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Giustizia e scandali · Jersey (Isole Anglo-Normanne)

Il mattone di Saint-Hélier

Jersey, settembre-ottobre 1829. Una giuria di Saint-Hélier dichiara Philip George Jolin colpevole dell’omicidio del padre il 24 settembre; dopo l’istanza per ottenere il beneficio del Grand Jury, un’udienza della Royal Court il 28 si conclude con un verdetto unanime e la condanna a morte. I testimoni divergono sul numero di mattoni scagliati e sullo stato d’ebbrezza del giovane. Jolin viene giustiziato il 3 ottobre.

A Saint-Hélier, lunedì 7 settembre 1829, una lite domestica traboccò in strada. Alcuni testimoni videro il padre inseguire il figlio; pochi minuti dopo, il padre giaceva a terra ferito al capo e il figlio si allontanava. Il resoconto dato alle stampe a Jersey accosta sguardi parziali, parole riferite e due versioni discordanti sul numero di mattoni scagliati.

Jolin aveva ventun anni e lavorava come fabbro. Suo padre, Philip Jolin, soffriva di gotta e, stando al chirurgo che lo aveva in cura, versava in salute precaria. Tuttavia il medesimo medico, E. F. Dickson, attribuì senza esitazione la morte alla lesione patita quel giorno. Chiamato tra l’una e le due del pomeriggio, trovò il ferito coperto di sangue. Fasciata la piaga, lo lasciò riprendere i sensi; quando fece ritorno quaranta o cinquanta minuti più tardi, l’uomo era spirato. L’esame del cranio rivelò un copioso spandimento di sangue sul cervello. Dickson ne fece la causa immediata del decesso, e il chirurgo di marina William M’Doual confermò che un colpo aveva reciso un vaso sanguigno.

Il resoconto giudiziario scandisce due momenti distinti. Giovedì 24 settembre, una giuria di Saint-Hélier dichiarò Jolin colpevole; egli richiese allora il beneficio del Grand Jury. Lunedì 28 fu condotto nuovamente dinanzi alla Royal Court, di cui lo stampato riferisce l’udienza e le deposizioni che ne seguirono. Esse appartengono dunque a questo secondo grado del giudizio, non alla giuria iniziale. Il testo non chiarisce la specifica portata giuridica di tale istanza; precisa invece che la giuria riunita il 28 rese un verdetto unanime di omicidio e che la corte pronunciò poi la pena capitale.

La prova materiale dell’atto poggiava su quanti avevano scorto, a frammenti, la contesa. Jane Le Maistre, escussa all’udienza, affermò d’aver visto il padre inseguire il figlio, il quale piangeva come in procinto di colpire. Riferì che il padre gli aveva promesso di fargliene vedere delle altre al suo ritorno. Poco dopo, Jolin ricomparve con dei pezzi di mattone. Malgrado le suppliche della donna, stando alla sua deposizione, egli ne scagliò uno che colse il padre alla testa, per poi darsi alla fuga. Il padre era adirato; la testimone si era chinata per scansare il colpo.

Thomas Bertram, quindicenne, narrò una sequenza più violenta e protratta nel tempo. Aveva visto il figlio uscire di casa in lacrime, incalzato dal padre, che diceva di volerla «far finita» con lui. Jolin si sarebbe diretto verso una catasta di mattoni, ne avrebbe afferrato uno spezzandolo a metà, per poi tornare sui propri passi verso il genitore. Bertram disse d’averlo supplicato di non tirare quei frammenti; il giovane lo minacciò allora di scagliarli contro di lui se non si fosse scostato, quindi li lanciò contro il padre. Uno lo percosse al capo, facendolo crollare a terra. Jolin gli avrebbe gridato: «Adesso rialzati», prima di andarsene. Bertram lo riteneva ubriaco.

Mary Le Riche, che osservava da una finestra vicina, vide il padre inseguire il figlio e udì minacce reciproche; scorse Jolin raccogliere un mattone, ma non vide il seguito. Thomas Thornton aveva udito del trambusto e visto padre e figlio litigare. Notò poi il giovane prendere un mattone per mano, tornare indietro, e ripassare qualche istante dopo a mani vuote, mangiando una mela. Non seppe dire se fosse ebbro. Al contrario, Edward Le Feuvre asserì d’averlo visto ubriaco già prima delle otto del mattino; più tardi, Jolin si sarebbe presentato alla sua bottega raccontando che il padre lo aveva percosso, ma che lui lo aveva atterrato a sua volta, e che aveva «un altro» a cui pensare. Le Feuvre lo descrisse allora come in preda al vino, incapace di intendere ciò che faceva.

