Basta che un uomo rifiuti il proprio nome perché un’udienza si arresti. Il 22 giugno 1819, dinanzi alla corte d’assise, l’imputato principale non acconsente ancora a farsi chiamare Pierre Coignard. Dichiara di essere Pontis, conte di Sainte-Hélène, tenente colonnello. La giustizia ha già stabilito il contrario; possiede una sentenza passata in giudicato, ma egli non cede d’un passo. Il presidente finirà per trovare un accomodamento: lo chiamerà «primo accusato». Si può dunque proseguire il dibattimento senza pretendere questa prima concessione dall’uomo che si sta giudicando.
Un anno prima, la medesima questione aveva occupato varie sedute. Prima di stabilire che cosa quell’ufficiale avesse commesso, bisognava accertare chi fosse. Le carte deponevano per il conte, i testimoni per il galeotto. E la difficoltà non si riduceva allo smascherare, sotto un’uniforme, un individuo incapace di portarla. Chi comandava aveva realmente servito sotto le armi. Alti gradi ne lodavano il coraggio e l’ingegno militare. La condotta sui campi di battaglia gli offriva una difesa ben più solida di una particella nobiliare: uomini d’onore erano rimasti soddisfatti di lui.
L’esistenza che l’accusa faceva riaffiorare cominciava a Langeais, nella casa di un vignaiolo. Pierre Coignard era destinato al mestiere di cappellaio; aveva poi imbracciato il fucile. Una condanna per furto lo aveva spedito al bagno penale per quattordici anni. Evaso da Tolone nel 1805, secondo le risultanze dibattimentali, aveva riparato in Spagna. Lì si apriva quella seconda vita che, per la difesa, era la sola e vera: servizi prestati all’esercito, promozioni, infine il rientro in Francia. Sotto il nome di Pontis, il fuggiasco era divenuto un ufficiale superiore.
Occorreva tuttavia dare dei natali al conte. Impresa ben più ardua che procurarsi una divisa. Negli anni di guerre e continui spostamenti, gli assenti non mancavano; i registri parrocchiali, invece, esigevano spiegazioni. A Saint-Pierre-Duchemin, un sindaco ricevette missive volte a rintracciare un atto di battesimo. Poiché la registrazione non esisteva, il mittente suggerì di supplirvi con dichiarazioni testimoniali, promettendo favori. Messo a confronto con tali lettere, l’imputato ammise di averle vergate. Riguardavano, spiegò allora, suo fratello.
Soissons offrì un altro appiglio: archivi distrutti da un incendio, il vago ricordo d’un fanciullo venuto alla luce in una locanda. Un atto di notorietà rogato innanzi a un notaio conferì veste amministrativa a quella nascita. L’ufficiale possedeva ormai ciò che il suo difensore poteva esibire in aula: un titolo regolare, corroborato da sottoscrizioni. L’accusa sosteneva che quelle attestazioni fossero state estorte con l’inganno. Ma il documento aveva circolato, schiuso porte, fatto breccia nei registri. Quel medesimo foglio, destinato a provare uno stato civile, si sarebbe mutato più tardi in una prova a carico.
Nel bel mondo in cui si era fatto largo, Pontis incrociava d’altronde relazioni preziose. La consorte di Prévost, già capo divisione al ministero della Guerra, era nata de Pontis: egli le si presentò come parente. Prévost riferì poi di quell’intimità conquistata, dei chiarimenti genealogici, delle visite assidue. Al fianco dell’ufficiale compariva Rosa Marcen, una spagnola che egli spacciava per moglie. I titoli passavano così dalle carte alle conversazioni, e dalle conversazioni all’accoglienza nei salotti. Non si chiede ogni mattina l’estratto di nascita a un cugino ricevuto la sera innanzi.
Fu proprio una conoscenza di tutt’altra natura a mandare in frantumi quella quiete. Un antico forzato riconobbe l’ufficiale durante una rassegna militare e ne informò la polizia. Dopo un primo arresto, l’uomo riuscì a fuggire di nuovo. Nel maggio del 1818 cadde un’altra volta nelle mani delle guardie. Il giudizio sull’identità si aprì il 2 luglio. Non tutti i testimoni lo riconobbero. Taluni ricordi vacillavano; un vecchio impiegato della galera gli attribuì persino il nome di Alexandre. Per Dupin il Giovane, incaricato della difesa, quelle esitazioni pesavano quanto le certezze di quanti affermavano di sapere.
Uno spettatore, Viguier, recò una testimonianza di specie differente. Aveva alloggiato Coignard; questi aveva tenuto a battesimo sua figlia e gli doveva ancora del denaro. La moglie di Viguier confermò il riconoscimento all’udienza successiva. L’imputato pretese che si verificassero le firme, i connotati, fino allo stato della propria dentatura. Non permetteva che le memorie si accordassero senza sottoporle a vaglio serrato. Il suo patrono contestava inoltre i metodi della polizia: prima dell’udienza, Vidocq aveva condotto la donna Viguier in carcere per un confronto all’americana che la difesa denunciava come illegittimo.
