Bastava che un solo uomo lo riconoscesse. Christophe Rostan poteva mutare nome, modificare il proprio abito, farsi credere un altro detenuto oppure un soldato; al termine di ogni suo stratagemma, incontrava uno sguardo che lo riconduceva alla sua storia. A Rochefort, una guardia si rammentò di lui nonostante i baffi. Qualche anno più tardi, fu un forzato a indicarlo. Tra questi due riconoscimenti, egli aveva varcato ostacoli ben più ardui di una fisionomia familiare.
Nella casa d’arresto che immaginiamo alla sera del 4 marzo 1820, un secondino rilegge le indicazioni apposte su un ordine di traduzione. Il prigioniero deve essere condotto all’isola di Oléron. L’uomo ha dichiarato di essere un disertore d’un battaglione coloniale; le disposizioni si conformano a tale notizia. Passa una guardia, si ferma, osserva con maggiore attenzione. La destinazione vergata sulla carta non è mutata. Colui che si riteneva di dovervi inviare ha appena cambiato nome.
Il soldato che tornava alla galera
Rostan aveva esercitato diversi mestieri: fabbricante di calze, scrivano pubblico, poi militare. A diciannove anni era stato condannato a dieci anni di lavori forzati per complicità in furto con scasso. L’articolo del 1827 che ne narra le vicende tace la data di quella prima sentenza. Lo mostra in seguito ristretto a Rochefort, poi trasferito a Lorient il 14 giugno 1818. Conosceva dunque più luoghi di pena prima ancora di tentare di farsi credere appartenente a una diversa categoria di prigionieri.
Evase da Lorient nel 1820 e raggiunse Nantes insieme a una compagna, poi Varades, nei pressi di Ancenis. Tratto in arresto dalla gendarmeria, fornì false generalità dichiarandosi disertore. Non chiedeva che si credesse alla sua libertà; offriva a coloro che lo trattenevano un differente motivo per custodirlo. Tale spiegazione gli avrebbe consentito di proseguire il viaggio verso una destinazione militare, se il passaggio per Rochefort non lo avesse ricondotto dinanzi a qualcuno che ne conosceva il volto.
Quel riconoscimento interruppe la traduzione prevista. Egli rientrò nel bagno penale, fu messo alla doppia catena e ricevette, il 7 giugno, tre anni supplementari di pena. Il primo travestimento della sua identità non aveva cancellato quanto una guardia serbava nella memoria. Per un’amministrazione che muoveva gli uomini insieme alle loro carte, quel ricordo valeva quanto un’informazione perentoria; per Rostan, significava il ritorno al punto dal quale aveva voluto allontanarsi.
Il denaro degli altri forzati
Verso la fine del 1823, una porta del magazzino generale venne forzata. Due forzati vi avevano nascosto i propri risparmi; sparirono trecentonovanta franchi. Occorre lasciare a questi uomini il loro posto nella vicenda. Il bagno penale non conteneva soltanto sorveglianti, condannati e beni dell’arsenale. Anche i reclusi possedevano qualcosa messo da parte, e che un altro poteva sottrarre loro.
I sospetti caddero su Rostan. Lo si diceva indebitato con i compagni e privo di denaro; eppure, di recente, avrebbe cambiato alcune monete d’oro. Una perquisizione rivelò del denaro occultato nella scarpa. Le sue risposte vennero giudicate evasive. Questo insieme di indizi poteva dare ai derubati la certezza morale di conoscerne l’autore; non bastò tuttavia al tribunale. Rostan fu prosciolto dall’accusa per insufficienza di prove.
Nella nostra scena del magazzino, uno dei due forzati riprende un arnese lasciato accanto al nascondiglio. Esita prima di riporlo nel medesimo punto. Gli altri continuano a lavorare; egli non può sapere chi abbia avuto notizia della perquisizione della scarpa. Denunciare qualcuno gli restituirebbe una spiegazione, non il suo denaro. Finisce per accostare l’attrezzo a sé e torna all’opera con un’attenzione che non appartiene più soltanto al lavoro.
Il cronista tornerà su questo furto allorché un’altra fuga sembrerà ricalcare un percorso analogo. Il suo accostamento non equivale a una nuova condanna. Una fama può tingere ogni gesto successivo del colore d’un antico sospetto; non surroga però ciò che faceva difetto al momento del giudizio. Rostan poteva essere condannato per altre imputazioni e rimanere prosciolto da questa.
