Vi sono processi che non si esauriscono con la lettura del verdetto. La giuria scioglie il quesito impostole dalla legge; ma, quando il condannato è destinato alla forca, il carcere muta a sua volta in luogo d’indagine, e medici, magistrati e ministri tornano a domandarsi se l’uomo che hanno giudicato possa dirsi ancora padrone delle proprie azioni. La vicenda giudiziaria di George Victor Townley, celebrata a Derby nel dicembre del 1863, non fu soltanto il referto d'un delitto consumato sul ciglio d’una strada campestre. Divenne una contesa pubblica sui confini tra colpa, follia e prerogative della grazia sovrana.
Townley conosceva Elizabeth Goodwin da diversi anni. Secondo la relazione retrospettiva pubblicata nel 1864 dai redattori del Journal of Mental Science, il legame durava da oltre un triennio, sebbene il dissesto economico e l’assenza d’un impiego stabile da parte dell'uomo ne ritardassero le nozze. Il 14 agosto, Elizabeth gli inviò una lettera per rompere il fidanzamento. L’opuscolo asserisce che la giovane si fosse invaghita d’un ecclesiastico ospite a Wigwell Grange, dimora del nonno materno, il capitano Goodwin; precisa tuttavia come ella adducesse, quale motivo formale, l’opposizione di quest'ultimo. Sono dettagli tramandati da medici scesi in campo per sostenere una controversa tesi clinica: non è la voce viva d’Elizabeth, le cui lettere, consegnate al capitano e poi date alle fiamme senza essere lette, non possono più testimoniare.
Townley pretese un ultimo colloquio. Dopo un primo assenso, la giovane gli avrebbe intimato di desistere, avvertendolo che avrebbe lasciato la tenuta per un tempo indefinito. Il 20 agosto, Townley raggiunse Derby e vi trascorse la notte in albergo. All’indomani prese il treno per il vicino borgo di Whatstandwell, incamminandosi poi verso la residenza. Lungo il tragitto fece visita al reverendo Harris, amico di famiglia. Stando alla cronaca del 1864, Townley parlò della rottura con insolita compostezza, affermando di non voler recare disturbo a Elizabeth. Harris lo esortò a raggiungere Wigwell Grange. L’uomo vi giunse verso le diciassette e quaranta, chiese d’incontrare la fanciulla e uscì con lei verso il giardino.
Rientrarono separatamente, per poi uscire di nuovo. Tra le otto e le nove di sera, un bracciante udì dei lamenti lungo Wigwell Lane. Elizabeth avanzava a stento reggendosi al muro di cinta, il volto e la parte anteriore dell’abito madidi di sangue. Gridò che un uomo l'aveva sgozzata, implorando d'essere ricondotta a casa. Townley sopraggiunse e confessò al lavoratore di averla colpita. La sorresse, la chiamò «povera Bessie» e disse che non avrebbe dovuto essergli infedele. Quando dovettero adagiarla al suolo, cercò di tamponarne l'emorragia; poi, credendola ormai spirata, si chinò a baciarla. Era morta. Presso il cancello, al cospetto del capitano Goodwin, ammise nuovamente il fatto e dichiarò, secondo l’opuscolo, che la donna che tradisce merita la morte.
Al dibattimento i fatti materiali non furono contestati. La difesa non negò l'accoltellamento; sostenne che Townley non fosse imputabile a causa del suo stato mentale. Una zia riferì di turbe nervose in un ramo collaterale della stirpe. La madre descrisse l'esaltazione parossistica che aveva colto il figlio dopo la missiva di rottura. Il nodo cruciale verteva sulle perizie d'ufficio, ma l’alienista Forbes Winslow aveva esaminato Townley soltanto tre mesi dopo il fatto, per poi rivederlo alla vigilia del processo. Il medico scorgeva i sintomi dell’alienazione nella pretesa del prigioniero che la giovane fosse sua esclusiva proprietà e nella persuasione incrollabile d’un complotto ordito ai suoi danni.
L'11 e il 12 dicembre Townley comparve alle assise di Derby con l'accusa di omicidio volontario. Il magistrato giudicante, il barone Martin, chiarì ai giurati la regola di giudizio: stabilire se l'imputato intendesse la natura e le conseguenze materiali dell'azione, e se sapesse di commettere un reato. La giuria deliberò in appena cinque minuti, emettendo un verdetto di colpevolezza. Il giudice accolse la decisione e pronunciò la condanna capitale. Lo Spectator, una settimana più tardi, indicò nell'esame testimoniale di Winslow l'elemento più sconcertante dell'udienza, ritenendo privo di consistenza che l'idea d'una cospirazione, manifestatasi dopo molti mesi, potesse attestare la demenza al momento del delitto. Era il parere d’un foglio politico, non una perizia scevra da pregiudizi.
