Un tessitore di Dundee teneva testa al magistrato. Gli mostravano una grafia; dichiarava di non riconoscerla. Esigevano la sua opinione; rispondeva che nessuno avrebbe potuto fargli dire più di quanto sapesse. Thomas Fyshe Palmer, ministro unitariano, aveva acconsentito a pubblicare il proclama degli Amici della Libertà; George Mealmaker era ora chiamato a spiegare come quel foglio avesse preso forma. Al processo di Perth, nel settembre del 1793, occorreva nondimeno stabilire cosa egli avesse scritto, fatto stampare o distribuito, per poi decidere se il testo costituisse una pratica sediziosa. L’accusa contestava molteplici condotte; i ricordi dei membri della società non concordavano su quale mano avesse vergato le prime righe.
L’indirizzo si rivolgeva al popolo di Gran Bretagna. Descriveva le libertà come insidiate dalla tirannide, accusava la Camera dei Comuni di essere «composta di pensioni e sinecure» ed esigeva il suffragio universale insieme a un frequente rinnovo della rappresentanza. Ricollegava la guerra alle imposte e alle perdite del commercio, quindi esortava i cittadini a raccogliersi per preservare i propri diritti. Questo invito all’azione offriva alla pubblica accusa l’impianto del delitto di sedizione.
Il testo non celava i propri avversari. Rinfacciava al ministero e al Parlamento di aver trascinato il paese in un conflitto rovinoso, evocava i fallimenti commerciali, le famiglie precipitate nell’indigenza e il sangue versato. I redattori si dicevano ben poco sorpresi della reiezione della loro petizione; ben lungi dal recedere, vi scorgevano un motivo ulteriore per pretendere una riforma. Non era dunque una formula isolata dal contesto che l’accusa sottoponeva ai giurati, bensì un appello pubblico di cui intendeva incriminare l’intero movimento.
Per Palmer, rivendicare una rappresentanza più equa discendeva da un dovere verso i propri simili. Per l’accusa, propagare un simile appello attentava alla quiete pubblica. In aula, questa contesa urtava contro un nodo assai materiale: chi aveva scritto il proclama? Chi lo aveva emendato? Chi aveva deliberato di darlo alle stampe?
Mealmaker, già tesoriere e già presidente della società, spiegò di aver recato egli stesso una prima parte del manoscritto al comitato. Il foglio era stato posato sulla tavola e letto da Palmer, invitato da lui medesimo e da altri sodali. Il testo era incompiuto. Nell’assemblea straordinaria, gli intervenuti avevano discusso e poi votato varie modifiche, destinate a essere ricopiate prima della tiratura. Mealmaker ignorava chi avesse recato quella stesura e chi avesse vergato le aggiunte; non era stato presente alla redazione degli emendamenti tra le due sedute. Interrogato sull’autore, finì col dichiarare: «Credevo che fosse il signor Palmer, ma non ne avevo la certezza». Non ricordava alcun verbale di quelle riunioni e non aveva veduto i fogli che si dicevano strappati dai registri. Supponeva che il manoscritto corretto fosse stato consegnato a Palmer e a James Ellis, o a uno dei due, per essere stampato; non poteva tuttavia garantire che l’esemplare esibito al processo corrispondesse parola per parola a quello licenziato dall’assemblea.
Il giudice volle oltrepassare simili cautele. Riconosceva forse Mealmaker, nel documento mostratogli, la copia dell’assemblea straordinaria? No. Sapeva a quale mano somigliasse quella grafia? Rifiutava di sbilanciarsi. Lord Eskgrove gli rammentò il dovere di riferire quanto ritenesse vero. Il testimone oppose ciò che sapeva a ciò che si pretendeva fargli congetturare; quindi, incalzato sulle modifiche al testo, ammise di averne vergata qualcuna di proprio pugno. Eppure nulla aveva scritto nell’intervallo fra le due sedute. Tale dettaglio mutava i termini della questione: una pluralità di interventi aveva lasciato la propria traccia su un indirizzo del quale l’accusa voleva ascrivere la responsabilità a un solo individuo.
