Il verdetto poggia su due proposizioni distinte, che il clamore del dibattimento non riesce a confondere. John Gilmour è morto per gli effetti dell’arsenico. Ma l’accusa di omicidio a carico della moglie, Christina Cochran Gilmour, non è provata. A Edimburgo, nel gennaio del 1844, la giuria lascia così insoluta la questione più grave: chi ha introdotto il veleno nel corpo del giovane fittavolo?
L’opuscolo che riferisce l’udienza dichiara la propria parzialità sin dalle prime pagine. Si apre con una memoria biografica favorevole all’imputata, per poi riportare gli atti del processo, le perizie mediche e i documenti relativi al suo arresto negli Stati Uniti. Non si tratta del verbale ufficiale integrale. È una cronaca coeva, stampata a Edimburgo da W. Forrester, la cui nota d’apertura assume la difesa di Mrs Gilmour. Occorre leggere queste scene tenendo a mente tale voce narrante, distinguendo ciò che i giurati hanno ritenuto provato dalle conclusioni dei medici o dalle asserzioni del cronista.
John e Christina si erano uniti in matrimonio sul finire del novembre 1842. Un mese più tardi, l’uomo cadde malato. I testimoni descrivono vomito incoercibile, sete ardente e dolori laceranti allo stomaco e all’intestino; i rimedi furono apprestati prima ancora che alcuno pronunciasse la parola veleno. Il padre di John, altri congiunti e diversi medici sfilarono per la casa. La giovane sposa, stando a numerose deposizioni, preparò cibi e medicamenti, vegliò al capezzale del marito e non mostrò, agli occhi di quegli astanti, alcun contegno che potesse allarmarli.
Il primo elemento d’inquietudine nella narrazione scaturisce da una modesta commissione. Mary Paterson, domestica di casa, dichiarò che Christina le aveva consegnato due pence per acquistare arsenico destinato ai topi. Il droghiere William Tennant rammentava invece una vendita da tre pence, e collocava l’episodio in un giorno incerto. La polvere sarebbe stata incartata e contrassegnata come veleno. Paterson affermò che Christina bruciò il plico dopo che ella le ebbe riferito le domande poste dal mercante. Alla sbarra, tali dettagli mutavano data e consistenza a seconda di chi li rievocava.
Il 6 gennaio, Paterson rinvenne nei pressi del locale caldaia un sacchetto nero contenente un involucro etichettato «veleno» e una fiala. Consegnò il sacchetto a Christina, che lo riconobbe come proprio. John era già gravemente infermo. La boccetta non recava, stando al resoconto, la prova d’essere servita ad avvelenare chicchessia: un testimone vi avvertì un odore dolciastro, altri vi aggiunsero le proprie impressioni. Quegli oggetti attirarono i sospetti; la loro presenza non designava una mano.
Le parole proferite da John sul letto di morte non dissiparono tale incertezza. Il nipote Andrew rammentò una frase rivolta alla moglie: «Se mi hai dato qualcosa, dimmelo prima che io muoia». Alexander Muir ne riferì una versione differente, priva di quell’epilogo, descrivendo il moribondo come febbricitante e talora confuso. Il testo allinea queste testimonianze l’una dopo l’altra, senza conciliarle. Man mano che l’ammalato perdeva le forze, una frase riportata dai parenti divenne un elemento cruciale, senza mai costituire, tuttavia, l’osservazione diretta della somministrazione del veleno.
John spirò l’11 gennaio 1843, e fu sepolto cinque giorni dopo a Dunlop. I primi consulti medici non avevano diagnosticato l’avvelenamento. I dottori chiamati durante il decorso avevano ipotizzato altre affezioni; uno di essi aveva curato il paziente per quello che riteneva un disturbo biliare. Soltanto dopo le esequie, col diffondersi dei sospetti, l’autorità giudiziaria ordinò l’esumazione della salma. I medici George Wylie e Daniel McKinlay esaminarono i resti il 22 aprile. Descritto lo stato del cadavere e le alterazioni dei tessuti, conclusero per la presenza di un veleno corrosivo, verosimilmente arsenico.
Quel primo esame non fu l’ultima parola. In maggio procedettero ad analisi chimiche su campioni conservati. Il professor Robert Christison esaminò quindi i visceri e i tessuti trasmessi sotto sigillo. I tre periti concordarono sul rilevamento dell’arsenico in diverse parti del corpo di John; Christison dichiarò di averne rinvenuto nel contenuto e nella parete dello stomaco, nonché nel fegato. Le relazioni mediche sanciscono la causa materiale della morte. Non dicono chi abbia somministrato l’arsenico, né quando, né con quale mezzo.
L’inchiesta si spostò allora sull’acquisto del tossico. Nella dichiarazione letta in udienza, Christina ammise di essersi procurata un plico presso un farmacista sotto falso nome, sostenendo però di averlo fatto con l’intento di togliersi la vita. Affermò che la domestica aveva acquistato un primo quantitativo, da lei poi gettato nel fuoco. Secondo la sua versione, il secondo pacchetto era rimasto nella sua tasca, rinvenuto dalla madre svariate settimane dopo il decesso. Negò di aver avvelenato John e suggerì che il marito avesse potuto ingerire da sé il veleno che teneva per i ratti. Era la discolpa di un’imputata che tentava di spiegare circostanze fattesi schiaccianti; l’accusa ne contestò l’attendibilità.
