Il 18 maggio 1688, sei vescovi giungono a Whitehall per rimettere una petizione a Giacomo II. L’arcivescovo di Canterbury, trattenuto dalla malattia, è rimasto a Lambeth; i suoi sei confratelli – Lloyd, Turner, Lake, Ken, White e Trelawney – recano lo scritto e ne assumono le difese dinanzi al sovrano. La supplica si riassume in poche righe: non essere costretti a distribuire né a leggere dai pulpiti la dichiarazione reale sulla libertà di coscienza. Precisano come il loro rifiuto non muova da diserzione d’animo né da ostilità verso i dissidenti; contestano, piuttosto, l’arbitrio regio di dispensare dall’osservanza delle leggi, giudicato privo di fondamento giuridico.
La vertenza ha preso avvio tre settimane prima. Il 27 aprile, il re ha promulgato una nuova dichiarazione d’indulgenza religiosa; il 4 maggio, il Consiglio ne dispone la lettura durante le sacre funzioni. A Londra e nei sobborghi le letture dovranno aver luogo il 20 e il 27 maggio; nel resto del regno, il 3 e il 10 giugno. Spetta ai vescovi trasmettere il testo alle rispettive diocesi, ingiungendo al clero di darne proclamazione. L’ordine tramuta un proclama di parte in una parola da intonare da ciascun altare, dinanzi ai fedeli adunati per l’ufficio divino.
La dichiarazione prometteva di tutelare il clero anglicano e le sue prerogative temporali, pur sospendendo con effetto immediato le leggi penali contro i nonconformisti. Dispensava inoltre taluni titolari di uffici pubblici dall’obbligo dei giuramenti e delle verifiche religiose sin lì prescritti. Giacomo offriva il provvedimento sotto le spoglie della tolleranza e sollecitava i sudditi a eleggere un Parlamento che recasse a compimento l’opera avviata. Per i vescovi, dare lettura pubblica del testo equivaleva a riconoscere alla Corona un potere di deroga arbitrario e contrario alle leggi. La loro rimostranza non respingeva tuttavia ogni concessione verso i dissidenti: si dichiaravano disposti a cercare un’intesa, purché negoziata e ratificata dal Parlamento e dalla Convocazione del clero.
I prelati residenti nei pressi della capitale si adunano nel palazzo di Lambeth per deliberare la linea di condotta. Dopo consultazione, l’arcivescovo sollecita i presuli della sua provincia a intervenire o a far pervenire il proprio voto. Borrow attesta che diciotto vescovi e la maggioranza del clero concordano nel negare la lettura. Sette presuli appongono la firma alla supplica comune: Sancroft, Lloyd, Turner, Lake, Ken, White e Trelawney.
Il testo ribadisce l’incrollabile fedeltà della Chiesa d’Inghilterra e la devozione nelle orazioni per il sovrano, ma rifiuta di piegare i vescovi al ruolo di banditori del decreto. Quel tono misurato non placa tuttavia Giacomo. A Whitehall, egli dichiara di aver avuto sentore della rimostranza senza credere che potesse prender corpo: mai avrebbe atteso simile condotta dalla Chiesa, e meno che mai da taluni tra loro. Se la sua volontà dovesse mutare, aggiunge, ne saranno resi edotti; altrimenti, esige cieca obbedienza.
I vescovi replicano rimettendosi alla volontà di Dio e prendono congedo. Il sovrano decide di procedere per le vie giudiziarie, ravvisando in loro i mandanti della disubbidienza all’editto. L’8 giugno sono citati a comparire dinanzi al Consiglio. Viene loro domandato se riconoscano la paternità della supplica. Rispondono di presentarsi in veste di indagati, auspicando che la loro ammissione non sia usata per nuocere loro. Incalzato dal cancelliere Jeffreys, l’arcivescovo finisce per ammettere la stesura dell’atto e confermare che gli altri ne sono stati firmatari. Confida, dichiara, di non aver compiuto nulla che non possa essere legittimamente difeso.
Jeffreys ingiunge loro di riconoscere l’autorità della corte e di costituirsi dinanzi al Tribunale del Banco del Re. I vescovi eccepiscono le proprie prerogative di pari del regno, rifiutando di prestare immediata cauzione per un’imputazione di reato minore. Il cancelliere minaccia di rinchiuderli nella Torre qualora non ritirino la petizione e non ottemperino alla dichiarazione. Rispondono di essere pronti ad andare ovunque il sovrano comandi, e che nessun rigore varrà a mutarne la determinazione. Il mandato di cattura li incrimina per aver redatto e dato alle stampe un libello sedizioso contro il re e il suo governo.
La voce del loro trasferimento alla Torre li precede per le vie. Nel timore di tumulti, il tragitto avviene per via d’acqua, lungo il Tamigi. Lungo le sponde si accalcano le folle, che levano acclamazioni e invocano per loro una rapida liberazione. Giunti alla fortezza, ufficiali e soldati si inginocchiano per impetrarne la benedizione. Giacomo, allarmato da simili accoglienze, ordina l’ingresso di nuove guarnigioni.
Il 15 giugno i prigionieri compaiono dinanzi al Tribunale del Banco del Re. Il procuratore generale sollecita un immediato habeas corpus per tradurli dalla Torre; il luogotenente Sir Edward Hales li scorta alla sbarra intorno alle undici, in virtù del mandato emesso dal Consiglio. L’accusa sostiene che abbiano tramato per erodere le prerogative della Corona, ordendo sotto forma di petizione uno scritto calunnioso contro il re. Sawyer formula anzitutto un’istanza di scarcerazione, deducendo l’illegittimità della loro detenzione; il sollecitatore William Williams replica che l’ordinanza promana dalla persona stessa del re e che occorre dunque istruire il reclamo della Corona. La difesa aggiunge inoltre l’impossibilità di rendere interrogatorio sul momento, non avendo i convenuti ricevuto né copia del capo d’accusa né il tempo necessario a consultare i propri legali.
I quattro magistrati indicati da Borrow – Wright, Holloway, Powell e Allybone – disattendono la prima eccezione preliminare. Ritenendo che l’accusa di libello sedizioso configuri una turbativa dell’ordine pubblico, esigono una risposta immediata. Sancroft deposita una breve memoria fondata sullo statuto nobiliare dei vescovi. Wright si infastidisce: quattro ore di dibattimento sono già state spese sul punto e quel documento, a suo giudizio, non fa che riproporre argomenti già respinti. Holloway e Allybone si allineano. Il solo Powell si pronuncia per l’ammissione dell’istanza. La corte respinge l’eccezione, ma il dissenso rivela una prima incrinatura nel collegio giudicante. I sette prelati si dichiarano allora non colpevoli. Vengono rimessi in libertà dietro cauzione in attesa del dibattimento: duecento sterline per l’arcivescovo, cento per ciascuno degli altri, ma il governo si accontenta delle loro mere obbligazioni personali.
Due settimane separano quell’udienza dal giudizio. Al termine del processo, la giuria si ritira, trascorrendo la notte tra il 29 e il 30 giugno al buio e senza fuoco. L’indomani, sabato 30 giugno, dichiara i sette vescovi non colpevoli di diffamazione sediziosa. Gli imputati lasciano la sbarra assolti con formula piena.
