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Giustizia e scandali · Germania (Sassonia/Prussia)

Il nome trovato nel bosco

Nel giugno del 1840, nella foresta demaniale di Schmiedeberg, viene rinvenuto il cadavere di un uomo, a dieci giorni dalla morte. Una compagnia di girovaghi, una fossa e alcuni oggetti riconosciuti indirizzano le indagini verso Joseph Brand, figlio adottivo del defunto. Le sue confessioni mutano per due volte il corso della giustizia: dapprima omicidio preterintenzionale al culmine di una lite, poi delitto premeditato. Una prima sentenza lo condanna all'ergastolo; una seconda sancisce la pena di morte. La cronaca riferisce che l'uomo si spense in carcere prima dell'esecuzione.

La sera del 29 giugno 1840, la guardia forestale Scheinert e il suo aiutante battevano la selva demaniale di Schmiedeberg quando un lezzo nauseabondo li spinse, a sei passi dal sentiero, verso una radura di giovani pini. In un avvallamento giaceva un corpo, quasi interamente celato da terra e rena. Un cane nero dalle zampe brune pareva averne raspato la superficie prima di darsi alla fuga al loro sopraggiungere. I primi adempimenti dell'inchiesta furono quelli imposti da ogni ritrovamento anonimo: convocare i magistrati, dissotterrare la salma, rilevare le ferite e catalogare minuziosamente quanto giaceva accanto ad essa.

I periti necroscopi constatarono una frattura del cranio e un fendente profondo alla gola. Ciascuna di queste lesioni era, a loro giudizio, sufficiente a cagionare la morte. Il cadavere era avvolto in un drappo di lino verde serrato da una cinghia di cuoio; recava ancora gli abiti indosso, e diversi arnesi erano sparsi vicino alla buca. La putredine del volto precludeva già qualsiasi riconoscimento visivo. Il complesso degli indizi condusse a una carovana di saltimbanchi e girovaghi che aveva stazionato nei dintorni pochi giorni prima. Risultò chiaro che quel corpo aveva viaggiato con la carovana prima di essere gettato nella boscaglia.

La prima persona in grado di dare coerenza a quegli indizi fu Marie Magdalene Heinrich. Fermata molti mesi dopo a Francoforte, ammise di essersi aggregata alla compagnia di Christian Brand, di sua moglie e dei loro figli. Fece il nome di Joseph, il ragazzo cresciuto da Brand, delle due figlie Karoline e Therese, e di Rudolf Wuchinger, compagno di strada. Stando alle sue dichiarazioni, Christian era svanito nella notte tra il 18 e il 19 giugno. L'indomani, Joseph aveva sostenuto che i fratelli Richter avevano ucciso Christian e che uno di loro rispondeva al soprannome di Graf. Il carro era stato poi condotto fino ai boschi di Schmiedeberg, ove era stata scavata la fossa.

La Heinrich non si limitò a vaghe indicazioni. Guidò gli inquirenti lungo la pista percorsa con i girovaghi, indicando con precisione il luogo esatto. Delle radici affioranti, rammentava la donna, avevano impigliato la ruota del carro mentre vi si caricava la salma. Il riscontro sul terreno collimava perfettamente con la narrazione del trasporto. Il carrozzone, le coperte, gli indumenti e le suppellettili dissepolte insieme al cadavere offrirono ulteriori conferme. La vedova Brand riconobbe diversi effetti appartenuti al marito. Anche il cane fu identificato da coloro che ne avevano memoria.

La relazione giudiziaria compendiò tali elementi per asserire che la salma apparteneva senza dubbio a Christian Brand. I magistrati ammettevano che lo sfacelo cadaverico impediva una formale ricognizione da parte del figlio; facevano piuttosto valere una convergenza di prove: il sito indicato dalla Heinrich, i beni personali, i connotati del defunto, un'antica cicatrice alla mano e il tempo trascorso stimato dal chirurgo coincidevano con la sparizione di Christian. L'identificazione non derivava dunque dal riconoscimento delle fattezze, bensì dalla combinazione rigorosa di cose, luoghi, descrizioni e tracce corporali.

L'istruttoria si allargò man mano che i nomi rimbalzavano tra stazioni di posta, locande e cancellerie. Nel marzo del 1841, un uomo tratto in arresto nel Granducato di Baden sotto le false generalità di Johann Blum fu identificato per Joseph Brand. Con lui viaggiavano le due giovani sorelle. Documenti contraffatti e continui passaporti avevano celato la loro vera identità, ma gli ufficiali non tardarono a riconoscere i fanciulli ricercati. Le autorità disposero l'estradizione di Joseph, delle ragazze, del carro e dei beni sequestrati verso la Prussia. La pista dei fratelli Richter, che Joseph aveva inizialmente additato come assassini, perse ogni consistenza: non si reggeva che sulle sue sole parole.

Dapprima Joseph respinse ogni addebito. Per tre settimane di serrati interrogatori sostenne che i Richter avevano percosso il padre e che egli si era limitato a interrarne le spoglie. Gli inquirenti gli misero davanti gli oggetti estratti dalla terra, confutando le sue versioni con la cronologia degli spostamenti del gruppo. Il 29 maggio, dopo essere stato messo a confronto con due operai che avevano aiutato a movimentare il corpo avvolto nelle coltri, chiese di conferire con il magistrato istruttore. Confessò di aver ucciso Christian, adducendo però una colluttazione: il padre lo avrebbe percosso, egli avrebbe afferrato un bastone sferrando un colpo solo, senza intenzione omicida. Ammetteva poi di avergli reciso la gola e di averne occultato il cadavere.

