Ai piedi dell’altare, Marie Delorme avrebbe pronunciato un no. Il sacerdote tirò tuttavia innanzi con il rito, e la giovane donna, colta da sfinimento, fu trascinata sino al registro che le fu fatto firmare. Quella scena, tramandata dalla memoria del suo difensore, sarebbe divenuta il nodo d’un processo in cui ogni gesto poteva prestarsi a un duplice senso: il silenzio, la firma, il convito, poi la fuga. Dieci anni più tardi, la giustizia avrebbe lasciato sussistere il matrimonio; non ci avrebbe però lasciato alcuna certezza su quanto si fosse consumato nella casa di Saint-Cloud.
Marie era nata nel 1709. Sua madre era passata a seconde nozze con Dupin nel 1716, ed era sotto il tetto del patrigno ch’ella era cresciuta. Non possedeva beni propri. Dupin aveva provveduto alla sua educazione e le aveva promesso, stando alla relazione, una dote cospicua. Quando scelse per lei Rapally, tesoriere di Francia, l’accomodamento parve conciliare gl’interessi di entrambe le famiglie. Il futuro sposo prometteva una rendita annua e l’universalità dei suoi beni alla morte; Dupin si obbligava a versare duecentomila lire di dote.
Ma Marie quell’uomo non lo voleva. Sulle prime non le si presentò Rapally sotto le sue vere generalità, né come il pretendente prescelto. La narrazione riferisce che le si parlò d’un medico di nome La Grange, ammogliato e padre di famiglia, per saggiare la sua inclinazione. Allorché ella comprese chi fosse l’uomo, il suo rifiuto rimase inflessibile. Il patrigno e la madre tirarono nondimeno innanzi con i preparativi. Le carte correvano; il patto finanziario prendeva forma; l’obbedienza pretesa dalla fanciulla era parte integrante del negozio.
Il contratto fu siglato il 5 settembre 1726. Le versioni delle parti divergeranno in seguito sul modo in cui l’atto le fu sottoposto. Il patrono di Marie sosterrà che la scrittura fu letta in sua assenza e che la si fece entrare soltanto per apporre la firma, quasi che il suo assenso fosse scontato. Rapally ribatterà ch’ella aveva preso parte ai festeggiamenti allestiti per l’occasione. Pochi giorni appresso, il 9 settembre, le famiglie celebrarono i fidanzamenti. La giovane contava sedici anni, prossima ai diciassette, e si trovava al centro d’un affare condotto da adulti che discorrevano di dote, di patti e d’avvenire.
La cerimonia nuziale si celebrò nella chiesa di Saint-Eustache, a Parigi, sul far del giorno. Il racconto della costrizione proviene qui dalla memoria dell’avvocato Terrasson, patrocinatore di Marie. A suo dire, le porte furono serrate per impedire l’ingresso ai testimoni; quando il sacerdote pronunciò la rituale interrogazione, ella rispose no. Il patrigno l’avrebbe incalzata a dire sì. Ella sarebbe rimasta muta, per poi cadere svenuta, prima d’essere condotta a sottoscrivere l’atto. La relazione avverte che tale quadro è quello tracciato dal difensore della ricorrente; non costituisce l’accertamento imparziale di ogni singolo dettaglio.
Rapally ne propose un altro. Il suo difensore, Cochin, sostenne che Marie aveva assistito alle feste, mostrandosi lieta il giorno delle nozze, aveva tenuto la mano dello sposo durante la benedizione e firmato il rogito senza opporsi. Ammise una resistenza alla consumazione del matrimonio, ma la imputò al pudore d’una novella sposa. Asserì che i primi giorni erano trascorsi in perfetto accordo e che la discordia era divampata soltanto dopo la partenza di Rapally per Parigi. Negli scritti d’ambo i legali, i medesimi indizi — una veste, un silenzio, una firma — mutavano di segno a seconda della penna che li narrava.
Terminata la cerimonia, Marie avrebbe cercato d’isolarsi. La difesa di Rapally descriverà al contrario una sposa che aveva danzato e preso parte al banchetto. A detta di Terrasson, la madre la fece condurre nella camera nuziale con l’aiuto di due cameriere. Marie si dolse d’un malessere e pregò che il marito si allontanasse. La cronaca riferisce quindi che gli sposi furono posti insieme a più riprese per cinque notti, senza che la giovane desistesse dal manifestare il proprio diniego. Rapally dichiarerà di non aver incontrato che una comune ritrosia. Tali scene ci giungono attraverso memorie discordanti: illuminano la materia del contendere senza sanare l’antitesi tra le opposte versioni.
