Il 6 maggio 1766, Thomas-Arthur Lally ascoltò dinanzi al parlamento di Parigi la propria condanna a morte per tradimento, abuso d’autorità, angherie ed estorsione. Il generale aveva sessantotto anni e cinquanta di servizio. Il processo che lo conduceva al patibolo era cominciato assai lontano da Parigi, in una colonia che la Francia non riusciva più a difendere.
Inviato in India nel 1757, Lally aveva il compito di proteggere Pondichéry e gli altri possedimenti francesi dall’offensiva britannica. Di origini irlandesi, si era distinto contro gli inglesi nella battaglia di Fontenoy. La scelta del gabinetto di Versailles si fondava in gran parte su tale esperienza militare. Tuttavia, secondo la cronaca di Champagnac, il generale si era fatto un’idea fin troppo ottimistica dei mezzi a disposizione: contava di trovare fondi, munizioni e truppe disciplinate; scoprì invece una cassa quasi vuota, scorte irrisorie e una catena di comando disorganizzata.
Lally ottenne inizialmente un successo a forte Saint-David, vicino a Pondichéry, di cui fece radere al suolo le fortificazioni. Gli occorrevano poi le risorse necessarie per proseguire la campagna. Dal proprio accampamento scrisse al governatore Duval Leyrit, che amministrava la piazzaforte per conto della Compagnia delle Indie. In quella missiva affermava di aver sborsato centomila lire del proprio patrimonio per contribuire alle spese e rimproverava al governatore e al suo consiglio di non avergli fornito né denaro né credito. Minacciava inoltre di informare il re e la Compagnia dello scarso zelo dei funzionari e di prendere provvedimenti per affrancarsi dalle loro decisioni.
Quella lettera non avvicinò i due uomini. Un ufficiale, citato da Champagnac, riferisce che Lally parlava ormai soltanto di catene e prigioni, senza badare all’età o al rango dei suoi interlocutori. Si lagnava di tutti e tutti si lagnavano di lui. Il generale si logorò in queste contese proprio nel momento in cui la colonia avrebbe richiesto unità di intenti. Le truppe francesi subirono gravi perdite e dovettero ripiegare su Pondichéry.
La città fu posta sotto assedio. Lally decise di resistere fino all’estremo e proibì, sotto pena di morte, persino di menzionare la resa. Ordinò poi la perquisizione delle case private per requisire i viveri, comprese le dimore dei consiglieri e dei principali ufficiali. Una misura che finì per esasperare animi già ostili. Champagnac racconta che, durante una spedizione, Lally minacciò di attaccare il governatore e i consiglieri ai carri delle munizioni se queste non fossero giunte a destinazione: un dettaglio che riassume l’immagine di un comandante incline a replicare ai ritardi con l’umiliazione e la collera.
Quando Pondichéry capitolò senza condizioni, gli abitanti tentarono di linciare il generale. Fu il comandante inglese a fornirgli una scorta per proteggerlo. Malato, Lally venne trasportato su un palanchino; teneva con sé due pistole per minacciare chiunque tentasse di avvicinarsi. Alcuni impiegati della Compagnia ottennero poi di aprire i suoi bauli, sperando di trovarvi tesori nascosti: non vi rinvennero che pochi effetti personali, abiti e carte. Gli inglesi sequestrarono quei beni a garanzia dei debiti che Lally dichiarava di aver contratto a proprio nome per la difesa della piazzaforte.
Prigioniero a Madras, chiese invano di differire il proprio trasferimento in Inghilterra. Champagnac riferisce che il capitano del mercantile lo trattò con durezza durante la traversata, somministrandogli come unico nutrimento del brodo di maiale. Lally giunse in Inghilterra insieme a oltre duemila prigionieri. Le recriminazioni reciproche sulla perdita della colonia proseguirono per l’intero viaggio.
Nel novembre del 1762, pur trovandosi ancora formalmente prigioniero degli inglesi, Lally si recò a Fontainebleau per costituirsi e farsi rinchiudere alla Bastiglia. Fu preso in parola e incarcerato. Per quindici mesi non subì alcun interrogatorio. Comparve in seguito davanti al Châtelet, poi dinanzi al parlamento di Parigi; l’istruttoria durò due anni. Il capo d’imputazione della pubblica accusa contemplava l’alto tradimento e la lesa maestà. Gli fu negato un difensore e dovette provvedere da solo alla propria difesa.