Questa prima confessione mutò l'asse del processo senza tuttavia chiuderlo. Nel maggio del 1842, il tribunale di Naumburg condannò Joseph per omicidio preterintenzionale alla reclusione perpetua. Marie Heinrich fu assolta dall'accusa di favoreggiamento e di concorso nella spartizione dei proventi. Le due sorelle, ancor fanciulle, non furono perseguite; Wuchinger fu ritenuto estraneo al delitto. Joseph accolse inizialmente con sollievo una pena che gli risparmiava il patibolo. Ai primi di luglio fu tradotto nella casa di correzione di Halle.

Circa dieci settimane dopo il suo arrivo, ritrattò una parte sostanziale delle sue deposizioni. Affermò che Christian Brand era il suo vero padre, che il suo autentico cognome era Dilany e che l'uccisione era stata premeditata. La nuova versione spostava il delitto dalla rissa al sonno: Joseph avrebbe atteso che la carovana si addormentasse, avrebbe colpito il genitore al capo più volte con un ciocco di legno, vibrandogli poi un fendente di sciabola alla gola. Spiegò di aver covato per giorni il proposito di uccidere, imputando tale risoluzione alla condotta brutale del padre e alla sua ferma opposizione all'unione con la Heinrich.

Si aprirono allora due ordini di questioni. Il primo riguardava la veridicità di una simile confessione. La difesa sostenne che la reclusione era divenuta per lui insostenibile e che egli si era autoaccusato di un delitto premeditato unicamente per accelerare la propria morte sul patibolo. La sentenza replicò esaminando il momento della ritrattazione, il rigore carcerario, l'istruzione religiosa ricevuta e le confidenze rese al pastore di Halle. Il compilatore del Pitaval sposa in larga misura questa tesi, ma la sua narrazione intreccia gli accertamenti del fascicolo con una lettura morale della conversione e del rimorso di Joseph: valutazioni morali che non vanno confuse con un documento certo del suo animo.

Il secondo nodo investiva la filiazione. Joseph dichiarava ora che Christian era il suo padre carnale, Wenzel Dilany, e che il casato dei Brand era fittizio. La vedova Brand aveva in un primo tempo giurato che Joseph era suo figlio; poi si era rimangiata la parola, dichiarando che era stato accolto da bambino, partorito da un'altra donna. Le carte di famiglia erano svanite. Le verifiche nei registri di Nancy smentirono la prima data di nascita addotta da Joseph; un atto reperito in Boemia presentava analogie con la sua vicenda, senza tuttavia permettere una prova certa dell'identità. La corte lasciò nell'ombra l'origine biologica, attenendosi al vincolo di paternità adottiva con cui Christian lo aveva cresciuto e registrato presso le autorità.

I medici furono nuovamente interpellati per riscontrare la prima versione sulle lesioni del cadavere. La frattura cranica e le ferite al volto, secondo la nuova perizia, non potevano dipendere da una percossa isolata. Si rendevano necessari colpi ripetuti; il fendente inferto alla gola risultava compatibile con la postura di un uomo già abbattuto e riverso. La quantità di sangue perduto suggeriva inoltre una successione probabile dei colpi. L'esame autoptico confortava l'ipotesi più grave, senza però dirimere da solo l'elemento dell'intenzione. Il tribunale si fondò altresì sulle mutevoli parole di Joseph, sull'aver tenuto pronto un bastone nascosto accanto al giaciglio e sulle manovre compiute per far sparire il corpo.

La corte di Naumburg pronunciò la sua seconda sentenza il 10 aprile 1844. Riconobbe Joseph Brand-Dilany colpevole di omicidio premeditato nella persona del padre adottivo e decretò la pena capitale, secondo il rito descritto negli atti. La sentenza, notificata a maggio, non poté tuttavia trovare compimento. Joseph pativa da lungo tempo di tisi polmonare; si spense nel carcere di Eilenburg l'11 agosto 1844. Gli atti a stampa non narrano dunque un supplizio, ma una condanna la cui esecuzione fu vanificata dal decorso del male.

Lungo quel sentiero tra i boschi, ciò che pareva essere soltanto un tronco d'uomo senza nome aveva rimesso in moto oggetti, memorie e narrazioni tra loro inconciliabili. Un carro riconosciuto, una radice che arresta una ruota, stracci tratti da una fossa: l'istruttoria seppe far parlare le cose mute. Eppure non dissipò ogni ombra. L'uomo sepolto fu ricondotto a Christian Brand attraverso una trama di indizi; Joseph fu prima condannato per una rissa finita nel sangue, poi per omicidio premeditato dopo aver cambiato confessione. Tra queste due sentenze restano i quesiti che la cronaca non può sciogliere: che cosa il figlio sapesse della propria nascita, quale disegno lo avesse mosso prima di quella notte, e quanto, nella sua ultima confessione, appartenesse alla verità o all'interpretazione dei giudici.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Il capitolo di Der neue Pitaval si presenta come la trascrizione pressoché letterale di una sentenza trasmessa dal direttore criminale Redlich. Il testo distingue tra deposizioni successive, testimonianze, perizie mediche e dispositivi dei due giudizi. La fonte esaminata è un OCR integrale del testo originale, privo di collazione visiva.

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