A Edimburgo, nell’agosto del 1793, durante il processo a Thomas Muir, uno dei testimoni menzionò un esemplare degli scritti di Thomas Paine che l’imputato custodiva nel suo ampio mantello. Henry Freeland, presidente di una società per la riforma, dichiarò di aver desiderato leggerlo all’indomani di una riunione nei pressi di Campsie. Muir gli aveva consegnato il volume; Freeland affermò di averlo letto e poi prestato a diversi vicini. Per l’accusa, quello scambio costituiva la prova materiale della diffusione di testi sediziosi. Muir non negava di aver incoraggiato la lettura di scritti riformatori, ma ribadiva di aver sempre esortato le società a perseguire le proprie rivendicazioni entro i limiti costituzionali.
Il capo d’accusa raccoglieva molteplici addebiti. Muir avrebbe arringato assemblee a Kirkintilloch e Campsie nel novembre del 1792, incitato all’acquisto e alla lettura di Paine e di altri opuscoli, diffuso tali scritti e dato pubblica lettura, dinanzi a una convenzione, dell’indirizzo inviato dai Riformatori Irlandesi Uniti a quelli di Scozia. Egli respinse i fatti nella forma in cui venivano contestati. Non intendeva, disse, soffermarsi sui vizi formali dell’atto. Aveva già depositato una memoria difensiva e avrebbe sostenuto che la propria condotta era sempre stata conforme alla costituzione.
Prima ancora dell’escussione dei testimoni, ricusò la composizione della giuria. Gli uomini convocati, sostenne, avevano tutti sottoscritto l’associazione di Goldsmiths’ Hall, la quale aveva offerto una taglia per individuare i propagatori di scritti sediziosi. Avevano dunque, a suo giudizio, già emesso un verdetto preventivo. Il sollecitatore generale replicò che i magistrati stessi condannavano gli scritti di Paine. La corte respinse l’eccezione all’unanimità.
Alexander Johnston, candeggiatore di Kincaid, testimoniò di aver udito Muir prendere la parola a Kirkintilloch. L’accusato aveva censurato la sproporzione della rappresentanza parlamentare, confrontato le finanze britanniche con quelle francesi, e infine raccomandato di indirizzare petizioni al Parlamento e di dare alle stampe le delibere della società. Sottoposto a controinterrogatorio, Johnston ammise che Muir esortava alla concordia e ammoniva che qualsiasi disordine avrebbe mandato in rovina la loro causa. Robert Widdel, vicepresidente della società, ricordava le critiche alla rappresentanza; secondo la sua testimonianza, Muir aveva precisato che le pagine di Paine non corrispondevano ai loro scopi.
Anche un pastore di Campsie avrebbe dovuto deporre, ma era emerso che costui aveva presenziato all’istruttoria preliminare, prendendo appunti e interrogando i testimoni. Diverse persone furono ascoltate su questa circostanza. Il lord avvocato finì per rinunciare alla sua deposizione. In un procedimento incardinato sulle parole pronunciate in seno a circoli di discussione, l’attendibilità di chi quelle parole era incaricato di raccogliere diveniva essa stessa materia del contendere.
Freeland confermò che Muir gli aveva affidato il volume e che egli lo aveva poi fatto circolare. William Muir, un altro testimone, rifiutò dapprima di prestare giuramento adducendo scrupoli di coscienza; dopo essersi consultato con il reverendo Dun, acconsentì a deporre. Riferì di aver visto Freeland estrarre il libro dalla tasca di Thomas Muir. Aggiunse che quest’ultimo gli aveva consegnato una copia del Political Progress e dieci o dodici numeri del Patriot, chiedendogli di mostrarli ai membri della sua società senza pretenderne la restituzione.
Muir non disconosceva di aver caldeggiato la lettura; rifiutava tuttavia che quel gesto venisse equiparato all’istigazione all’insurrezione. Nella sua arringa conclusiva riaffermò tale linea senza infingimenti: se fosse stato incriminato per aver sostenuto la riforma, si sarebbe dichiarato colpevole. Chiedeva alla giuria di non surrogare l’accusa formale con un’altra, puramente politica, per poi condannarlo a causa delle opinioni che aveva manifestato.
