A Edimburgo, il 9 aprile 1817, William Edgar e John Keith comparvero insieme alla sbarra dell’Alta Corte di Giustizia. Il capo d'accusa letto dinanzi a loro non si limitava a descrivere un’adunanza: sosteneva che certi giuramenti segreti, prestati a Glasgow, vincolassero gli affiliati a una fratellanza politica, alla riforma del Parlamento e, secondo la tesi accusatoria, all’impiego eventuale della forza. La pena comminata dalla norma invocata era la morte. Ma il nodo che i giudici si apprestavano a sviscerare era ben più angusto e insidioso: si poteva ritenere criminale un patto le cui parole promettevano al contempo una riforma e il ricorso alla «forza fisica», senza stabilire con chiarezza quale atto materiale avesse compiuto ciascun imputato?
L’atto d’accusa faceva riferimento a due riunioni distinte. La prima si sarebbe tenuta il 1° gennaio presso William Leggat, oste a Tradeston, nei pressi di Glasgow; la seconda il 4 gennaio, presso Neill Munn, locandiere e maestro di posta in Ingram Street. I nomi mutavano nel testo a stampa, i luoghi recavano la clausola «o altrove» e le date si presentavano con diverse varianti. Una simile stesura non costituiva una cronaca asettica dei fatti: era il costrutto dell’accusa, secondo cui Edgar e Keith avevano amministrato il giuramento, ne avevano provocato l’imposizione o prestato assistenza nel farlo pronunciare.
La formula citata impegnava a costituire una fratellanza tra sudditi britannici reputati degni di fede, a ottenere il suffragio per gli uomini adulti non interdetti dalla legge, una rappresentanza paritaria e parlamenti annuali. Vincolava inoltre ciascuno a perseguire tali scopi con mezzi morali o fisici, a seconda delle contingenze, e a non denunciare mai gli affiliati, sotto pena di morte inflitta dalla società stessa. Agli occhi della pubblica accusa, tali espressioni non potevano prescindere dalla clandestinità né dalla minaccia verso i delatori: il giuramento mirava a sovvertire con la forza il governo e l'ordine costituzionale. Per la difesa, invece, una simile deduzione non discendeva affatto dalla mera rivendicazione del suffragio e della riforma parlamentare; le locuzioni generiche dell'atto non potevano surrogare la prova di un dolo specifico in capo a ciascun imputato.
Il dibattimento fece emergere la questione sostanziale. La legge richiamata dalla Corte puniva chiunque amministrasse un giuramento, ne ordinasse la somministrazione o vi prestasse assistenza, qualora il vincolo obbligasse l'autore al tradimento, all'omicidio o a un reato capitale. Spettava dunque alla pubblica accusa chiarire il significato intrinseco del testo e il ruolo effettivo svolto da Edgar o da Keith. Un giuramento collettivo poteva pur esprimere un disegno politico, ma il processo esigeva l'accertamento di condotte ascrivibili a singoli individui. L’accusa appiattiva sotto un'unica formula chi aveva promosso il rito, chi vi aveva assistito e chi ne era stato complice; il collegio difensivo esigeva al contrario una scrupolosa definizione dei ruoli e delle parole pronunciate.
Il resoconto non si apre sulla scena di un’adunanza, bensì sui meccanismi del rito giudiziario. I prigionieri compaiono, l’atto viene letto, i patrocinatori ne contestano la rilevanza e i giudici ascoltano le deduzioni sulla portata della legge, ordinando infine alle parti di depositare memorie scritte circa la pertinenza dell’accusa. Non si tratta ancora di appurare chi abbia giurato a un determinato indirizzo, bensì di stabilire se i fatti addotti, qualora comprovati, siano idonei a sorreggere un'imputazione capitale.
A questo punto il procedimento si biforca. La fonte registra un provvedimento di abbandono dell’istanza — la «desertion» della dieta — a carico di Keith, pro loco et tempore: il procedimento viene lasciato cadere per quel luogo e quel momento, riservando alla giustizia la facoltà di rinnovare l’azione con un nuovo mandato. Tale formula non equivale a un proscioglimento nel merito né risolve la verità delle imputazioni; segna un esito puramente procedurale per Keith, mentre la causa contro Edgar imbocca un altro percorso.
