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Giustizia e scandali · Francia

Il malato di La Meilleraye

Peter Tixier muore a La Meilleraye nell’agosto del 1865, al termine di un’agonia segnata da dolori e vomito. Le perizie rivelano la presenza di arsenico, ma le opinioni divergono sulla cronologia e sulle modalità di somministrazione: tutti gli imputati saranno assolti a Niort nel 1868.

Sull’assito accanto al letto, i medici rinvennero tracce di vomito. Si conservò l’essudato, poi si esaminarono il legno, i visceri e gli altri resti del corpo. Da tali indagini i sanitari trassero una conclusione di estrema gravità: Peter Tixier, possidente di La Meilleraye, era morto dopo aver ingerito dell’arsenico. Restava da accertare quando il veleno gli fosse stato propinato, da chi, e se gli indizi consentissero di risalire a una mano colpevole.

Tixier, cinquantatré anni, viveva di rendita a La Meilleraye, non lontano da Niort. La gotta lo tormentava a intervalli. Nel giugno del 1865, un nuovo attacco lo prostrò; ai primi di luglio, dolori al ventre, vomito e diarrea andarono ad aggiungersi all’antico male. Lo stato generale peggiorò nel corso dell’estate. Il dottor Ganne, suo medico da venticinque anni, credette dapprima a un’indisposizione comune. Più tardi, il dottor Ledain giunse a fargli da consulto, e il sospetto di un avvelenamento s’impose con forza.

La prima difficoltà consistette nello stabilire a quando risalisse quel nuovo decorso. Honorine Tixier, nata Charlet, vedova di un fratello di Peter, rese visita al cognato il 2 luglio e ripartì l’indomani. Fece ritorno il 15, accompagnata dalle figlie, da una governante e da una domestica, trattenendosi per diversi giorni. Secondo l’accusa, fu allora che i sintomi inspiegabili assunsero un’intensità diversa. Nella casa, tuttavia, non mancavano testimoni pronti a collocare i conati ben prima del suo arrivo. Franziska Richard, da otto anni a servizio presso Peter, sosteneva che il padrone ne soffrisse già da giugno; altri domestici resero dichiarazioni analoghe. Il processo non avrebbe ridotto tale discordanza a una mera disputa di memorie.

I medici avevano prescritto di conservare le deiezioni del malato. Le due donne, sosteneva la pubblica accusa, tardarono parecchi giorni a obbedire, adducendo in prima battuta una dimenticanza. I residui vennero infine raccolti il 6 agosto: scuri, frammisti a sangue e dall’odore descritto come putrido. Su questo punto, addebiti e repliche entrarono in rotta di collisione: Honorine asseriva di aver segnalato per tempo i vomiti ai curanti; questi ribattevano di esserne stati informati soltanto tardi. Quel reperto divenne insieme un elemento peritale e una pietra di paragone morale.

Il dottor Ganne e il collega Ledain fecero analizzare quelle sostanze. I medici incaricati dell’autopsia rilevarono altresì lesioni agli organi; la perizia chimica, cui presero parte un professore di farmacia e uno speziale, evidenziò la presenza di arsenico in diverse parti della salma. I curanti di Tixier interpretarono quel riscontro come il segno inequivocabile di un’ingestione tossica. Il dottor Morin, chiamato al capezzale poco prima del decesso, aveva creduto di ravvisare un cancro allo stomaco. La dissezione anatomica non confermò la diagnosi, ma la sua testimonianza avrebbe alimentato un dibattito più ampio: l’avvelenamento si era protratto per settimane, o una dose somministrata il primo d’agosto aveva stroncato un infermo già debilitato?

L’accusa pose sotto accusa tre persone. Honorine Tixier, Franziska Richard — domestica di Peter da otto anni — e Franz Charlet, padre di Honorine, anziano uomo d’affari: avrebbero inteso preservare per le due ragazze l’eredità dello zio. Il procuratore sosteneva che, qualora Honorine si fosse risposata, Tixier avrebbe potuto disporre delle proprie sostanze a favore di alcuni cugini verso cui nutriva affetto, anziché destinarle alle nipoti. Imputava inoltre a Charlet un debito cospicuo verso il defunto, rimproverandogli di aver vegliato con insolita premura sull’andamento della malattia. Si trattava di moventi legati all’impianto accusatorio; i dibattimenti non riuscirono a tramutarli in certezze inoppugnabili.

Charlet si presentava al contrario come un uomo che rifiutava di condannare senza riscontri. Non negava che Tixier avesse incolpato il dottor Ganne di averlo intossicato con i suoi rimedi, ma sosteneva di aver tenuto per sé le proprie considerazioni. Ammise altresì che tra loro intercorressero rapporti d’affari e che una somma rimanesse in sospeso, contestando tuttavia la ricostruzione offerta dalla procura. Diversi testi sfilarono per lodarne la probità e descriverne la condotta commerciale come quella di un uomo scrupoloso.

La condotta di Honorine fu vagliata con particolare rigore. Il presidente le rimproverò di non essere rimasta al capezzale del cognato pur sapendolo grave, e di non essersi informata su cosa bevesse. La donna replicò che doveva tornare dai figli, che non credeva la fine imminente e che le crisi di gotta di Tixier avevano già in passato provocato conati. Negò di avergli fatto assumere pozioni o di avergli preparato la pappa d’avena menzionata dai medici. Sostenne inoltre di aver sollecitato il parere di altri sanitari prima ancora che Ganne avanzasse alcun sospetto.