Gli interrogatori non miravano unicamente all’uso della penna. La società aveva pagato le spese di stampa? Mealmaker riferì di aver veduto una ricevuta e un ordine di pagamento a beneficio di Palmer; riteneva che tale ordine fosse stato eseguito. Aveva ricevuto una copia a stampa dalle mani dell’imputato? Lo ricordava, pur titubando sull’eventualità di averla espressamente richiesta. Quanto al luogo di stampa, aveva sentito menzionare Edimburgo, senza poterne testimoniare di persona. Risposte che offrivano alla pubblica accusa riscontri concreti sulla circolazione e sui costi del documento, pur là dove l’identità del redattore continuava a sfuggire.
Stewart, membro degli Amici della Libertà, rammentava di aver incontrato Palmer in Methodist Close, insieme a Mealmaker e a David Wood. Palmer non era ancora affiliato; gli uomini lo avevano invitato a unirsi a loro, ma quella sera non si tenne alcuna seduta. In seguito, Stewart vide una bozza presso il comitato. Credeva che l’avesse redatta Mealmaker. In una successiva riunione settimanale, Palmer aveva caldeggiato la pubblicazione sui fogli di notizie; Stewart non ricordava che gli fosse stato affidato il compito di redigere il testo. L’accusa produsse copie autenticate, le lettere di Palmer datate 3, 9 e 20 luglio, nonché una minuta di Alexander Morrin a lui indirizzata. Contestò l’invio di un centinaio di copie a William Skirving, a Edimburgo, e di una ventina a James Smiton, a Newburgh. Altri esemplari erano stati recapitati ai librai di Dundee Edward Leslie e Robert Miller. Palmer, dal canto suo, aveva ricusato di sottoscrivere la dichiarazione raccolta da Harry Davidson, sceriffo sostituto. I testi a stampa e l’epistolario corroboravano l’imputazione di diffusione; non dirimevano, tuttavia, il quesito su quale mano avesse steso ciascuna riga dello scritto.
Alle due del pomeriggio del 13 settembre, la giuria pronunciò il verdetto all’unanimità. Dichiarò il proclama sedizioso, atto a infiammare gli animi del popolo, e giudicò Palmer colpevole di aver preso parte alla sua stesura, di averne fatto stampare delle copie e di averne orchestrato la distribuzione. Tale statuizione superava la memoria reticente di Mealmaker sulla mano che aveva tracciato le prime battute; puniva l’intero spettro delle azioni contestate.
Dopo la lettura del verdetto, Palmer domandò la parola. Disse di aver consacrato l’esistenza alla trasmissione di verità morali e religiose, e di non essersi sentito capace di restare spettatore inerme delle contese civili. Ravvisava nella riforma parlamentare il solo strumento per accrescere la felicità di milioni di individui. Ammise di essersi unito a quei «tessitori e artigiani di umile condizione», come erano stati definiti, e di aver acconsentito alla pubblicazione del loro indirizzo per perorare una più giusta rappresentanza. Ricordò di aver già pagato la propria dedizione con l’obbrobrio, il rimprovero e il dissesto dei propri beni. Concluse augurandosi che persino quella nuova prova potesse giovare alla causa dell’umana felicità, aggiungendo che, ove fosse stato chiamato a un cimento analogo, avrebbe cercato di sopportarlo con fermezza e animo sereno.
Lord Eskgrove replicò che la sentenza doveva fungere da monito ed emendare gli errori che lo avevano condotto dinanzi alla corte. Il cancelliere diede quindi lettura della decisione: sette anni di deportazione oltremare, nel luogo che il Re avrebbe designato con il proprio Consiglio privato. Se Palmer fosse rientrato senza legittima causa prima del termine prescritto e fosse stato sorpreso in Gran Bretagna, lo avrebbe atteso il patibolo. L’ordine lo rinviava dalla sbarra al carcere di Perth, dove i magistrati dovevano custodirlo fino all’occasione propizia per l’imbarco. Palmer aveva parlato della felicità di milioni di creature; il cancelliere aveva appena decretato, per sette anni, il luogo in cui a lui medesimo non sarebbe stato più concesso di vivere. Il capitolo di Borrow si arresta su questo ordine di carcerazione. Non racconta ancora la traversata: per il condannato, l’esilio si apriva con un’attesa dietro le mura di Perth.
