A Portsmouth, il processo all’ammiraglio John Byng si concluse con una decisione che parve contraddirsi da sé. I giudici lo dichiararono colpevole di non aver fatto tutto ciò che era in suo potere per soccorrere il forte Saint-Philippe, catturare o distruggere le navi francesi e sostenere i legni britannici impegnati nello scontro. Il codice di guerra prescriveva allora la morte per siffatta colpa. Nondimeno, gli stessi ufficiali che pronunciarono la sentenza raccomandarono all’unanimità la clemenza del re, adducendo a motivo il personale coraggio dell’accusato. La corte aveva stabilito ciò che egli aveva omesso; non diceva che fosse fuggito dinanzi al nemico.
La vicenda risaliva alla spedizione del 1756. Byng, viceammiraglio, aveva ricevuto il comando di una flotta inviata nel Mediterraneo per soccorrere il presidio britannico di Minorca, cinto d’assedio dai francesi. Incrociò la flotta che copriva l’operazione nemica. Lo scontro non decise la sorte dell’isola. Byng fece ritorno a Gibilterra; Port-Mahon capitolò il mese seguente. In Inghilterra, la perdita della piazzaforte assunse ben presto le tinte di una resa dei conti personale: che cosa avrebbe dovuto fare il comandante, e a quale prezzo gli era lecito rischiare le navi poste ai suoi ordini?
Il consiglio di guerra fu convocato a bordo del St George, a Portsmouth. Si aprì il 28 dicembre 1756; la sentenza fu pronunciata il 27 gennaio successivo. Il nodo giuridico risiedeva nel dodicesimo articolo di guerra, che comminava la pena capitale a chiunque, per viltà, negligenza o slealtà, non avesse fatto tutto il possibile per catturare o distruggere i vascelli nemici che aveva il dovere di combattere.
Il processo non mirava soltanto a stabilire se i francesi avessero conseguito un vantaggio. Occorreva soppesare decisioni prese in mare aperto: la distanza tra le divisioni, la velatura che si poteva spiegare, l’opportunità di far calare le navi di retroguardia in soccorso dell’avanguardia e il rischio di scompaginare la linea di fila. Le testimonianze divergevano su quanto una nave potesse compiere e su ciò che un ammiraglio potesse scorgere della mischia attorno a sé. Ai giudici spettava il compito di ricostruire uno scontro fluido e mutevole basandosi su ufficiali che non ne avevano colto se non frammenti.
Il generale Lord Blakeney, comandante a Minorca, spiegò che uno sbarco di truppe era bensì possibile, ma pericoloso. Credeva che gli uomini avrebbero potuto mantenere la piazza sino all’arrivo dell’ammiraglio Hawke. La sua deposizione diede corpo e sostanza all’accusa: la squadra di Byng avrebbe potuto intervenire con tempestività sufficiente a prolungare la difesa? Egli rifiutò di pronunciarsi su ciò che sarebbe potuto accadere. Precisò tuttavia che, il 20 maggio, i francesi scarseggiavano di munizioni a tal punto da scagliare pietre contro il presidio. Quei rinforzi gli avrebbero restituito gli uomini impiegati a tamponare le brecce. Gli ostacoli frapposti a uno sbarco, aggiunse, si sarebbero potuti abbattere.
Il contrammiraglio West, interrogato sulla condotta dell’azione, stimò in circa tre miglia la distanza tra la Ramillies, ammiraglia di Byng, e la Buckingham, il proprio vascello. Non era a conoscenza di impedimenti alla manovra di Byng, ma non poteva affermare che non ve ne fossero. Il tempo gli era parso calmo e chiaro. Aveva scorto del fumo che poteva provenire dalla nave di Byng o dalla sua divisione, senza tuttavia distinguere verso quale bersaglio fossero diretti i tiri. Interrogato sulle truppe imbarcate, non credeva che avrebbero potuto salvare Minorca. Confermò pure che taluni legni scarseggiavano di equipaggio o necessitavano di riparazioni. Le sue risposte non avevano tutte il medesimo peso: una colonna di fumo avvistata in lontananza non rivelava né i danni né gli ordini ricevuti da vascelli che a stento si potevano scorgere.
Altri ufficiali discussero la manovra della divisione di Byng. Il capitano Everitt e altri testimoni ritenevano che la retroguardia avrebbe potuto serrare le distanze con l’avanguardia per sostenerla. Everitt era persuaso che, spiegando più tela, quella divisione avrebbe risparmiato all’avanguardia una parte del fuoco nemico. Il capitano Young, la cui nave aveva perduto un albero, negò che tale avaria avesse impedito a Byng di scendere in combattimento. Quando la divisione lo aveva infine oltrepassato — tre quarti d’ora o un’ora più tardi, secondo la sua stima —, i francesi avevano già preso il largo. Sosteneva che le navi disponessero di spazio sufficiente per manovrare senza abbordarsi.
