La sera in cui i falsi magistrati suonarono in avenue Marceau, la portinaia avvertì quasi all'istante che qualcosa stonava. Quegli uomini indossavano redingote e cilindro, uno di loro esibiva la rosetta da ufficiale della Legion d'onore; eppure mormorò al marito che parevano «mascherati». Il marito, invece, udiva già spalancarsi le porte della prigione nelle minacce di colui che si presentava come commissario Clément. Fu proprio quest'esitazione domestica, sospesa tra il sospetto e l'obbedienza, che i ladri sfruttarono per sette lunghe ore.
La notte tra il 27 e il 28 gennaio 1893, il marchese di Panisse-Passis era assente, trattenuto a Nizza. Il suo palazzo di avenue Marceau, affidato alla custodia dei portinai, attirava gli sguardi per le opere d'arte, i gioielli e le argenterie. Nel resoconto dato alle stampe anni dopo da Marie-François Goron, allora capo della Sûreté, quattro individui si presentarono verso le cinque del pomeriggio. Il capo della banda si qualificò come commissario alle delegazioni giudiziarie Clément. Indicò uno dei complici come il prefetto di polizia, poi fece entrare un quinto uomo, presentato come un brigadiere atteso di rinforzo.
Il mandato che sventolò recava ogni apparenza della legge. Ordinava l'arresto del marchese, imputato di aver riscosso un assegno di duecentomila franchi dalla Compagnia di Panama, e designava il portinaio come la persona che aveva girato quel titolo. La vicenda del vero scandalo di Panama riempiva allora le gazzette: ministri, deputati e alti dignitari apparivano ogni mattina minacciati da una nuova bufera. Gli impostori avevano scelto la loro messinscena con mirabile cura. Non avevano bisogno che i custodi credessero a ogni dettaglio; bastava che il timore paralizzasse sul nascere qualsiasi velleità di resistenza.
La donna protestò, ricordando che gli ordini del padrone vietavano l'ingresso a chiunque durante la sua assenza. «Siamo caduti in un tranello», sussurrò al marito. Questi le rispose che un portinaio deve chinare il capo dinanzi alla forza pubblica. Il falso commissario lo condusse nello studio del marchese e diede inizio a un interrogatorio la cui assurdità stessa contribuiva a disorientare la vittima. Sostenne che il custode aveva girato l'assegno intascando trentamila franchi. Pretese persino che la transazione fosse avvenuta nel 1888, quando invece l'uomo era entrato al servizio del marchese soltanto da diciassette o diciotto mesi. A tale obiezione, Clément replicò che quell'impiego da portinaio era stato appunto la ricompensa pattuita.
Un complice recitava la parte del segretario, fingendo di verbalizzare le risposte. Quando il custode si sedette per sbaglio sul cappello del presunto magistrato, questi andò su tutte le furie per il copricapo schiacciato, per poi riprendere imperterrito l'interrogatorio. La mescolanza di gravità formale, dettagli grotteschi e meschini scatti d'ira conferiva alla scena l'apparenza di una procedura giudiziaria di cui le vittime non afferravano i codici. I coniugi furono interrogati separatamente. La portinaia ebbe le mani strette da una cinghia di cuoio; intanto, un uomo rimasto nella guardiola infilò il grembiule e la calotta del custode, ritirando la posta della sera come se nulla fosse accaduto.
A partire dalle sette, la casa fu metodicamente spogliata. I ladri scardinarono un secretaire, prelevarono un libretto di assegni, staccarono quadri e s'impossessarono di una collezione di autografi. Nella camera della marchesa rinvennero la chiave del mobile che celava la cassaforte. Avevano portato gli arnesi sotto le redingote; dopo circa due ore di fatica, la cassaforte cedette. L'argenteria, le gioie e i titoli al portatore finirono nei bauli. Poi uno degli uomini scese in cantina a cercare del vino. Gli intrusi avevano tutto il tempo di bere prima di riprendere l'inventario.
Caricarono il bottino su una carretta telata e una carrozza da nolo. Prima di levare le tende, il falso prefetto, che i complici chiamavano con studiata confidenza «signor Lozé», fece legare i due custodi schiena contro schiena, annunciando loro che entro un'ora sarebbero venuti a tradurli al Dépôt. Quando compresero che i loro carcerieri si erano dileguati, i due riuscirono a sciogliere i nodi. Scesero nella guardiola e si prepararono due tazze di tè per rimettersi dallo sgomento. Il particolare suscitò l'ilarità del pubblico al processo, ma misura anzitutto ciò che la paura aveva inflitto ai loro animi: i ladri avevano abbandonato la dimora, e le vittime attendevano ancora l'arrivo della vera polizia.
