Quando il sindaco di La Palud e la guardia campestre giunsero al podere, Rémy Danvers si trovava in un campo. Lavorava, o fingeva di farlo con sufficiente perizia da preservare al paesaggio la sua consueta apparenza. I padroni? Partiti per Pierrelatte. La risposta era stata architettata sfruttando una circostanza reale: i coniugi Donat accarezzavano sul serio l’idea di trasferirsi laggiù. Bastava, calcolava l’assassino, anticipare quella partenza sul calendario. I vicini sapevano del progetto; la menzogna avrebbe così preso a prestito il tono rassicurante d’una decisione già nota. Ma i due uomini venuti a interrogarlo sapevano ciò che un testimone aveva scorto alla cascina. Non chiedevano più soltanto dove fossero finiti i Donat.
La vicenda si consumò a cavallo tra il gennaio e il febbraio del 1908, nel dipartimento del Vaucluse. Danvers lavorava per gli agricoltori dal maggio dell’anno precedente. Per mesi, la convivenza quotidiana non parve offrire ai coniugi alcun motivo palese per licenziarlo. La cronaca nera avrebbe poi rinfacciato loro quell’eccesso di fiducia: avrebbero dovuto indagare sul suo passato, accertarne l’identità, diffidare. È un facile senno di poi che merita di essere respinto. Non spettava alle vittime preconizzare il proprio assassinio. Avevano ingaggiato un uomo perché lavorasse la terra e ne avevano constatato, giorno dopo giorno, l’operato.
Occorre figurarsi cosa significhi una simile dimestichezza in una fattoria, senza voler inventare i dialoghi d’una casa di cui non possediamo le memorie. Il servitore conosce gli orari, le vie d’accesso, le abitudini dei padroni; ne ascolta i progetti, ne osserva i preparativi e talora viene a sapere dell’esistenza d’una somma di denaro. È una contiguità imposta dal lavoro stesso. Presso i Donat, essa fornì a Danvers la materia prima del crimine. Secondo la cronaca coeva de L’Œil de la police, egli apprese alla fine di gennaio che i padroni avevano raccolto del denaro contante e decise allora di sopprimerli per impadronirsene.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio imbracciò un fucile da caccia. Il fattore fu colpito per primo, poi la moglie. Non disponiamo in questo caso d’un verbale d’inchiesta che consenta di ricostruire l’esatta posizione dei corpi nella stanza, né ogni singolo movimento tra i due spari. Il periodico illustrato imbastisce una scena; ma il suo disegno è una rappresentazione a uso della stampa, non un’istantanea colta sul fatto. Il nucleo dell’accusa resta tuttavia inequivocabile: un salariato, due padroni uccisi con un’arma da fuoco, un furto premeditato, infine il tentativo di celare le morti dietro la messinscena d’un viaggio.
L’occultamento esigeva una fatica materiale. Danvers legò i cadaveri, li infilò in due sacchi e ne predispose il trasporto. L’intenzione, riferisce la rivista, era quella di gettarli nel Rodano. Il fiume avrebbe dovuto compiere ciò che la favola di Pierrelatte aveva avviato: allontanare le persone e rendere plausibile la loro assenza. Non è irrilevante che la menzogna si innestasse su un proposito reale. Una partenza del tutto imprevista avrebbe sollevato interrogativi immediati; questa poteva invece reggersi per qualche tempo sul ricordo di conversazioni passate. La vita delle vittime offriva così, persino nei suoi disegni più ordinari, gli strumenti stessi immaginati per cancellarla.
Qualcuno, però, sorprese i preparativi. La didascalia che correda l’incisione fa menzione d’un testimone involontario, d’una minaccia, poi della risoluzione di andare ad avvertire il sindaco. Il nome di questo testimone e le circostanze precise della scoperta non sono sufficientemente chiariti dalle carte d’archivio per poterne tessere il racconto. Ne conosciamo tuttavia l’esito decisivo: il sindaco si diresse al podere assieme alla guardia campestre. Quel passo semplicissimo mandò all’aria il piano. Prima dei periti, prima del dibattimento alle assise e delle grandi tirature di stampa, vi fu una persona che non tenne per sé quanto aveva veduto.