Verso le quattro, Philip Winter Nicolle, centenier della parrocchia, rintracciò Jolin sui moli dopo aver appreso della morte. Quando gli contestò d’aver ucciso il padre, il giovane rispose, secondo Nicolle, che non ci poteva fare nulla; all’evocazione della forca, scoppiò in lacrime. Nicolle lo condusse in prigione e avvertì il procuratore del re affinché fosse disposta un’inchiesta sul cadavere. I testimoni intervenuti per prestare soccorso, Thomas Hinchliffe e James Clark, descrissero poi il rinvenimento del ferito, che perdeva abbondante sangue dal naso e dalla bocca. Diversi astanti avevano udito soltanto le grida o aiutato a sollevare il padre.

Ma il dibattimento non si esauriva nel gesto fatale. I testi citati a discarico di Jolin delinearono una vicenda domestica che l’accusa non poteva ridurre al solo frangente della strada. Philip Manuel, già capitano del brigantino Pelican, conosceva il giovane per averlo avuto come marinaio. Dichiarò d’averlo visto bere con gli altri mozzi e d’aver saputo che voleva gettarsi in mare; aggiunse soprattutto d’aver visto il padre percuoterlo. Quattordici mesi prima, a detta di Manuel, il vecchio Jolin lo aveva colpito alla testa con una sbarra di ferro; il figlio, sanguinante, giaceva a terra, mentre il genitore vietava che gli si prestasse soccorso. Manuel sostenne pure d’averlo visto percuoterlo alle gambe.

Philip Aubin, che aveva prestato servizio sul medesimo bastimento, ricordava episodi in cui il giovane era parso «fuori di sé» a Buenos Aires, minacciando di gettarsi tra i flutti. Non sapeva se tali condotte derivassero dall’ubriachezza o da un’alterazione della mente. Philip Jeune raccontò d’averlo visto in collera, come invasato; un giorno, Jolin aveva imbracciato un fucile come per fare fuoco, ma il testimone non seppe precisare se vi fosse stata provocazione né se quello stato dipendesse da un disturbo mentale. Queste memorie remote sollevavano la questione delle sue condizioni psichiche, senza tuttavia dirimerla come avrebbe fatto una perizia medica.

Altre deposizioni corroboravano l’esistenza di maltrattamenti. Margaret Collas riferì d’aver udito la madre invocare aiuto e d’aver visto il padre picchiare il figlio con una sbarra di ferro; affermava che spesso lo privava del vitto. John Case, compagno di lavoro del padre, ricordava colpi vibrati con un martello o con qualunque arnese capitasse a tiro, di frequente contro il capo. La sua osservazione su un’ardesia raschiata, che riteneva opera del giovane, restava incerta. Philip Binet, presso il quale Jolin era andato a lavorare il 7 settembre, lo credeva ubriaco prima di colazione; saputo che aveva steso a terra il genitore, Binet lo rimproverò esortandolo a cercare un medico. Il giovane si sciolse in pianto.

Il rapporto del coroner, data lettura dopo queste testimonianze, concludeva che Jolin aveva ucciso il padre scagliandogli deliberatamente un mattone alla testa. La corte ascoltò il difensore, il signor Hammond, e quindi il procuratore del re. Dopo un’ora di camera di consiglio, la giuria riunita il 28 settembre lo dichiarò all’unanimità colpevole di omicidio. Non si deve confondere questa decisione con un accertamento medico sulle sue facoltà mentali: i testimoni avevano descritto accessi d’ebbrezza, condotte inquietanti e violenze familiari, ma lo stampato non riferisce che la giuria lo abbia scagionato per vizio di mente. La corte respinse quindi la richiesta di attenuazione della pena, e il Balivo pronunciò la condanna a morte.

Il documento non restituisce una trascrizione stenografica delle parole di Jolin dinanzi ai giudici; riferisce invece che, dopo l’arringa di Hammond, l’avvocato lesse una dichiarazione scritta del condannato. In essa egli ammetteva il delitto, definendolo tuttavia privo di premeditazione, e sosteneva che avrebbe avuto occasioni ben più propizie per sopprimere il padre quando questi, infermo, dipendeva dalle sue cure. Rievocava inoltre i litigi tra i genitori, le percosse e l’alcolismo di cui diceva di essere stato spettatore. Questo scritto costituiva una difesa e un’invocazione di clemenza, non una prova indipendente di ciascuno dei suoi ricordi.