La difesa cercava allora in Spagna testimoni capaci di sovvertire l’intera cronologia. Se il conte aveva militato nella penisola iberica mentre Coignard era ai ferri, i due uomini non potevano essere la medesima persona. Un ecclesiastico credeva di averlo scorto laggiù, ma non seppe precisare la data decisiva; un altro teste lo conosceva soltanto dal 1812. Tali riscontri confermavano una presenza oltre i Pirenei, senza tuttavia sancire l’impossibilità materiale invocata. L’imputato rammentava ai testimoni case, relazioni, conversazioni. Gli occorreva ben più di qualche persona che si ricordasse di lui: gli servivano memorie abbastanza remote da fungere da alibi. La corte concesse rinvii alla difesa; le udienze si protrassero dal 2 al 10, poi fino al 20 luglio.
Poteva il corpo dirimere ciò che i volti rendevano fallace? Dupin esibì il foglio segnaletico del forzato, opponendone la statura, i segni particolari e le cicatrici a quelli del proprio assistito, sollecitando la perizia d’un medico legale. L’accusa replicò producendo altri elenchi segnaletici, a loro volta discordi: la loro intrinseca imperfezione, si eccepì, precludeva di trarne la prova sperata. Una lettera intercettata compromise ulteriormente la linea difensiva. Indirizzata ad Alexandre Coignard, indicava quali testimonianze procacciarsi per collocare l’imputato in Spagna prima dell’evasione. Egli sostenne che mirava unicamente a far emergere la verità.
Il 20 luglio 1818 l’identità fu dichiarata accertata. La vecchia condanna doveva essere eseguita; i nuovi fatti sarebbero stati oggetto di una distinta istruzione. Il conte protestò. Undici mesi più tardi, quando ricomparve alla sbarra assieme a sette coimputati, la sua protesta non era mutata. Eppure, il terreno dello scontro si era spostato. Non bastava più dimostrare il ritorno d’un condannato sotto un nome illustre: occorreva provare falsi e furti, distinguere le condotte dei singoli, seguire la traccia degli oggetti e delle testimonianze fino alle estreme conseguenze.
Un bracciale offrì allora un riscontro meno controvertibile della sovrapposizione di due memorie. La signorina Lefebvre esibì la parte rimasta in suo possesso; il fermaglio combaciava esattamente con l’altra metà custodita tra i corpi di reato. Giudici e giurati constatarono la perfetta giunzione. Altri effetti personali furono riconosciuti, in particolare dal generale spagnolo Marty. Coignard chiamò in causa un venditore, tale Rodrigo, che non era in grado di far comparire. Il suo difensore Millot rammentò che la detenzione di refurtiva non bastava, di per sé, a dimostrare la commissione materiale del furto. La difesa risaliva con pazienza ogni gradino che l’accusa pretendeva di scavalcare d’un sol balzo.
I racconti più perentori dell’istruttoria perdevano talora di nitore. Sergent de Champigny si mostrò meno risoluto circa gli oggetti che pure aveva inizialmente riconosciuto. Il pubblico ministero lasciò cadere il capo d’accusa relativo al furto con scasso nella sua dimora. Anche gli spari esplosi all’atto dell’arresto accesero il dibattito: Coignard sosteneva di aver risposto al fuoco; la guardia ferita alla mano non si era presentata a deporre. Il procuratore rimise alla giuria la valutazione sul tentato omicidio, ritenendolo non sufficientemente provato. L’uomo poteva aver usurpato un casato senza che, per questa sola colpa, ogni imputazione divenisse ipso facto fondata.
Anche Rosa Marcen dispose d’una difesa autonoma. Potevano le sue visite al generale Marty configurarsi quali atti preparatori d’un furto? Ella ne fornì tutt’altra spiegazione. Dupin, che ora l’assisteva, dimostrò come ella ignorasse la provenienza dei gioielli ricevuti e rimanesse estranea ai disegni del compagno. Il 26 giugno, dopo cinque giorni di dibattimento, la giuria la mandò assolta. Furono parimenti assolti Laurence Laurent, Lenormand, Soffiet e Carette. Pierre Coignard fu riconosciuto colpevole di falso e di diversi furti, ma non di tentato omicidio volontario. Lexcellent riportò cinque anni di reclusione. Alexandre Coignard, dichiarato colpevole di tentato furto con violenza, fu condannato, al pari di Pierre, ai lavori forzati a vita.
Per Rosa, Carette e Soffiet, tuttavia, l’assoluzione non spalancò subito le porte del carcere. Una nuova imputazione pendeva sul passaporto procurato a Coignard durante la latitanza. Il 17 luglio, il tribunale correzionale dichiarò non provato che avessero agito con consapevolezza e ne ordinò la scarcerazione. Restava il ricorso dei due fratelli: il 31 luglio la loro condanna fu confermata. Coignard aveva tentato di salvare il proprio nome fino all’istante in cui si trattò di salvare la propria libertà. La corte gli negò l’uno e l’altra. Ma quanti uscirono indenni da quei processi recavano con sé un verdetto altrettanto perentorio: aver vissuto all’ombra del sedicente conte non bastava a condividerne la pena.