Danvers, interrogato sul campo, ribadì la tesi del viaggio. Ma la presenza dei corpi e l’allarme già dato rendevano quella difesa insostenibile. Fu tratto in arresto. La vicenda passava ormai dal pettegolezzo di vicinato alla procedura penale. La partenza ventilata, gli ultimi giorni dei coniugi, il denaro che aveva acceso la cupidigia, l’arma e i preparativi per il trasporto formavano un intreccio di cui la giustizia doveva verificare ogni snodo. La cronaca popolare sorvola rapida su questa fase d’indagine, ansiosa di giungere alla condanna. Non colmeremo i suoi vuoti con interrogatori fittizi, né con una confessione scritta ad arte per i comodi della narrazione.
La corte d’assise del Vaucluse pronunciò la condanna alla pena capitale. I giornali descrissero il giovane come predestinato al delitto fin dalla culla, riesumando in particolare i precedenti penali del padre. Era un modo di ragionare che trasformava una stirpe in una spiegazione sociologica e dispensava dal comprendere il singolo atto. Le condanne precedenti attribuite a Danvers, i suoi trascorsi sotto le armi, i suoi vagabondaggi potevano trovare legittimo spazio nel fascicolo processuale; ma la colpa d’un genitore non provava alcunché a carico del figlio. Ai fini della nostra cronaca, i fatti contestati alla fattoria bastano a conferire all’accaduto tutta la sua gravità, senza bisogno di scomodare le teorie dell’atavismo criminale.
L’esecuzione venne fissata per il 26 gennaio 1909 a Carpentras. Nel frattempo, l’affare si era trasformato in uno spettacolo atteso con impazienza. La vicinanza delle festività di carnevale gli conferì una tinta che i fogli d’informazione sfruttarono senza scrupoli: giovani mascherati presero a radunarsi nei pressi del carcere, furono intonati canti funebri, la folla pretese di vedere. L’Œil de la police descrive quella notte con dialoghi ed effetti drammatici che sarebbe imprudente considerare trascrizioni fedeli. Una corrispondenza apparsa più tardi sull’Auckland Star conferma nondimeno l’assembramento, le proteste e l’ingente cordone di sicurezza stretto attorno al penitenziario.
La ghigliottina venne eretta in piazza d’Inguimbert. La truppa presidiava gli accessi e lo spazio effettivamente visibile era angusto. La calca protestò contro quel limite imposto allo sguardo. C’è in questa rivendicazione una ferocia che le cronache sul condannato non devono occultare: per una parte del pubblico, il supplizio legale costituiva uno spettacolo cui ciascuno riteneva di aver diritto. I Donat erano stati ammazzati in una cascina isolata; pochi mesi più tardi, la loro fine fungeva da pretesto per una notte in cui ci si contendeva il posto per veder morire un altro uomo.
Le cronache discordano sulla fermezza d’animo mostrata da Danvers negli ultimi istanti. L’una calca la mano su un ritrovato coraggio, l’altra sull’estrema fatica nel trascinarlo al patibolo. Conserveremo questa discrepanza anziché scegliere la versione più suggestiva. Un condannato a morte può essere descritto in mille modi diversi da chi lo osserva per pochi secondi. In quel mattino di gennaio, la sentenza fu eseguita. Lo strazio delle vittime non ne usciva più chiaro, né il compito dei magistrati poteva confondersi con i cori baccanali della vigilia.
Ciò che resta di più memorabile in questa storia è forse la risposta resa in mezzo al campo. Danvers aveva fatto affidamento su un’assenza verosimile, su un viaggio che chiunque avrebbe ritenuto plausibile, sul tempo necessario prima che un sospetto mutasse in una ricerca ufficiale. Il testimone aveva spezzato quell’attesa. Grazie a quella voce giunta al sindaco, i Donat non furono abbandonati alla finzione della loro partenza. Il fattore non era partito, e nemmeno sua moglie; era stato necessario andare a cercarli proprio là dove il loro garzone pretendeva di continuare serenamente la sua fatica.