Diedero l'allarme soltanto alle due del mattino. Goron fu avvertito l'indomani, insieme al giudice istruttore Atthalin. All'inizio l'indagine non disponeva di alcun indizio; gli stessi custodi potevano essere sospettati di aver fabbricato l'intera messinscena. La loro innocenza fu nondimeno presto accertata. Il marchese rientrò a Parigi, ma non poté fornire alcun ragguaglio utile. L'elenco degli oggetti trafugati fu reso pubblico per ostacolarne la ricettazione e allertare gli informatori. Vi figuravano dipinti fiamminghi, pezzi d'argenteria cesellati con le armi del casato e preziosi, ma anche una casseruola da soufflé e dei cucchiai. I ladri avevano portato via persino i miseri averi dei portinai.
Dopo otto giorni di piste sterili, un confidente segnalò un uomo chiamato Pierre Alleaume, i cui trascorsi giudiziari meritavano, a suo dire, doverosa attenzione. Goron preferì farlo pedinare anziché arrestarlo subito, nella speranza di risalire alla sua rete. Alle sei del mattino, mentre saliva verso l'alloggio di Alleaume in rue des Petits-Carreaux, incrociò un vecchietto che scendeva le scale. Senza scomporsi, il vecchio spiegò che usciva proprio da quel disonesto e che stava correndo ad avvertire il capo della Sûreté. Goron gli rispose di essere lui quel capo e gli intimò di vuotare le tasche. Vi furono rinvenuti frammenti d'oro. L'anziano sostenne che Alleaume gli aveva gettato il soprabito sulle spalle.
Nella stanza, Goron arrestò Alleaume, il cui vero nome era Tajean. Questi ammise il colpo al palazzo, ma rifiutò di fare i nomi dei complici. Il suo racconto addossava l'iniziativa a due sconosciuti, Julot e Amédée, di cui affermava di ignorare le generalità. Sostenne di aver piantonato la guardiola, travestito da portinaio, mentre gli altri entravano nell'edificio; uno di loro avrebbe poi condotto la vettura. Goron non gli credette sulla parola. Proseguì le perquisizioni e i fermi in diversi quartieri, fino a contare, la sera stessa, ventiquattro individui arrestati. Le dichiarazioni di ricettatori e complici permisero di serrare le maglie dell'indagine.
Il grasso Paul, detto Paul il Vetturino, e un uomo più anziano di nome Renard furono catturati il 25 febbraio in una mescita di vini di avenue Hoche. Negarono dapprima di essersi trovati a Parigi la sera del furto, dichiarando di essere appena sbarcati da Londra. Ma Alleaume riconobbe in Renard il finto commissario Clément e additò Paul come colui che aveva sostenuto la parte del prefetto Lozé. I due erano stati presi insieme; le confessioni dei complici consegnarono a Goron ciò che le prime confuse dichiarazioni del portinaio non avevano saputo chiarire: chi avesse recitato i ruoli della commedia.
La camera di Renard, affittata in rue Lafontaine sotto falso nome, svelò l'ampiezza dell'impresa. Goron vi recuperò la maggior parte dell'argenteria e diversi dipinti del marchese. Moduli intestati della prefettura, timbri, sigilli, mandati in bianco e biglietti da visita di magistrati o funzionari di polizia giacevano accanto a gioielli e arnesi d'alta precisione per forzare le casseforti. Un taccuino censiva duecento persone da svaligiare, con annotazioni puntuali sulle loro assenze, le loro abitudini e il loro temperamento. Il falso mandato di avenue Marceau non era un'improvvisazione isolata: rispondeva a un collaudato metodo di ricognizione, osservazione e travestimento.
Il fascicolo conteneva inoltre lettere di ignota paternità, e Goron non riuscì a far luce sull'identità di una corrispondente chiamata Octavie. Scoprì altri domicili e ulteriori pseudonimi di Renard, nonché le tracce di molteplici furti. In quelle pagine, descrive una rete attiva tra Parigi e Londra, ma molte delle sue conclusioni restano quelle del poliziotto che riordina i propri ricordi. Riferisce in particolare che la banda aveva colpito a Rueil e in diverse altre città, e che Renard aveva piazzato proventi di furti attribuiti ad anarchici. La narrazione distingue accuratamente questo sfruttamento commerciale da qualsiasi comprovata adesione politica.
Alle udienze, Renard scherzò sul proprio talento nell'impersonare un commissario. Goron riferisce che fu condannato a vent'anni di lavori forzati e spedito nella Guyana. Renard riuscì poi a evadere e scrisse all'antico capo della Sûreté per contestare un'accusa formulata contro di lui al processo; Goron trascrisse quella protesta senza confermarla né confutarla. I portinai di Parigi, dal canto loro, dovettero subire a lungo un'altra conseguenza: quando un vero commissario si presentava per una perquisizione, non pochi gli replicavano che la commedia era fin troppo nota. L'impostore se n'era andato; la sua parodia della legge aveva lasciato dietro di sé una duratura, ostinata diffidenza.
