L’atto d’accusa si apre sull’immagine di una porta scardinata nella notte a Cairne-cowie. Imputa a Patrick McGregour, detto Gilroy, e ai suoi compagni di aver ghermito Alexander Hay e la moglie nella loro casa, di averli trascinati a due miglia dalla loro dimora e di averli trattenuti per due ore. Non li avrebbero rilasciati se non dietro promessa di un riscatto. Il medesimo atto aggiunge che tutti i beni della casa furono depredati. Precisa inoltre che Gilroy avrebbe ammesso tale furto nelle sue deposizioni, attribuendogli altresì la sottrazione di cibo e vettovaglie presso i fittavoli di Innes, protrattasi per diversi giorni e notti.
Un altro sequestro assegna al fascicolo un secondo luogo e una cifra precisa. Alla Candelora, William Dougal di Auchinhove e diversi suoi servitori sarebbero stati condotti via prigionieri. Secondo l’accusa, Gilroy e gli uomini del suo seguito rifiutarono di rilasciarli prima di aver estorto un impegno di duecento marchi. Patrick Glas e John Dow Grant figurano tra coloro che gli atti collegano a tale cattura; il secondo è accusato anche di aver razziato dieci cavalli appartenenti a Dougal. Non è soltanto il valore della refurtiva a inquietare le autorità: il Consiglio qualifica la cattura e il riscatto alla stregua di un’usurpazione del potere regio, poiché taluni uomini si sono arrogati il diritto di imprigionare i sudditi e di fissare il prezzo della loro libertà.
I capi d’imputazione inseriti nel medesimo registro mostrano la miseria minuta che si mescolava a queste imprese. I fittavoli di Sir Robert Innes sarebbero stati costretti a dare alloggio a quegli uomini, fornendo loro cibo, bevande e altre provviste senza compenso alcuno. Un altro articolo concerne quattro galline sottratte alla festa di Lammas del 1635. All’accusa contro Ewin McGregor, detto Accawisch, si ricollegano un cavallo bruno, del formaggio, della tela, un capo di vestiario, una spada, del tabacco e persino dei bordi decorativi per abiti femminili. Questi oggetti non compongono il bottino grandioso di una ballata; restituiscono invece all’atto giudiziario case concrete, proprietari e stagioni.
L’autorità scozzese dà la caccia anche a quanti avrebbero reso quegli uomini difficili da catturare. Già a maggio, un elenco di persone accusate di averli accolti o spalleggiati menziona servitori, residenti di diverse tenute e Jonet Grant, qualificata come vedova. Tale menzione non chiarisce quale sia stata la sua condotta né quale sia stato l’esito della sua causa; dimostra nondimeno che l’inchiesta andava estendendosi ben oltre il manipolo armato. Un procedimento distinto, il 5 aprile, aveva già chiamato in causa Patrick Glas, John Dow Grant e Thomas Clerich, che non faranno parte dei dieci uomini giudicati più tardi insieme a Gilroy. L’atto contro Clerich lo accusa di aver ospitato Gilroy e i suoi sodali nella propria casa, fornendo loro giacigli, vitto, polvere e piombo. Il Consiglio dispone per alcuni di questi «ricettatori» una sanzione pecuniaria che può raggiungere un terzo delle loro sostanze. Chi non possiede né terre né beni rischia la prigione a pane e acqua, il marchio a fuoco sul volto e il bando. Per coloro che avrebbero ricevuto le merci rubate, prevede inoltre il giudizio di due imputati dinanzi a una corte d'assise.
Il 6 giugno 1636, Archibald, lord Lorne, conduce Patrick McGregour, detto Gilleroy, e due suoi compagni al cospetto del Consiglio Privato. Vengono tradotti nella prigione (tolbooth) di Edimburgo; i consiglieri dovranno interrogarli l’indomani alle sette del mattino. Il 7 luglio, il Consiglio elogia la cattura come un servigio reso al re, pur riservando a Lorne i diritti di giurisdizione nella regione, e lo autorizza a sedere come assessore. Il processo riunisce poi dieci uomini sotto accuse individuali, e non come se ciascuno avesse perpetrato i medesimi atti. Le trascrizioni li collegano a furti di bestiame, violazioni di domicilio, rapine e violenze attribuite a bande diverse. In una di esse, Gilroy e i suoi avrebbero saccheggiato una casa portando via le scritture che vi si trovavano. In un’altra, alcuni fittavoli sarebbero rimasti feriti nel tentativo di difendere i propri beni.
Il giorno del processo, i capi d’imputazione vengono letti dinanzi a un’assise di quindici giurati. Tra loro siedono proprietari, mercanti, un macellaio, un servitore e un sellaio. John Murray, tutore di Strowan, viene eletto cancelliere dell’assise e guida le deliberazioni. Ma le parole di quanti siedono al banco degli imputati non passano direttamente dalla loro bocca al verdetto: gli atti attestano che le loro confessioni giudiziarie furono rese in gaelico. James Stewart di Ardvorlich, che ha prestato giuramento come interprete, ne traduce il senso per la giuria. I giurati si ritirano per esaminare separatamente i «dittays», gli atti d’accusa scritti contro ciascun uomo, poi rientrano con un verdetto unanime; Murray trasmette la decisione. Dichiarano i dieci uomini colpevoli dei crimini contestati nei rispettivi atti, sulla scorta di quelle confessioni così interpretate. Murray rimette il verdetto alla corte; la sentenza viene infine pronunciata da James Grant, l’ufficiale incaricato di darle formula.
La sentenza stabilisce quindi una gradazione tra i condannati. Patrick McGregour, John Forbes, George Grant, John McColme, John McGregor McEan, Allaster McInneir ed Ewin McGregor, detto Accawisch, devono essere trascinati a ritroso, su una carretta o una slitta, dalla prigione alla croce del mercato e ivi impiccati. Gilroy e John Forbes avranno una forca più alta degli altri; dopo la morte, le loro teste e le mani destre dovranno essere mozzate ed esposte alle porte di Edimburgo, l’una a oriente e l’altra a occidente. Per Allaster e Callum Forbes, nonché per Gillespik McFarlane, la decisione viene aggiornata. La trascrizione precisa che la giovane età dei fratelli Forbes deve essere tenuta in debita considerazione; un’ordinanza del Consiglio datata 28 luglio disporrà tuttavia la loro impiccagione per il giorno seguente, insieme ad altri complici.
L’anno del processo è il 1636. Il giorno dell’esecuzione resta meno certo: una nota della National Library of Scotland indica il 27 luglio, mentre le trascrizioni del Consiglio prevedono l’esecuzione per venerdì 29. La ballata di Gilderoy, impressa nei primi anni del XVIII secolo secondo la medesima nota, trasfigura il condannato in un giovane di bell’aspetto, pianto da una voce di donna. Il fascicolo giudiziario, al contrario, custodisce la denuncia sporta dalla casa degli Hay, le prede carpite, le confessioni in gaelico e la disparità dei supplizi. L’uno diviene canto; l’altro rimane legato alla voce che tradusse il processo.
