La giuria non aveva pronunciato la formula «non colpevole». Né, d’altra parte, aveva dichiarato il reverendo William Davies Shipley colpevole di libello sedizioso. A Shrewsbury, il 6 agosto 1784, i giurati avevano preferito una determinazione assai più angusta: colpevole d’aver pubblicato. In questa causa, il modo in cui vennero verbalizzate poche, scarne parole della giuria avrebbe avuto un peso ben più decisivo di intere pagine di controversia dottrinale.
Shipley era decano di Saint-Asaph. Gli si imputava di aver fatto stampare e diffondere un dialogo di Sir William Jones, allora giudice della Corte suprema del Bengala, intitolato Principles of Government, in a Dialogue between a Gentleman and a Farmer. Lo scritto metteva a confronto due figure, un gentiluomo e un fittavolo, intenti a discorrere dell’autorità civile e dei diritti politici. L’accusa lo tacciava di sedizione; la difesa si accingeva a sostenere che la critica all’operato dei governanti non potesse, di per sé sola, costituire reato di diffamazione a mezzo stampa.
Il dibattimento si aprì dinanzi al giudice Buller, presso le assise di Shrewsbury. Il collegio dei giurati era chiamato a dipanare questioni che il confronto giudiziario avrebbe presto rescisso: l’opuscolo era stato dato alle stampe da Shipley? I passi incriminati recavano davvero il senso fazioso loro attribuito dall’accusa? E, sopra ogni cosa, spettava al verdetto stabilire se quel testo fosse, secondo la legge, un libello? La linea di confine tra il mero fatto materiale della pubblicazione e la sua qualificazione giuridica poteva apparire sottile. Eppure, proprio da quella distinzione dipendeva l’uso che il tribunale avrebbe potuto fare del verdetto.
Nel corso delle udienze, i giurati ascoltarono la difesa condotta da Erskine. La cronaca di Borrow restituisce la tenacia di quello scontro, giocato sul confine incerto tra dissenso politico e attentato sedizioso. La pubblica accusa assumeva che il dialogo prendesse di mira il sovrano e il governo allora in carica, con l’intento palese di sobillare gli animi. Erskine si ancorava alla lettera dell’opera, negando che ogni addebito di ingiustizia potesse convertirsi automaticamente in prova di diffamazione criminosa. La contesa non verteva soltanto sulle battute scambiate dal fittavolo e dal gentiluomo: investiva il potere stesso dei giudicanti di fissarne il senso penale.
Buller impartì le proprie istruzioni alla giuria. Respinse anzitutto le deposizioni dei testimoni chiamati a descrivere Shipley come uomo d’indole pacifica: la condotta morale dell’imputato non offriva risposta al quesito posto dal processo. Il magistrato riconobbe a Erskine che «dove la legge si arresta, comincia la tirannia», quindi distinse tre profili: il fatto materiale della pubblicazione, la fondatezza delle allusioni contenute nel capo d’imputazione e il punto di diritto — se cioè lo scritto costituisse formalmente reato di libello. Soltanto i primi due punti spettavano alla valutazione dei giurati; l’ultimo rimaneva devoluto alla corte, cui competeva l’esame degli atti. Il diritto e il fatto non dovevano confondersi. Nondimeno, quando gli uomini rientrarono in aula, la loro pronuncia lasciò la questione irrisolta: dichiararono Shipley «guilty of publishing only» — colpevole della sola pubblicazione.
L’avverbio only suscitò all’istante una serrata schermaglia. Buller domandò ai giurati se accogliessero le precisazioni dell’atto d’accusa: se «G.» indicasse il gentiluomo e «F.» il fittavolo, e se le menzioni del re e del Parlamento alludessero al sovrano e al Parlamento di Gran Bretagna. Risposero affermativamente. Erskine ribadì che essi non ritenevano Shipley colpevole d’altro se non d’aver pubblicato. Un giurato chiarì che non intendevano affatto giudicare se l’opuscolo fosse diffamatorio. Buller spiegò che una statuizione circoscritta al fatto materiale lasciava aperta la questione di diritto, mentre quell’only rischiava di rendere il verdetto viziato d’incompletezza. I giurati insistettero: non intendevano dirimere la questione del libello, rimettendola interamente alla corte.
