Stoffe preziose, ormai inservibili per coloro che le avevano rubate, furono strappate e legate alle corna delle capre per distinguere le greggi degli insediamenti pirata. Walter Kennedy scorse questa scena in un’isola delle Bahamas. Aveva già udito i racconti su Morgan e su Avery; la vista di quei broccati ridotti a marchi di proprietà finì di nutrire la sua ambizione di farsi un nome tra i filibustieri. Quell’immagine di ricchezza sperperata e di potere improvvisato lo attirava, senza ancora rivelargli la paura e le privazioni che avrebbero accompagnato una simile esistenza.
Kennedy era nato a Pelican Stairs, nel quartiere di Wapping. Suo padre, fabbro d’ancore, godeva di buona reputazione e diede al figlio la migliore educazione che i suoi mezzi consentissero. Walter si mostrò docile nella prima giovinezza, sebbene già incline, secondo il cronista, a voler salire troppo in alto. Raggiunta l’età per apprendere un mestiere, fu messo a bottega presso il padre. Questi morì prima che l’apprendistato giungesse a termine. I suoi beni rimasero nelle mani della madre e dei fratelli; Kennedy, libero di assecondare le proprie inclinazioni, prese la via del mare.
Servì a lungo su un vascello da guerra durante il conflitto contro la Francia sotto la regina Anna. I racconti dei pirati delle Indie orientali e occidentali attiravano la sua attenzione. Cercava ogni occasione per udirne ancora dai marinai e apprese le principali spedizioni attribuite a quegli uomini, dalle imprese di Morgan fino a quelle di Avery. Il cronista attribuisce a tali narrazioni un peso determinante: Kennedy s’immaginava che un’occasione favorevole gli avrebbe consentito di compiere gesta paragonabili. L’ammirazione di un marinaio mutava così in proposito.
L’occasione parve presentarsi quando navigò con il capitano Woodes Rogers, inviato come governatore alle Bahamas per riprendere l’isola di Providence, allora occupata dai pirati. Questi ultimi si erano trincerati in più punti, apprestando difese e mezzi di sussistenza. Rogers fece pervenire le sue offerte di perdono. La maggior parte si sottomise; altri, risoluti a continuare quella vita, presero la fuga con la massima discrezione possibile.
Assunta la carica di governatore, Rogers armò due sloop destinati al commercio. Li fece equipaggiare con marinai del proprio equipaggio, ai quali si unirono alcuni pirati ravveduti. Kennedy s’imbarcò su uno di questi bastimenti. Non vi rimase a lungo prima di unirsi a una cospirazione di ammutinati: i congiurati volevano impadronirsi della nave, passare per le armi chiunque rifiutasse di seguirli e darsi nuovamente alla pirateria. Il piano riuscì. Dall’altro bastimento presero tutto ciò che ritennero utile e lo abbandonarono alla deriva, giudicandolo troppo lento. Pochi giorni dopo si impadronirono di due navi di stazza tale da rafforzare la loro impresa.
Il sogno di Kennedy assumeva allora la forma di una compagnia organizzata. Stando al racconto che egli stesso rese, i pirati eleggevano un capitano la cui autorità restava circoscritta, tranne in combattimento, dove comandava senza spartizione di potere. Avendo sofferto i maltrattamenti degli ufficiali, intendevano impedire che un solo uomo dominasse il gruppo in ogni circostanza. Istituirono inoltre regole per prevenire i litigi, nominarono ufficiali incaricati di farle rispettare e disciplinarono la spartizione dei carichi catturati. Esigevano persino un giuramento di fedeltà a tali patti. Il cronista scorge in questa disciplina una contraddizione: uomini che calpestavano le leggi divine e umane se ne davano altre per reggere la propria associazione.
Quell’apparenza d’ordine non rendeva la loro esistenza più sicura. A ogni bastimento avvistato, i pirati rischiavano lo scontro e temevano la disfatta. Le prede finivano per lo più nell’ebbrezza a bordo; rari erano i momenti per scendere a terra, poiché le coste della Giamaica, delle Barbados e delle Bermuda erano ormai per loro insidiose. Dopo qualche tempo scelsero come capitano un uomo di nome Davis e decisero di fare rotta verso il Brasile. Speravano di sorprendere una nave portoghese di ritorno in patria, arricchirsi in un sol colpo e abbandonare infine una vita tanto perigliosa.