Nei confronti di Edgar, infatti, la pubblica accusa aveva fatto notificare un secondo atto mentre il primo era ancora pendente, per poi rinunciare a quest'ultimo. La difesa eccepì che l’imputato non poteva restare esposto a due distinte incriminazioni per la medesima causa, e che il termine a comparire del secondo atto non era decorso regolarmente. I giudici vagliarono i precedenti e le regole di procedura, senza entrare nel merito della colpevolezza. Stabilirono che il secondo atto poteva essere notificato mentre il primo era pendente e, preso atto della rinuncia del procuratore al primo libello, la Corte ne dichiarò estinta l'udienza senza pregiudizio per l'azione successiva. Poiché il secondo atto era stato notificato il 3 maggio, quindici giorni liberi prima della comparizione, l’eccezione sui termini venne respinta. Edgar si dichiarò non colpevole. L’udienza fu aggiornata al lunedì successivo, alle dieci del mattino.
Qui si arresta la voce 699. L’intestazione copre i mesi di aprile e maggio, ma il testo conservato si chiude con il rinvio dell’udienza. Non vi è alcun verdetto per Edgar, né un esito definitivo per il fascicolo di Keith. Qualsiasi affermazione che li volesse condannati o assolti travalicherebbe le carte tramandateci: nel verbale, la loro sorte rimane sospesa alla seduta a venire.
Il volume giustappone subito dopo un altro procedimento, quello contro Andrew M’Kinley. La vicenda scaturisce dal medesimo fermento di giuramenti politici a Glasgow, ma si tratta di una causa differente e di un altro imputato. Per evitare confusioni, occorre distinguere la vicinanza documentaria dall’identità giuridica. L’accusa contro M’Kinley enumerava quattro riunioni: presso Hugh Dickson il 20 dicembre 1816, da Leggat il 1° gennaio, da Munn il 4 gennaio e da John Robertson il 5 febbraio. Lo si descriveva inoltre presente a un arresto avvenuto il 22 febbraio sotto il falso nome di John Brotherstone. Dettagli che appartengono alle asserzioni dell'atto, non a fatti tutti verificati nello stralcio.
L’ultima testimonianza conservata verte proprio sulla riunione svoltasi da Munn. Il teste asserisce che M’Kinley si trovava sul posto e riferisce che un individuo a lui ignoto lesse la formula alzando la mano. Tuttavia, quando la corte gli domanda se M’Kinley fosse presente nell'istante preciso in cui il patto veniva siglato, il teste non sa confermarlo: la stanza era angusta, alcuni erano usciti e la memoria non gli consente di collocare l'accusato in quel frangente esatto. Presenziare a una riunione e rendersi complici della somministrazione del giuramento rimangono atti ben distinti.
Il procuratore, che aveva confidato in deposizioni istruttorie più persuasive, ammette che le dichiarazioni rese in aula non corrispondono alle attese. Riconosce che gli elementi addotti non giustificano la prosecuzione della prova e conviene che l’imputato ha diritto all'assoluzione. La difesa non trasforma tale concessione in un trionfo. Il giudice rammenta ai giurati la facoltà di dichiarare l’accusato «Not Guilty» oppure di ritenere il libello «Not Proven» — non provato. I giurati optano all'unanimità per quest'ultima formula, senza nemmeno ritirarsi in camera di consiglio.
La Corte dispone dunque il proscioglimento di M’Kinley e ne ordina la scarcerazione. Il magistrato aggiunge un aspro commento: a suo avviso, la formula adottata non sancisce l'innocenza dell'imputato. È una sua personale chiosa, espressa a verdetto reso; il dispositivo, dal canto suo, afferma che M’Kinley è assolto e rimesso in libertà. La chiusa dell’estratto contrappone così la determinazione della giuria al parere del giudice, senza che nulla autorizzi a trasferire tale epilogo sulle posizioni di Edgar o di Keith.
Nel volume, un medesimo testo di giuramento attraversa molteplici imputazioni, ma la macchina della giustizia evita di fonderle in un unico canovaccio. Per Edgar, la procedura prosegue oltre i limiti del testo qui esaminato; per Keith, l'udienza viene abbandonata pro loco et tempore; per M’Kinley, la giuria pronuncia un «Not Proven» e il tribunale ne ordina il rilascio, mentre il giudice consegna a verbale la propria riserva morale. Sono tre esiti ben distinti. Il documento politico resta al centro: promessa di riforme per gli affiliati, indizio di fellonia per l'accusa, enigma ermeneutico per i magistrati. Tra le parole del patto e la prova materiale dei fatti, il processo scava una distanza che solo la cautela del rito, ben più delle certezze a posteriori, consente di misurare con esattezza.