Gli abiti della corderia
Nel giugno del 1824 gli fu trovato indosso uno scampolo di tela olona rubata. Trovò rifugio entro il recinto del magazzino generale, dove rimase introvabile per due giorni. Venne infine ripreso mentre tentava di passare in un altro cortile. Il 9 luglio, il tribunale lo condannò per il furto e il tentativo d’evasione a otto anni di lavori forzati e al marchio prescritto dalla sentenza per tale pena. Era di nuovo rinchiuso; la sua brama di fuggire non era stata logorata dalla punizione.
Il 21 luglio, durante il lavoro, fuggì ancora e riuscì a nascondersi nella corderia fino a sera. Il vasto opificio, una volta deserto, gli offrì ben altro che un riparo. Negli uffici e nelle stanze attigue rinvenne degli abiti: una redingote, un berretto, un paio di pantaloni. Riuscì infine a guadagnare la città. Il detenuto non aveva semplicemente mutato luogo; aveva preso di che offrire a quanti avrebbe incrociato l’apparenza d’un uomo intento a faccende ordinarie.
La città spalancava le sue porte. Rostan non si diresse subito verso la campagna. Il racconto lo colloca, durante la mattinata, nei pressi del magazzino dei viveri, ove si trovava una cassa destinata a retribuire i forzati addetti ai lavori. Il corrispondente spiega tale presenza con la tentazione di un nuovo furto. È questa la sua interpretazione della condotta osservata; non possediamo alcuna confidenza di Rostan che chiarisca il motivo per cui rimase.
Verso mezzogiorno, si nascose sotto una scala dello stabilimento. Un operaio, notatene le manovre, avvertì i compagni. Fu eseguita una perquisizione e Rostan venne scoperto. La libertà conquistata nella notte si era richiusa attorno a un luogo in cui non avrebbe dovuto trovarsi. L’11 agosto 1824, quegli ultimi fatti gli valsero la condanna ai lavori forzati a vita.
Nell’ufficio della nostra scena successiva, il proprietario dell’abito sottratto esamina quanto gli è appena stato reso. Lo regge per le spalle, cerca uno strappo, poi lo ripiega senza provarlo. Qualcuno ha trascorso parte della notte in quella stoffa per farsi un altro uomo. Vorrebbe domandare dove sia stata ritrovata, ma il suo interlocutore parla già di serrature da accomodare. La corderia deve riprendere il proprio servizio.
Colui che il sacco non nascose
L’amministrazione dispose il trasferimento di Rostan a Brest. In attesa della traduzione, fu collocato presso la porta dello stanzone, incatenato ed esposto direttamente alla sorveglianza. Lo spostamento auspicato dalle autorità mirava a dirimere un problema che esse non riuscivano più a contenere con le ordinarie misure. Rostan, dal canto suo, avrebbe tentato la fuga prima che lo si trasportasse altrove.
Il 2 settembre riuscì a lasciare lo stanzone e poi il bagno penale, assumendo l’apparenza d’un forzato di corvée. Un sacco portato sulle spalle gli occultava parte del viso; la sua tenuta non destò subito l’attenzione delle guardie. Il gesto consueto d’un uomo gravato da una fatica gli schiudeva un passaggio che la sua identità avrebbe precluso. Era già lontano, riferisce il giornale, allorché un galeotto lo riconobbe e andò a denunciarlo.
Il 7 settembre, una nuova decisione gli impose tre anni di doppia catena. Poi ebbe luogo il trasferimento. Due gendarmi lo scortarono verso Brest, legato su una carretta. È lungo questo tragitto che si arresta l’itinerario tracciato dall’articolo. Il cronista può computare le fughe, le condanne e gli anni; non ci dice che cosa ne sia stato di Rostan nel suo nuovo bagno penale. Nulla autorizza ad aggiungere a questa fine nota un’ulteriore evasione, una liberazione o la morte.
Resta una successione di immagini in cui si crede dapprima di scorgere un altro uomo: il disertore di passaggio, il lavoratore carico di legna, il passante vestito diversamente, il portatore d’un sacco. In ciascuna di esse, Rostan ha cercato un luogo in cui il suo nome non venisse domandato. Gli ostacoli materiali hanno talvolta ceduto; il riconoscimento lo ha ricondotto, ogni volta, a quel nome.
La guardia della nostra prima scena, se tornasse alle sue carte, vi ritroverebbe forse l’ordine che doveva inviare un disertore a Oléron. La immaginiamo mentre separa quel foglio da un fascicolo che le viene chiesto di archiviare. Non vi è quasi nulla da correggere per narrare un altro viaggio: un nome, una destinazione, poche righe. Eppure indugia a lungo prima di riporre il documento. Tra i due porti, è sempre lo stesso uomo che viene trasportato.
