Al mattino del 22 luglio 1819, dopo il sorgere del sole, Marianna Miszewska fu trovata impiccata nella stalla della fattoria di famiglia, a Jastrzembie, nei pressi di Stargard. L'aveva scorta un giovane servo; il marito, Nicolaus, recise la corda e tentò di rianimarla. Il primo esame medico-legale concluse per una morte da asfissia causata da impiccamento, rilevando tuttavia attorno al collo soltanto un solco circolare rossastro. La donna, di circa ventiquattro anni, sembrava dunque essersi tolta la vita. Nondimeno, il racconto del Pitaval precisa che nessun segno di malinconia era mai stato notato in lei, e che Marianna soleva soltanto ripetere di non poter sopportare di essere additata come una strega.
Trascorse un anno prima che un secondo parere medico giungesse a incrinare questa prima lettura. Una perizia richiesta al collegio medico di Danzica, e successivamente alla Deputazione scientifica per gli affari medici di Berlino, giudicò probabile una violenza esterna alla luce delle lesioni riscontrate sul collo. I medici non riuscirono però a stabilire con certezza se fosse stato l'impiccamento in sé a cagionare la morte, o se le lesioni precedenti avessero già ucciso Marianna mentre il laccio serviva unicamente a simulare il suicidio. Nella stalla, il medesimo indizio poteva così essere interpretato come il segno di un gesto volontario oppure come l'atto conclusivo di una messa in scena.
La compilazione colloca i fatti nel 1819, ma non riporta né i verbali completi né le date esatte delle udienze. Indica la vittima come Marianna, nata Prabuda, moglie di un proprietario terriero, e riferisce che nel circondario gravava su di lei il sospetto di stregoneria. Il ritratto fisico è sommario; dell'indole e della vita di lei, il narratore ammette di non ricavare nulla dagli atti. Il testo si apre tuttavia con generalizzazioni sprezzanti sulla popolazione polacco-casciuba della provincia prussiana. Questo pregiudizio appartiene al compilatore del XIX secolo, non a una prova processuale, e non può essere assunto a descrizione corale degli abitanti.
La diceria appariva anteriore alla morte. Stando al racconto, una serva di dodici anni avrebbe confidato a Katharina Zigowska che la padrona era una donna malvagia e una strega. Katharina, che l'estate precedente aveva sofferto di foruncolosi, avrebbe domandato a Marianna se fosse stata lei a trasmetterle quel male. La risposta tramandata — un «sì» che la giovane donna non seppe definire se serio o beffardo — non consente di penetrare le reali convinzioni di Marianna. In seguito, Eva Krainska e sua sorella Victoria Baretzka avrebbero alimentato l'accusa, attribuendo alla donna anche alcune epizoozie che avevano colpito il bestiame.
Al centro della vicenda si trovavano quattro donne. Katharina, cui la corte attribuiva tra i diciotto e i vent'anni, e Josephina Baretzka, di venticinque, erano le due giovani accusate di aver agito nella stalla. Eva Krainska, cinquantacinque anni, era la suocera di Marianna; Victoria, ventiseienne e madre di cinque figli, ne era la sorella. Questa ripartizione dei ruoli scaturiva dalle dichiarazioni raccolte nel corso dell'istruttoria e poi riassunte dal Pitaval. Le due giovani additavano le anziane come istigatrici; le parole di Eva e di Victoria delineavano invece responsabilità di ben altra natura.
Nella versione di Katharina, le due giovani si sarebbero alzate prima degli altri, si sarebbero recate nella stalla e avrebbero atteso che Marianna iniziasse a mungere. Josephina sarebbe entrata per prima per chiederle di guarire il proprio bambino. Ne sarebbe scaturito un alterco: le due donne caddero a terra, Marianna sopra Josephina; Katharina accorse al richiamo dell'amica e trascinò Marianna al suolo. Nella concitazione, disse, credette la vittima morta o svenuta, senza potersene accertare. Ammise poi di averle passato una corda attorno al collo; Josephina, stando a questa prima deposizione, l'avrebbe stretta e avrebbe aiutato a sospendere il corpo.
Josephina fornì una versione analoga ma non coincidente. Descrisse il colloquio circa la malattia del figlio e la colluttazione nella stalla, pur attenuando il proprio ruolo nei gesti estremi. Sostenne di non aver strangolato Marianna né di averle compresso il torace. La cronaca riferisce che entrambe le giovani imputate dichiararono di aver voluto uccidere, ma che ciascuna attribuiva all'altra la parte decisiva dell'azione. Giustificavano l'impiccamento con la volontà di far credere a un suicidio. Erano pur sempre dichiarazioni di accusate, non constatazioni oggettive dei fatti.
Katharina conosceva Marianna da due anni e aveva vissuto sotto il medesimo tetto fino a poco prima della sua morte. Il Pitaval afferma che non vi era traccia di alcuna antica inimicizia tra loro; nemmeno Josephina sembrava nutrire un odio personale. La convinzione che la vittima fosse una strega avrebbe tuttavia reso il delitto ammissibile ai loro occhi, stando alle parole messe a verbale. Una simile spiegazione non cancellava l'intenzione omicida da esse ammessa; chiariva piuttosto il nodo che il tribunale fu chiamato a sciogliere: come qualificare la morte quando le imputate dichiarano di aver voluto uccidere, ma ignorano se Marianna fosse ancora in vita nel momento in cui la appesero alla trave?