La discussione si inasprì sino all’ingiunzione di tacere. Erskine pretendeva che quel termine rimanesse a verbale; Buller gli intimò di sedere, minacciando di dover altrimenti intervenire con altri mezzi. Il difensore replicò che il magistrato era libero di procedere come meglio credesse. Borrow riferisce l’alterco senza enfasi teatrale: la minaccia del giudice e la fermezza dell’avvocato bastano da sole a dare la misura dell’attrito. Nel mezzo del dissidio, i giurati tentarono ancora di precisare il proprio intendimento. Uno di essi spostò persino la parola: colpevole soltanto di pubblicare, e non colpevole di pubblicare soltanto. Buller ribatté che la sostanza non mutava.
Erskine non aveva tuttavia esaurito le sue obiezioni. Posto che la corte rifiutasse di sospendere il giudizio: gli sarebbe stato ancora concesso di sostenere, al momento di discutere la pena, che Shipley non aveva agito con intenzione sediziosa? Un verdetto amputato di quella riserva non rischiava forse di precludergli tale linea difensiva? La giuria confermò di non volersi pronunciare in alcun senso sull’intento sedizioso. Non affermava che l’opuscolo fosse innocuo; rifiutava di dirimerne la natura. Furono infine tali confini, ben più di quella singola parola contesa, a essere messi a verbale dal cancelliere: «Colpevole di pubblicazione; ma la giuria non dice se sia un libello.» L’udienza si chiudeva così con due contendenti stretti a due diverse fedeltà: Buller alla rigida partizione tra diritto e fatto, Erskine all’esatta fedeltà verso le parole realmente proferite dai giurati.
Nel mese di novembre, Erskine tornò dinanzi al tribunale. Il giorno 15 chiese la celebrazione di un nuovo processo, sostenendo che le istruzioni impartite ai giurati fossero viziate da errore e che nessuna prova di sedizione fosse stata prodotta. Mansfield replicò che alla giuria competeva la valutazione dei fatti e al giudice l’interpretazione del diritto — distinzione che asseriva costantemente seguita dalle corti fin dalla Gloriosa Rivoluzione — e che il verdetto non le aveva confuse. L’istanza venne rigettata l’indomani. Gli altri magistrati fecero cerchio attorno a Mansfield. Willes ribadì le funzioni distinte del giudice e del collegio giudicante. Ashurst affrontò il tema dell’intenzione: come scrutarla se non attraverso le azioni esteriori? Una mera dichiarazione rassicurante non poteva, a suo avviso, valere a disfare il senso obiettivo di una condotta. Le testimonianze che avevano dipinto Shipley quale uomo mite non bastavano dunque a cancellare la rilevanza penale dell’atto. Erskine cercava un vizio nelle istruzioni fornite ai giurati; la corte vi riconosceva la propria dottrina consolidata e rifiutava di ricominciare il processo.
Restava una seconda via: chiedere alla corte la sospensione del giudizio, vale a dire statuire che alcuna pena potesse legalmente discendere da un verdetto reso in simili termini.
Il 22 novembre, Erskine formulò l’istanza di arresto del giudizio fondandosi su due motivi: il verdetto non recava elementi sufficienti a motivare una condanna, e lo stampato non costituiva un libello legalmente punibile. Il cancelliere diede lettura del fascicolo; le formule verbalizzate non coincidevano con quelle che Erskine affermava di aver udito. Mansfield ritenne nondimeno corretta la trascrizione: i giurati avevano inteso devolvere la questione di diritto ai magistrati. Il presidente tracciò una linea netta tra uno scritto privo di intenti diffamatori verso il re o verso un privato e un testo che egli riteneva sedizioso, se non financo suscettibile di tradimento. Ai suoi occhi, il dialogo esortava a pretendere la riforma del Parlamento e a ricorrere alle armi qualora la petizione fosse stata respinta. Rilevò tuttavia che l’atto d’accusa non collegava i singoli passi alla concreta situazione politica del tempo mediante le necessarie allegazioni formali. L’applicazione del testo al contesto coevo, affermò, doveva emergere con chiarezza dai capi d’accusa medesimi; fosse pure inteso da chiunque, quel nesso non poteva essere introdotto a posteriori. Willes, Ashurst e lo stesso Buller si uniformarono a questo avviso e disposero l’arresto del giudizio. Il medesimo giudice che aveva contrastato Erskine sulla stesura del verdetto conveniva ora che quest’altra eccezione impedisse l’irrogazione della pena. Per Shipley, la distanza tra i due argomenti difensivi era divenuta la distanza tra il vedersi respinta un’istanza e l’uscire indenne dal processo. Borrow annota che l’intero procedimento contro il decano fu annullato. Shipley scampava alla condanna; il nodo sui poteri della giuria restava, nella sua sostanza, interamente irrisolto.