Avvistarono una flotta di venti navi portoghesi e rischiarono la cattura. Davis approfittò dell’isolamento di un bastimento e lo fece abbordare di notte, senza sparare un solo colpo. I pirati costrinsero il comandante a indicare quale imbarcazione della flotta avesse il carico più ricco. Attaccarono quest’ultima, ma si trovarono ben presto circondati dal resto dei legni portoghesi. Sfuggirono all’inseguimento, non senza aver rischiato di perdere la libertà. Il bottino agognato svanì; la fuga stessa apparve loro già una grazia della sorte.
Si trovarono poi a corto d’acqua. Davis sbarcò con una cinquantina di uomini armati per riempire le botti. Il governatore portoghese del porto comprese di trovarsi di fronte a pirati, ma non si giudicò abbastanza forte da affrontarli apertamente. Inviò piuttosto un invito a Davis, proponendogli di pranzare l’indomani alla fortezza con quanti uomini desiderasse condurre seco. Il capitano, che fino ad allora aveva mostrato discernimento, accettò. Partì con dieci marinai, tutti vestiti dei loro abiti migliori.
Non avevano percorso metà del cammino quando una truppa appostata li assalì con frecce avvelenate. I dardi gettarono a terra i marinai, riferisce la cronaca, a eccezione di Kennedy e di un altro compagno. Riuscirono a raggiungere la cima di un’altura e da lì si gettarono in mare. Una lancia inviata dalla loro nave li trasse in salvo a fatica. L’accoglienza promessa al castello si era mutata in trappola. Due soli uomini fecero ritorno al bastimento dopo quello sbarco.
I superstiti non tardarono a stancarsi delle coste brasiliane. Sulla via del ritorno verso i Caraibi s’impadronirono di diverse prede cospicue, poi decisero di rientrare in Europa per godere delle proprie ricchezze. Il comandante, un irlandese di cui la cronaca tace il nome, volle dirigere la nave verso la propria terra. Una tempesta si levò al largo della costa settentrionale d’Irlanda e spinse il bastimento verso la Scozia, dove fece naufragio. Kennedy possedeva allora una considerevole quantità d’oro; la scialacquò, o gli fu sottratta, nelle Highlands. Passò quindi in Irlanda, ridotto in miseria, per poi imbarcarsi infine verso l’Inghilterra e raggiungere Londra.
Lì fu riconosciuto da persone il cui bastimento era stato catturato dall’equipaggio di cui aveva fatto parte. Lo fecero arrestare. Dopo una lunga detenzione, fu processato per pirateria durante una sessione dell’Ammiragliato all’Old Bailey e condannato insieme a John Bradshaw. Il cronista rammenta che queste cause sottostavano a una procedura speciale, dinanzi a una commissione che affiancava il giudice dell’Alta corte di ammiragliato ai magistrati ordinari; un remo d’argento, insegna di tale giurisdizione, era posato sul tavolo. Kennedy fu giustiziato nel luglio del 1721 a Execution Dock.
Bradshaw ottenne una sospensione della pena che lo destinava alla deportazione nelle colonie d’America. Kennedy se ne rallegrò più di quanto si sarebbe rallegrato per se stesso. Riteneva che l’esilio oltreoceano lo avrebbe probabilmente tentato di riprendere la vita d’un tempo, anziché redimerlo. Dopo i pericoli, la rovina e l’arresto, la morte gli appariva meno temibile del ritorno all’esistenza che si era scelto.
Condotto al patibolo su una carretta, vide il remo d’argento portato dinanzi a sé. Fece notare all’uomo seduto al suo fianco come i pirati potessero accumulare molto oro e molto argento senza trattenerne abbastanza per le loro estreme necessità: egli stesso, diceva, non possedeva nemmeno di che pagarsi la bara. Walter Kennedy morì a Execution Dock, all’età di circa ventisei anni. Il mare, le navi catturate, i carichi e l’oro non avevano costituito per lui la fortuna durevole che aveva inseguito; dopo il naufragio e la dispersione delle ricchezze, il riconoscimento da parte di un antico avversario bastò a fermarne il corso.