Il giorno successivo al verdetto, il barone Martin prese la penna per scrivere al ministro dell’Interno, Sir George Grey. Riconosceva la condanna come formalmente ineccepibile, ma evidenziava come sia Winslow sia il medico del carcere, James Gisborne, avessero diagnosticato nel recluso una grave patologia mentale in atto. Interpellato da Grey per sapere se egli stesso ritenesse il condannato demente, Martin replicò di non nutrire un convincimento fermo: l'atteggiamento tenuto dall'uomo alla sbarra, assorto a capo chino e quasi muto, non consentiva di trarre certezze. Ritenne tuttavia doveroso un supplemento d’indagine. Tale distinzione governò l’intera evoluzione del caso: Martin non ritrattava la conformità della sentenza; chiedeva di verificare lo stato presente del condannato prima di consegnarlo al boia.
Grey investì della questione la Commissione per la Sanità Mentale. Il parere dei commissari, datato 28 dicembre, presentava un singolare bivalenza: giudicava Townley legittimamente condannato in base ai canoni legali del dibattimento, ma aggiungeva che le sue stravaganti convinzioni, il pervertimento morale e i lamentati precedenti familiari impedivano di considerarlo sano di mente. La commissione non ravvisò un delirio conclamato: la presunta «congiura» apparve loro null'altro che l'esagerazione paranoide d'una reale avversione alle nozze. Nel frattempo, tre magistrati locali e due medici avevano sottoscritto un certificato che attestava l'alienazione del reo. Seguì un secondo certificato, avallato da altri magistrati della contea. Il ministro ricevette tali atti quando l’esecuzione era ormai imminente e concesse la sospensione; sostenne in seguito che la legislazione dell’epoca gli imponesse il ricovero del prigioniero in manicomio giudiziario. La pena, tuttavia, non era ancora formalmente commutata.
La dilazione esasperò gli animi. Quaranta magistrati del Derbyshire insorsero contro la procedura, denunciando che l’accertamento iniziale era stato sollecitato dai difensori di Townley anziché disposto motu proprio dalle autorità carcerarie. L’opuscolo medico del 1864 documenta questa indignazione e l'aspra controversia che ne scaturì; i suoi estensori presero posizione netta contro la perizia di Winslow e contro la presunta nozione di «follia morale» desunta dalla condotta dell'imputato. Dedicarono pagine serrate a dimostrare che la giuria non aveva errato e che i periti avevano preso un abbaglio. Il loro scritto testimonia dei fatti descritti, ma riflette al contempo gli interessi di fazione scientifica e giudiziaria che intendevano salvaguardare.
L'11 gennaio Townley fu tradotto nel celebre manicomio di Bethlem. Sir George Grey incaricò allora un collegio di quattro medici alienisti di sottoporre il condannato a una nuova verifica. Dopo due colloqui clinici, il 28 gennaio i periti conclusero all’unanimità che egli era perfettamente sano di mente. Rilevarono in particolare come l'uomo sapesse bene che la legge punisce l’omicidio e che la sua giustificazione — aver soppresso Elizabeth per «rivendicarla come cosa propria» — costituiva un sofisma difensivo escogitato a posteriori. Questo collegio non intendeva celebrare un secondo processo: rispondeva unicamente del suo stato di mente a Bethlem, molte settimane dopo il fatto di sangue.
L’8 febbraio, Grey illustrò alla Camera dei Comuni la cronologia dell'affare. Riconobbe la sentenza e la condanna capitale, compendiò l'istanza del magistrato, i certificati d'infermità, la sospensione della pena, l'internamento e la perizia definitiva dei quattro luminari. Il governo scelse di commutare la pena capitale nei lavori forzati a vita e di disporre il trasferimento di Townley nel penitenziario di Pentonville. I deputati si divisero aspramente sul concetto giuridico d'insanità, sull'interpretazione delle leggi e sulle disparità di trattamento per censo dinanzi ai tribunali. Taluni giudicavano la grazia uno scandalo privo d'appiglio dopo la conferma della sanità mentale; altri fecero scudo al ministro, appellandosi al dubbio scientifico o professando la propria contrarietà alla pena di morte.
Nessun documento storico consente dunque di ravvisare in questa vicenda un'assoluzione di Townley. La giuria popolare ne sancì la colpevolezza; il giudice tutelò la correttezza del verdetto; due collegi d’esperti giunsero a conclusioni inconciliabili sul suo stato psichico; il ministro scelse, infine, di non far scattare la forca. La giovane assassinata rimase per sempre nell'impossibilità di smentire le parole messele in bocca o di chiarire le ragioni del distacco. Restano agli atti la sentenza, le testimonianze filtrate da cronache di parte e le dispute d'uomini che si contendevano la definizione clinica della follia. Un processo diviene talora celebre perché la giustizia sa pronunciare la sua ultima parola; questo lo divenne perché, dopo averla pronunciata, non smise d'interrogarsi su che cosa avesse davvero sentenziato.