Edward Durell, pastore di Saint-Sauveur, visitò Jolin a partire dal 26 settembre, ossia dopo il verdetto iniziale della giuria di Saint-Hélier, ma prima dell’udienza della Royal Court del 28. Il suo libello, pubblicato poche settimane più tardi, narra diverse visite in carcere e insiste sul ravvedimento religioso del giovane. Durell avverte che i loro colloqui non erano stati registrati per le rime: ne restituiva la sostanza a memoria. Riferisce che Jolin gli parlò il 27 della sua comparizione del 24; tuttavia, gli atti giudiziari a stampa collocano al 28 l’udienza della Royal Court descritta nei dettagli. Il pastore era d’altronde persuaso del pentimento di Jolin e profondamente turbato dalla sua sorte. I suoi quadri d’interno nella cella, i dialoghi riportati e la descrizione di una palingenesi interiore mostrano come il condannato fu accompagnato al patibolo; non devono però essere scambiati per verbali d’udienza né per una diagnosi.

Jolin fu giustiziato sabato 3 ottobre. Per quest’ultima giornata, Durell precisa di non essere stato presente e cita un foglio periodico dell’isola del 6 ottobre. Secondo tale cronaca giornalistica, il condannato lasciò il carcere poco dopo l’una, scortato da circa duecento alabardieri e accompagnato da due ecclesiastici. Salì con passo fermo sul patibolo, parlò alla folla dei pericoli dell’intemperanza e della cattiva educazione, poi lesse un passo del Nuovo Testamento. Il giornale gli attribuisce il riconoscimento della giustizia della condanna e riferisce che dichiarava di morire in pace con il mondo. Dopo l’esecuzione, il cadavere rimase appeso per un’ora e tre quarti; fu quindi ricondotto nella prigione e portato alla sepoltura nella notte del 4 ottobre.

La sentenza chiude la vicenda giudiziaria, senza per questo districare la faida familiare che l’aveva preceduta. Il resoconto fissa un gesto mortale e un verdetto, ma serba pure testimonianze di antiche violenze, di un’ebbrezza dubbia e di sguardi parziali. La fine di Philip Jolin rimane al centro della scena; attorno a essa, le versioni dei fatti non giungono mai a combaciare del tutto.

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Il fascicolo impiega integralmente le 72 pagine dello stampato originale. Il PDF consta di 93 scansioni: frontespizio = p. 1 (scan 14); scan 15 bianca = p. 2; prefazione priva di numerazione visibile = p. 3 (scan 16); pagine a stampa 4–72 in sequenza continua (scans 17–85). Le scansioni successive sono pagine bianche o materiale fuori testo che non aggiunge nulla allo stampato. L'OCR locale è riprodotto pagina per pagina nel file source-integrale.txt; fa fede il facsimile, non l'OCR. Il titolo riporta il nome completo Philip George Jolin; il resoconto giudiziario usa per lo più Philip Jolin, e il testo cita inoltre una dichiarazione sottoscritta «Ph. Geo. Jolin». Durell chiarisce che le sue visite e i suoi colloqui non furono stenografati e che ne rende il senso per sommi capi; il suo scritto è di natura pastorale, mosso dalla convinzione del pentimento del condannato, e non costituisce un verbale neutro. Lo stampato distingue due fasi: una giuria di Saint-Hélier dichiara Jolin colpevole giovedì 24 settembre; a seguito dell'istanza per ottenere il Grand Jury, egli compare nuovamente dinanzi alla Royal Court lunedì 28, dove la giuria emette il verdetto unanime riportato nella cronaca. La corte respinge poi la richiesta di attenuazione e pronuncia la condanna a morte. Il testo non precisa il valore giuridico formale di tale istanza tra le due fasi; il primo verdetto non va confuso con la sentenza definitiva. Durell riferisce che Jolin gli parlò della comparizione del 24, circostanza che non va sovrapposta all'udienza del 28 descritta nei dettagli. L'articolo sull'esecuzione è citato come estratto da un giornale dell'isola del 6 ottobre. Le testimonianze su episodi di squilibrio non equivalgono a un riconoscimento giuridico di incapacità di intendere e di volere.

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