Franziska delineò una diversa successione dei fatti. Ribadì che i conati erano comparsi prima dell’arrivo di Honorine e che Ganne aveva prescritto pillole che bruciavano lo stomaco del padrone. Riferì le lamentele di Tixier contro il proprio medico, senza tuttavia presumere di conoscere l’origine del male. In un momento dell’istruttoria, aveva domandato al malato se sospettasse della padrona o di lei stessa; quegli l’avrebbe rassicurata, affermando che la vicenda non avrebbe avuto conseguenze. Parole che non provavano l’innocenza né la colpevolezza, ma mostravano fino a che punto il sospetto avesse ormai saturato la casa.

Il dottor Ganne si difese a lungo. Spiegò che il primo fermo sospetto di avvelenamento gli era sorto soltanto il 25 luglio, per poi precisarsi dopo l’esame dei rigetti. Sostenne che i propri medicamenti non contenevano sostanze nocive e che ogni suo intervento aveva risposto al dovere professionale. Aveva tardato a visitare il paziente quand’era trattenuto dalle funzioni di sindaco, ma dichiarò di aver poi avvertito l’autorità giudiziaria. La vedova gli imputava la prescrizione di un purgante drastico e l’incapacità di riconoscere tempestivamente i segni dell’intossicazione. Una controversia economica tra Ganne e Charlet conferì al dissidio un’ulteriore asprezza, giacché ciascuno smentiva la versione dell’altro.

Morin sosteneva che una dose di arsenico somministrata il primo d’agosto potesse spiegare la fine repentina, ma dubitava di assunzioni ripetute prima di quella data. A suo giudizio, un’intossicazione più risalente avrebbe dovuto lasciare quantitativi ben maggiori nel fegato e avrebbe impedito la sopravvivenza di alcuni parassiti rinvenuti nel cadavere. Ganne replicò che l’infermo aveva ricevuto un rimedio destinato a contrastare l’arsenico e che una dose minima poteva esacerbare l’effetto di un farmaco irritante. I periti non concordavano dunque né sulla durata né sul meccanismo letale, per quanto l’arsenico fosse stato scientificamente accertato.

I domestici e gli avventori aggiunsero i propri ricordi a quelli dei medici. Taluni collocavano i dolori, il vomito o il sapore urente prima del ritorno di Honorine; altri li avevano notati solo in seguito. Un fittavolo riferì che Tixier si era lagnato, a fine giugno, di avere «del veleno in corpo» per via di una cura di Ganne. Altri testimoni deposero invece sulla stima e sull’affetto che il malato nutriva per il curante. Tixier stesso, interrogato prima di spirare, aveva descritto i bruciori alla gola e allo stomaco, le scariche e il vomito serale, ma affermava di non credere che un congiunto avesse attentato ai suoi giorni.

Il processo si celebrò a Niort dal 13 al 18 marzo 1868. Il ministero pubblico mantenne le accuse contro Honorine, ma lasciò cadere l’azione penale nei confronti di Charlet e della Richard. La difesa fece valere che, quand’anche l’arsenico avesse cagionato la morte, nulla dimostrava che fosse stata la vedova ad amministrarlo. I sintomi del morbo precedevano il suo soggiorno prolungato; le voci di seconde nozze e i calcoli ereditari restavano mere congetture; le perizie chimiche attestavano la presenza di un veleno, non l’identità di chi lo avesse versato.

Dopo diversi giorni di dibattimento, i giurati pronunciarono l’assoluzione per tutti e tre gli imputati. La sentenza non chiarì la causa esatta del decesso in ogni sua circostanza, ma rifiutò di tramutare una sequela di sospetti nella prova di un delitto ascrivibile a quelle persone. Il compilatore, che riferisce la vicenda non risparmiando critiche serrate alla pubblica accusa, lascia infine il quesito irrisolto: Tixier fu vittima di una mano omicida o di un disgraziato errore terapeutico? La corte non designò alcun colpevole; la dimora di La Meilleraye serbò il proprio silenzio.

Nota documentaria: adattamento della relazione retrospettiva «Der Tod des Rentier Peter Tixier», pubblicata nel 1883. Il testo dà conto dei dibattimenti processuali e delle perizie, senza riprodurre gli atti giudiziari originali. L’arsenico fu rilevato nei campioni; i medici si divisero sulla cronologia e sull’interpretazione clinica. Tutti gli imputati vennero assolti nel marzo del 1868. Il testo OCR locale non è stato collazionato sul facsimile originale.

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racconto lungo

Il reperto del 6 agosto

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L’assito di La Meilleraye

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Il veleno in tre dosi

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Adattamento del capitolo «Der Tod des Rentier Peter Tixier», Neue Pitaval, quarta serie, quarto volume, seconda edizione (Lipsia, 1883), pp. 431–463. La narrazione distingue tra tesi accusatoria, memorie testimoniali, perizie tossicologiche e l’assoluzione finale dei tre imputati. La fonte è una compilazione retrospettiva; il testo OCR non è stato collazionato sul facsimile originale.

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