Le due donne più anziane furono interrogate separatamente. Eva ammise di aver persuaso Katharina che Marianna fosse una strega e di averla incitata a «renderla inoffensiva», secondo il sunto del compilatore. Riconobbe inoltre di aver indicato il giorno di festa come il momento propizio, quando gli altri abitanti avrebbero ancora dormito. Sostenne tuttavia di aver sollecitato lo strangolamento e l'impiccamento soltanto nel caso in cui Marianna avesse rifiutato di guarire il figlio di Josephina; disse di ricordare a stento di aver promesso in ricompensa un appezzamento di patate. Victoria ammise di aver tenuto discorsi sulla stregoneria e dichiarò di non ritenere peccato uccidere una fattucchiera, ma affermò di aver considerato quel piano alla stregua di uno scherzo.
L'istruttoria riportò alla luce anche vecchie accuse. Una ragazzina di dodici anni, Anna Scharafin, avrebbe riferito che Eva l'aveva incoraggiata a ripetere che la padrona era una strega, ricompensandola con latte e patate. La sua testimonianza non aveva il valore di una deposizione giurata a causa dell'età, puntualizza il testo. Anche un usciere affermò, senza prestare giuramento, di aver un tempo sottoposto Marianna alla prova dell'acqua per saggiare la veridicità di quella voce. Racconti che mostrano come il sospetto serpeggiasse nel vicinato, senza tuttavia provare né la stregoneria né una diretta responsabilità nella morte.
Le dichiarazioni delle quattro donne non rimasero costanti. In appello fu ordinata la riapertura dell'istruttoria dopo che alcune imputate ebbero ritrattato parte delle loro confessioni. Il compilatore aggiunge che diverse ritornarono su tali ritrattazioni a seguito di ammonimenti, mentre minacce o suggestioni di terzi avrebbero ispirato alcune smentite. Egli giudica le due giovani così vulnerabili alla paura e alla speranza da poter essere indotte a dichiarare quasi qualunque cosa; nondimeno considera le loro prime versioni concordanti come schiaccianti. Tale interpretazione rimane propria del cronista. In assenza di verbali integrali, è impossibile verificare come siano state estorte o raccolte le deposizioni e le ritrattazioni.
La perizia medica impediva tuttavia di liquidare il caso con la semplice constatazione di un cadavere impiccato. Per la Deputazione di Berlino appariva oltremodo probabile che le lesioni riscontrate al collo fossero state inferte da mano altrui; ma la causa immediata della morte restava incerta. Marianna poteva essere stata uccisa da quelle lesioni e poi sospesa per mascherare il misfatto; oppure poteva essere stata soltanto tramortita prima dell'impiccamento, cosicché il laccio avrebbe portato a compimento il delitto. La relazione medica lasciava aperte entrambe le ipotesi, astenendosi dall'indicare un singolo gesto come causa indubitabile.
Fu questa seconda ipotesi a costituire il nodo giuridico. Il Senato criminale del Kammergericht di Berlino, interpellato per un parere dal capo della giustizia, ritenne che le due giovani avessero mantenuto l'intenzione di uccidere dal primo assalto sino all'impiccamento. Anche qualora Marianna fosse stata ancora viva quando le fu cinta la gola, l'atto successivo non poteva, secondo tale parere, essere disgiunto dall'aggressione come un mero tentativo di simulare il suicidio. L'opinione giuridica, espressa a maggioranza di voti, raccomandò pertanto la pena di morte per Katharina e Josephina. Non fu tuttavia questa la pena infine comminata loro.
Il giudice d'appello optò per una sanzione più mite: venticinque anni di reclusione in casa di forza per ciascuna delle due giovani. Il Pitaval spiega che la loro credenza nella natura di strega della vittima fu considerata un fattore attenuante della loro imputabilità. Eva Krainska fu condannata a cinque anni di reclusione in casa di forza, mentre Victoria Baretzka fu provvisoriamente assolta in ultima istanza, rimanendo incerto il ruolo esatto ascrittole. La disparità delle pene rispecchiava così la gerarchia materiale dei fatti e il dubbio sulle istigazioni; non mutava però la constatazione che Marianna era morta al centro di una scena la cui causa medica non era mai stata chiarita con certezza.
Il compilatore scelse soprattutto di fare di Jastrzembie un caso di diritto penale: dove finisce l'intenzione, e in quale preciso istante un'azione diviene omicidio consumato? La sua narrazione conserva dettagli concreti — la stalla, il bambino malato, la diceria, le versioni discordanti — ma riconosce al contempo la penuria di notizie sulla vita di Marianna. Le deposizioni e le condanne ci giungono attraverso un volume retrospettivo del 1842, non tramite i verbali originali. Il fascicolo non consente dunque di assumere la voce delle imputate come verità inoppugnabile, né di dirimere il contrasto medico. Lascia soprattutto un vuoto: la voce di Marianna stessa, a eccezione di quell'unica frase tramandata, secondo cui non sopportava più di essere chiamata strega.