Byng chiarì che le sue navi non erano tutte in grado di reggere il fuoco. Alcune mancavano di braccia o esigevano riparazioni. Il suo consiglio di guerra aveva giudicato impossibile tentare alcunché di più. Gli argomenti della sua difesa non dimostravano che Minorca fosse insoccorribile; mostravano i limiti nei quali asseriva di essersi imbattuto. Se la squadra avesse insistito nell’attacco subendo gravi perdite, la stessa Gibilterra avrebbe potuto trovarsi sguarnita. Il processo non contrapponeva tanto l’azione all’inerzia, quanto due doveri inconciliabili: rischiare oltre misura per l’isola oppure preservare le navi destinate a proteggerla.
La testimonianza del capitano Gardiner rese il quadro ancor più intricato. Riferì di aver consigliato a Byng di far avanzare la squadra per appoggiare l’avanguardia. Byng vi si era opposto, paventando un disastro analogo a quello occorso all’ammiraglio Mathews. Questo precedente permetteva a Gardiner di chiarire il movente della decisione, senza tuttavia risolverne la legittimità. Una prudenza dettata dall’esperienza poteva dirsi ragionevole; nell’esame a posteriori di una disfatta, poteva nondimeno apparire come la tara che aveva paralizzato il comandante nel momento esatto in cui bisognava incalzare il nemico.
Diversi testimoni smentirono l’immagine di un uomo in preda al terrore. Lord Robert Bertie e il colonnello Smith riferirono che Byng aveva impartito gli ordini con imperturbabilità e sembrava risoluto ad agganciare il nemico. Bertie aveva scorto un vascello britannico tra le cortine di fumo, proprio dinanzi ai cannoni della Ramillies. Temendo che gli si tirasse contro, ne aveva avvertito Byng, il quale lo aveva inviato tra i ponti a far cessare il fuoco. Smith confermò tale versione e narrò che un proiettile francese era sibilato tra loro due, portando via la testa di un puntone del ponte per poi squarciare le amache stivate tra le sartie. Non erano rimasti, dunque, al riparo dai colpi.
Gli ufficiali della corte marziale giudicarono all’unanimità che Byng non avesse fatto tutto quanto da lui dipendeva per soccorrere Saint-Philippe, né tutto quanto era in suo potere per catturare o distruggere i vascelli francesi e sostenere le unità che doveva spalleggiare. Non lo condannarono per viltà nel senso comune del termine. Ma il dodicesimo articolo non lasciava loro alcuna discrezionalità circa la pena, una volta accertata la colpa. La corte lo condannò dunque a morte, parimenti all’unanimità.
Subito dopo, i giudici unirono una supplica unanime di grazia. Fondandosi segnatamente sulle deposizioni di Bertie, Smith e Gardiner, non ritenevano che la sua colpa fosse scaturita da viltà o da fellonia. Domandavano al re quella clemenza che la lettera della legge vietava loro di concedere.
Il sovrano negò il perdono. Il 14 marzo 1757, Byng fu passato per le armi sul cassero di poppa della Monarch, la sua antica nave ammiraglia, a Portsmouth. I Royal Museums Greenwich conservano una stampa di tale esecuzione e attestano che la raccomandazione non valse la grazia. Borrow, scrivendo a più di mezzo secolo dai fatti, chiude il suo capitolo con una requisitoria politica: a suo dire, i ministri avevano immolato l’ammiraglio per stornare da sé il risentimento della nazione. Siffatta lettura appartiene alla sua penna; gli atti del processo consentono di acclarare la sentenza, il fondamento giuridico e la domanda di grazia, ma non bastano a comprovare il calcolo di gabinetto.
Byng non passò dunque alla storia come un ammiraglio riconosciuto innocente dai suoi pari. Né vi rimase quale traditore fuggito sotto il fuoco nemico. La corte marziale ravvisò un errore di comando, gli applicò una legge che esigeva il sangue, per poi dare atto che il condannato non aveva fatto difetto di coraggio. Tra queste tre determinazioni — il verdetto, la pena e la supplica — rimase ben poco spazio per una giustizia che intendesse misurare la colpa altrimenti che con la sentenza irrevocabile che era tenuta a pronunciare.