V’era poi l’ombra del matrimonio. La memoria introduttiva, favorevole a Christina, insiste su un suo precedente attaccamento a un uomo di nome Anderson e sulle pressioni familiari che avevano imposto quell’unione. Al dibattimento, alcuni testimoni riferirono il rincrescimento della donna per aver sposato John; altri, come Robert Robertson, dichiararono che ella parlava delle proprie pene senza animosità e si mostrava sollecita verso il marito. Il Lord Advocate trasformò quell’infelicità nel movente del delitto. La difesa replicò che un dolore coniugale non provava né un disegno omicida né la somministrazione del veleno. Il giudice stesso esortò i giurati a vagliare molteplici ipotesi: la fatalità, l’ingestione volontaria da parte di John o l’opera dolosa di un terzo. E rammentò loro che il mero sospetto non basta a condannare.
Il 12 gennaio 1844 il processo si aprì dinanzi all’Alta Corte di Giustizia scozzese. Il resoconto offre il tenore delle deposizioni, lette e discusse in un’aula gremita. Nelle sue conclusioni, l’accusa tentò di serrare le maglie di una catena indiziaria: i ripetuti acquisti di arsenico, la possibilità materiale per Christina di manipolare cibi e decotti, l’astio coniugale e infine la fuga all’estero sotto falso nome all’avvio dell’istruttoria. La partenza era avvenuta nell’aprile del 1843; la polizia l’aveva rintracciata più tardi a bordo del brigantino Excel, dove viaggiava con il nome di Mrs Speirs.
L’arringa della Corona mirava a far coincidere ogni elemento in un quadro ineludibile. Sosteneva che la sintomatologia e i riscontri chimici escludessero l’accidente, e che la congettura del suicidio di John fosse priva di fondamento. Nessun testimone, tuttavia, aveva visto Christina versare veleno in un piatto o in una tazza. La difesa fece leva su questa lacuna, contestò il numero e la cronologia degli acquisti e rammentò le cure assidue prestate durante l’agonia. La difesa non intendeva cancellare gli indizi; chiedeva alla giuria di non scambiarli per la prova del gesto.
Chiusi i dibattiti, il Lord Justice-Clerk riassunse i termini della causa senza imporre una decisione. Quand’anche i giurati ritenessero l’arsenico la causa del decesso, restava da stabilire se fosse stato somministrato con intenzione e se l’imputata ne fosse l’autrice. L’opuscolo dà conto di una lunga camera di consiglio. Al rientro, il portavoce della giuria enunciò l’unanimità dei voti sulla morte per arsenico, ma dichiarò «Not Proven» l’accusa formulata contro la prigioniera. Il magistrato ringraziò i giurati e rimbrottò il pubblico che si era lasciato andare ad applausi. Christina fu prosciolta e congedata dalla sbarra.
La formula scozzese possiede un’efficacia perentoria e al tempo stesso circoscritta. Il verdetto di «Not Proven» ha, al pari del «Not Guilty», il valore giuridico di un’assoluzione: Christina torna libera. Esso certifica che l’accusa non è stata dimostrata; non sancisce né l’innocenza fattuale né la colpevolezza morale. La giuria ravvisa con certezza il veleno nel corpo, non la responsabilità penale della moglie. La cronaca riferisce che la donna fu fatta uscire da una porta secondaria per sottrarla alla folla, per poi allontanarsi la sera stessa con il treno per Glasgow. La scena chiude il processo, non il mistero.
Un’altra sezione dell’opera segue i passi di questa figura al di là dell’Atlantico. Tratta in arresto a New York nel giugno 1843 con le generalità di Christina Cochran o Gilmour, fu sottoposta a procedimento ai sensi del trattato Webster-Ashburton. Il suo difensore contestò la giurisdizione dei magistrati, la validità del trattato e la sufficienza delle prove, invocandone la scarcerazione. Un commissario federale stabilì, il 21 luglio, che gli elementi addotti avrebbero giustificato il rinvio a giudizio qualora il crimine fosse stato consumato a New York. Il giudice Betts negò, il 12 agosto, un ulteriore habeas corpus, dichiarandosi incompetente a riformare tale decisione o a sospendere la consegna prevista dal patto internazionale. Si trattava di pronunce di rito sull’estradizione, non di un giudizio di merito espresso dalla giustizia americana.
La vicenda lascia sul terreno due linee parallele. I periti settori rinvennero l’arsenico e ne fecero risalire la morte di John. La giuria scozzese non ritenne l’accusa provata contro Christina. Nello spazio che le separa restano un cartoccio acquistato in una data controversa, una borsa nera, una fiala, memorie discordi e una confessione che non persuase la pubblica accusa. L’opuscolo non colma questo vuoto. Ne dispone i reperti, parteggia talvolta per l’accusata, e si arresta là dove si è fermata la sentenza: dinanzi a una morte accertata nella materia, e a una mano che la giustizia non ha potuto nominare.