Marie riparò tosto in un convento, per poi instare affinché il vincolo fosse dichiarato nullo. Il primo giudizio verté sulla libertà del suo consenso. Rapally eccepì ch’ella non era mai stata costretta e che l’azione traeva origine da un’avversione tardiva, forse fomentata dai Dupin. Il proprio tornaconto, sosteneva, non bastava a spiegare la sua opposizione alla separazione: egli difendeva l’onore e la saldezza d’un patto stretto dinanzi a Dio. Terrasson argomentava che la soggezione economica e morale di Marie verso il patrigno aveva per l’appunto reso efficaci le minacce di quest’ultimo.
La prima pronuncia accolse l’istanza di Marie su un punto capitale: ammise l’istruttoria volta ad accertare la violenza allegata all’atto del matrimonio. Rapally interpose appello. Il 6 settembre 1727, una corte parigina riformò la prima sentenza e respinse la domanda di nullità. Marie adì quindi la giurisdizione ecclesiastica di Lione, la quale riaprì la via alla prova, pur espungendo la deduzione secondo cui ella avrebbe risposto «no» durante il rito. Rapally impugnò a sua volta. Le pronunce successive non sciolsero il vincolo; la cronologia della raccolta diviene incerta ove riferisce l’epilogo di questa prima controversia, né par prudente fissarne qui la data precisa.
La vita comune, del resto, non aveva seguito un corso lineare. Marie era partita per Chambéry, in Savoia, mentre il vincolo restava saldo in punto di diritto. Rapally non tentò di ottenerne l’estradizione; intimò piuttosto a Dupin di revocare gl’impegni pecuniari legati alla dote. Dopo una lite durata due anni, Dupin fu condannato a soddisfarli nel gennaio 1730, statuizione mandata ad esecuzione pochi mesi appresso. Una diceria sparse poi la notizia della morte di Rapally in Italia. Marie fece ritorno in Francia, ma trovandolo in vita, riparò nuovamente presso il patrigno, riprendendo il nome di damigella Delorme.
Nel settembre 1733, ella si presentò nondimeno al domicilio del consorte scortata da ufficiali, chiedendo d’immettersi nel possesso in virtù dei propri diritti. Rapally era assente. Rientrato da Genova, le propose una permanenza di sei mesi in convento, onde potersi vedere e valutare se una conciliazione fosse praticabile. Marie ne fu dapprima sdegnata; s’interposero alcuni amici, ed ella prese dimora da lui il 28 gennaio 1734. Il testo riferisce ch’egli vegliò sul suo benessere e che ella parve sensibile a tali riguardi. La quiete non fu scevra d’attriti: i parenti di Marie avrebbero soffiato di nuovo sul fuoco della discordia, ma la fonte poco chiarisce di questo frangente.
Un’ultima lite giudiziaria s’aprì dopo che Marie ebbe accusato Rapally d’averla percosse. Sostenne ch’egli l’aveva ingiuriata, gettata a terra e colpita con violenza, al punto da farle sputare sangue. Si fece visitare da un chirurgo e sporse querela. I referti medici ricordati nella relazione riscontravano ecchimosi alle braccia e presso il petto, suscettibili, secondo l’artefice, di derivare da percosse a pugni o da cause analoghe; non confermavano tuttavia le lesioni al ventre da lei descritte. Rapally negò i maltrattamenti. Il suo patrono eccepì l’assenza di testi e le contraddizioni di Marie, richiamando altresì i suoi pregressi giudizi.
Tale querela diede avvio a una seconda procedura, distinta dalla prima azione di nullità. Con arresto del 21 marzo 1735, Marie fu respinta dalla facoltà di provare le percosse addotte; il 24 aprile 1736, la pronuncia fu confermata in grado d’appello. La fonte non dice che tali violenze furono accertate e poi smentite: la loro prova non fu ammessa. Il vincolo rimase pertanto intatto. La cronaca si chiude senza dirci se i coniugi siano tornati a vivere sotto lo stesso tetto, né quale sorte sia toccata a Marie dopo questi verdetti. Custodisce le versioni irreconciliabili dei congiunti, del marito e della giovane sposa, ma non dirime ciò che il rito giudiziario non valse a chiarire.