I capi d’accusa erano innumerevoli. Gli si contestavano la condotta a Pondichéry, gli insulti ai consiglieri, punizioni andate oltre gli ordini ricevuti, e persino abitudini private o aneddoti che Champagnac definisce derisori. Il nucleo centrale dell’accusa risiedeva nell’asserzione che egli avesse venduto la piazzaforte al nemico. Tra gli indizi addotti, la cronaca menziona alcuni razzi sparati durante l’assedio per motivi ignoti e una ronda notturna al rullo di tamburo. Il testo non documenta contatti segreti con gli inglesi né la cessione di piani militari: tali episodi vennero presentati come meri indizi da cui inferire l’accusa di tradimento. Centosessanta capi d’imputazione, secondo il testo, mettevano insieme le rimostranze della Compagnia, degli ufficiali e dei coloni. Alcuni riguardavano la disciplina e le manovre belliche; altri vertevano su scatti d’ira, sanzioni arbitrarie, espressioni ingiuriose o visite private. Tra i rilievi più futili figurava l’accusa di aver fatto nutrire i propri cavalli con del riso, benché non ne possedesse alcuno. Quel cumulo di addebiti appiattiva la condotta di un comandante in capo al livello del mero pettegolezzo.
Champagnac stesso contestava la fondatezza dell’azione penale: Lally non aveva mai ricevuto né i fondi della corona né quelli della Compagnia, circostanza che a giudizio dell’autore escludeva l’appropriazione indebita. Ritenne parimenti inverosimile il tradimento, considerando che il generale era rientrato spontaneamente in Francia per farsi arrestare e che gli inglesi avevano già le forze per prendere la piazzaforte. Una vicenda di carte riservate complicò ulteriormente il quadro. Il gesuita Lavaur, già di stanza a Pondichéry, morì a Parigi. Tra le sue carte si rinvennero due memorie: una favorevole a Lally, l’altra che lo accusava di ogni delitto. Il memoriale ostile fu consegnato al procuratore generale. Champagnac riferisce che Lavaur intendeva utilizzare l’uno o l’altro a seconda della piega degli eventi; i documenti originali non sono riprodotti nel testo, impedendo di verificare autonomamente l’intenzione attribuita al religioso.
L’avvocato generale Séguier, dopo un attento esame degli atti, si sarebbe convinto dell’innocenza di Lally. La fonte riferisce che espresse tale convincimento sia tra i colleghi magistrati sia nei circoli parigini. Tuttavia, il suo parere di procuratore non prevalse sul verdetto collegiale del parlamento, che confermò le accuse ed emise la pena capitale. La cronaca ascrive l’esito del processo alla pressione dell’opinione pubblica e all’astio di azionisti, funzionari, ufficiali e impiegati della Compagnia. Si segnala inoltre come i violenti accessi d’ira del generale contro i suoi accusatori abbiano finito per esacerbare l’animosità generale.
All’annuncio del verdetto, Lally tentò di colpirsi al petto con un compasso che impiegava in cella per tracciare mappe. La ferita non fu letale. Nel timore che spirasse prima di salire sul patibolo, l’esecuzione venne anticipata di alcune ore. Fu condotto in place de Grève su una carretta infangata. Gli fu applicato un bavaglio per impedirgli di arringare la folla o di lanciare invettive contro i giudici. Champagnac descrive una calca di curiosi e segnala che alcuni dei suoi nemici applaudirono.
La sentenza ordinava la decapitazione e la confisca dei beni, disponendo inoltre che centomila scudi fossero devoluti ai poveri di Pondichéry. L’inventario patrimoniale rivelò tuttavia una fortuna modesta, insufficiente a coprire tale somma una volta saldati i debiti. Eppure, il consiglio coloniale aveva stimato le presunte ricchezze del generale in diciassette milioni. Tre giorni dopo l’esecuzione, un giudice avrebbe confidato che nessuna colpa specifica aveva determinato la condanna: la decisione si fondava sull’insieme della condotta tenuta da Lally.
Il figlio del generale, nato da un matrimonio segreto, si adoperò in seguito per riabilitarne la memoria. Il consiglio del re cassò la prima sentenza, ma il parlamento di Rouen confermò la condanna; il consiglio la annullò una seconda volta, rimettendo la causa a Digione. Il 23 agosto 1783, il parlamento di Digione ribadì a sua volta la sentenza parigina, con ancor maggiore severità. Champagnac riporta che il figlio dedicò lunghi anni a tale battaglia e che Voltaire, prima di morire, accolse con sollievo il primo annullamento. La cronaca, tuttavia, non si conclude con una definitiva riabilitazione in sede giudiziaria: lascia la figura di Lally sospesa tra sentenze che si annullano e si confermano a vicenda, dinanzi a un fascicolo la cui accusa principale resta materia di disputa storica.
