita per Risch, in qualità di calunniatore; esse destinavano inoltre Barbe Marchand alla forca. Si trattava pur sempre di requisitorie, non ancora della sentenza passata in giudicato.
Risch domandò di poter addurre le prove a discarico dei fatti. Ottenne la facoltà, ma a proprie spese. Il giorno fissato per l’audizione, i testimoni da lui indicati come essenziali svanirono nel nulla, stando alla cronaca; gli uscieri avrebbero persino esortato gli altri testi a dichiarare di non aver visto né inteso nulla, minacciando l’incriminazione per falsa testimonianza a chiunque avesse ritrattato le precedenti deposizioni. Champagnac denuncia queste manovre come altrettanti ostacoli frapposti alla difesa. Non bisogna tuttavia trasformare queste denunce in circostanze accertate da una fonte neutra: il testo è una cronaca militante, che perora apertamente la causa del curato.
La sentenza definitiva del 23 dicembre 1749 condannò Barbe Marchand alla fustigazione, al marchio a fuoco e al bando perpetuo. Anche Risch fu bandito per sempre; i suoi beni vennero confiscati e gli fu inflitta un’ammenda di seimila lire a beneficio di Louys. La pena corporale ai danni di Barbe fu regolarmente eseguita. Risch, dal canto suo, rimase prigioniero: Louys intendeva farlo incarcerare dopo Natale se le seimila lire non fossero state corrisposte. La cronaca contesta la legittimità di tale pretesa, sostenendo che la somma avrebbe dovuto essere prelevata sui beni già incamerati, ma riferisce che il vero fine era impedire al curato di appellarsi al re.
La confisca colpì ogni suo bene e sostanza; il testo asserisce che lo spogliarono financo delle vesti e degli oggetti di prima necessità. Perse pure il beneficio parrocchiale. Nelle segrete, il buio, l’umidità e il fetore ne minarono la salute. Non si trattava più della mera sospensione trimestrale stabilita dall’officialità: il giudicato di dicembre lo esiliava dal regno, ne incamerava il patrimonio e lo manteneva in ceppi. Secondo Champagnac, gli anni di cattività lo lasciarono semiparalizzato e malato.
Risch propose ricorso per cassazione. Una prima decisione del Consiglio cassò gli atti iniziali; una seconda rinviò la causa dinanzi al Grand Conseil. La sua scarcerazione ebbe luogo al termine delle udienze, all’ora fissata, dinanzi a una folla accorsa per l’occasione. Fu trasferito a Parigi. La nuova corte dispose ulteriori accertamenti e nuovi monitori canonici. Furono sentiti oltre quattrocento testimoni. Louys, che aveva seguito le orme dell’uomo che aveva fatto condannare e si era presentato ai magistrati, fu a sua volta raggiunto da un ordine di cattura e rinchiuso nelle medesime prigioni di Risch.
Questa volta, le deposizioni raccolte condussero il Grand Conseil a rilevare, stando alle carte, come Louys avesse abusato del proprio ministero e dei sacramenti per sedurre Barbe Marchand, intentando poi contro Risch un’accusa calunniosa che aveva spogliato il vecchio curato di ogni avere e ne aveva distrutto la salute. La corte prosciolse il curato con sentenza del 20 marzo 1753. Condannò quindi Louys al bando perpetuo dal regno, alla confisca generale dei beni e al versamento di diecimila lire di risarcimento in favore di Risch.
La revisione non restituì a Risch gli anni di libertà perduti, né il patrimonio già andato disperso; il capitolo omette di chiarire l’effettiva riscossione del risarcimento danni. Fissa invece con certezza l’esito processuale della controversia: il curato fu scagionato, mentre il suo accusatore finì condannato a sua volta. Barbe Marchand aveva, dal canto suo, già patito il supplizio comminato nel 1749; la sentenza del 1753 di cui Champagnac dà conto non menziona alcuna riabilitazione per lei. Occorre tenere distinti questi due destini, che la narrazione tende a confondere nella sua virulenta requisitoria contro Louys.
La vicenda di Risch non fu quella di un uomo semplicemente mandato assolto all’esito di una verifica. Egli conobbe prima una sospensione canonica di tre mesi, poi una condanna al bando, la confisca delle sostanze e la prigionia, prima che la cassazione consentisse un’istruttoria rinnovata. Il divario fra i due processi risiede interamente nei testimoni ammessi: da un lato, alla difesa fu precluso l’accesso a quanti potevano discolparla; dall’altro, furono verbalizzate oltre quattrocento dichiarazioni. È questo ribaltamento che il cronista pone al centro della sua opera, senza che le sue accuse contro i singoli magistrati o ufficiali possano essere accolte come risultanze storiche indipendenti dalla voce che le ha formulate.