La testimonianza di Ann Fisher allargò l’indagine all’abitazione del padre di Muir. La donna vi aveva prestato servizio come domestica e affermò di aver visto Thomas leggere e scrivere incessantemente nell’autunno precedente. Dichiarò di aver recapitato a un tipografo una dichiarazione dei diritti postillata per la correzione e la ristampa. Aveva inoltre acquistato diverse copie di Rights of Man su commissione di Thomas e lo aveva udito tesserne le lodi, segnatamente per la confutazione di Burke. Riferì conversazioni sulla riforma elettorale e sull’eventualità che egli fosse eletto deputato per Calder. La sua narrazione intrecciava letture, dialoghi domestici e ambizioni politiche; spettava alla giuria soppesare che cosa tali indizi dimostrassero realmente.
Altri testimoni si soffermarono sulla convenzione dei delegati tenutasi in dicembre. James Campbell e James Denholm dichiararono che Muir aveva letto l’indirizzo trasmesso dagli Irlandesi Uniti proponendo di darvi risposta. Altri delegati si erano opposti e la mozione era stata respinta. Muir ammise che alcune dichiarazioni rese a Edimburgo e Stranraer erano farina del suo sacco. Riconobbe altresì le carte che gli erano state sequestrate. La difesa non si fondava pertanto sulla negazione delle parole, bensì sul loro significato e sull’artificio con cui le autorità le avevano cucite insieme.
William Skirving, segretario della convenzione generale, spiegò che Muir si era recato a Londra e poi in Francia per presenziare a varie riunioni e, secondo alcuni, nel tentativo di scongiurare l’esecuzione del re. Aveva ricevuto da lui una lettera da Parigi che ne annunciava il rientro. Skirving non aveva mai udito Muir esprimersi contro la costituzione; al contrario, disse, lo aveva sempre sentito elogiarla. James Campbell esibì due missive provenienti dalla Francia. Diversi testimoni a discarico attestarono che Muir nutriva rispetto per la costituzione e predicava la prudenza. Uno di essi riferì che l’imputato aveva definito le opere di Paine pericolose per gli intelletti deboli.
Il lord avvocato riassunse la causa con accenti ben più perentori. Dipinse Muir come un individuo che, con il pretesto della riforma, mirava a trapiantare in Scozia l’anarchia francese. Denunciò in lui una «malevolenza diabolica» ed esortò a un verdetto conforme al dovere verso la patria e le sue leggi. L’accusato replicò che la sedizione non era che un pretesto. La sua sola colpa, affermò, era l’aver propugnato la riforma, causa un tempo condivisa persino da William Pitt e dal duca di Richmond. Negò di aver ricevuto incarichi politici in Francia e ribadì che il suo solo intento era stato impedire lo spargimento di sangue.
La corte tolse la seduta verso le due del mattino. A mezzogiorno, la giuria rientrò con un verdetto di colpevolezza. La sentenza dispose quattordici anni di deportazione oltreoceano. Muir dichiarò che avrebbe accolto con pari imperturbabilità una condanna a morte, tanto incrollabile rimaneva la certezza della rettitudine della propria condotta. Fu ricondotto in carcere.
Alcuni mesi più tardi, come riferisce Borrow, Muir fu tradotto insieme al reverendo Thomas Palmer sui pontoni-prigione di Woolwich. Vi fu messo ai ferri frammezzo ai forzati e adibito ai lavori forzati sulle sponde del Tamigi. I tentativi di Sheridan e di altri parlamentari per ottenere l’annullamento della pena caddero nel vuoto.
Il prigioniero fuggì clandestinamente dal Nuovo Galles del Sud nel febbraio del 1796: dopo aver presentato un’istanza al governatore Hunter, il quale non riteneva di avere il diritto di trattenerlo con la forza, colse l’occasione per prendere il mare su una piccola imbarcazione insieme a due servi condannati e fu raccolto dal veliero americano Otter. Toccò in seguito Vancouver, la California e il Messico, conobbe la prigionia all’Avana, e infine rimase ferito e perse l’occhio sinistro durante uno scontro navale al largo di Cadice nel 1797. Raggiunse la Francia nel novembre del 1797 e si spense a Chantilly il 26 gennaio 1799, all’età di trentatré anni.
