Alle sei di sera la tavola era apparecchiata e la famiglia riunita, a eccezione dei due bambini nati dal primo matrimonio della giovane sposa. Henrik aveva otto anni, Augusta quattro. Il fittavolo Karl Grauroth assicurò che stavano giocando nei paraggi. La domestica, tuttavia, ricordava d'averli visti per l'ultima volta verso le tre, dentro casa. La cronaca del Nuovo Pitaval colloca questo episodio a sabato 15 ottobre 1859, in un villaggio chiamato Kirilä, vicino a Jakobstad, sulla costa orientale del golfo di Botnia.
Prima di questa unione, Grauroth aveva avuto quattro figli dalle sue prime nozze. L'attuale consorte era stata in precedenza la moglie di suo fratello, morto nel 1854; da lui aveva avuto Henrik, di otto anni, e Augusta, di quattro. La nuova coppia aveva generato tre figli: il primogenito era nato morto, il secondo riposava ancora nella culla e la madre portava in grembo l'ultimo. Questa famiglia allargata viveva in una casa prospera, circondata da terre e servitù. I due fanciulli scomparsi erano quelli nati dalla precedente unione della donna con il fratello di Grauroth. Stando al resoconto, le loro quote ereditarie dovevano essere tutelate da un curatore, e un'alienazione giudiziale di metà della proprietà avrebbe dovuto garantire i loro beni sino alla maggiore età. La morte dei fanciulli avrebbe mutato l'asse ereditario a beneficio della madre, accrescendo il controllo di Grauroth sull'abitazione e sui poderi. È questo il movente che il cronista attribuisce all'imputato; non si tratta di una prova indipendente.
La madre era rincasata dalla città insieme a una serva; il garzone rientrava dai campi. I figli maggiori di Grauroth si erano recati alla Werfte, il cantiere navale, per raccogliere trucioli di legname. Al pasto serale, la domestica domandò dove fossero finiti Henrik e Augusta. Grauroth rispose che giocavano con gli altri ragazzi del vicinato e che era inutile turbare la quiete domestica per qualche ora di assenza. I rumori della strada parvero confermare tale spiegazione. Gli adulti sparecchiarono la tavola e andarono a coricarsi.
L'indomani mattina, la madre di Grauroth notò che i letti dei nipotini erano rimasti intatti. Fu interrogata la servitù; nessuno sapeva dove si trovassero. Una fantesca, che il giorno prima aveva lavorato in cucina, rammentava che verso le tre Karl le aveva ordinato di preparare il caffè, aggiungendo che si sarebbe trattenuto nell'aia a segare tavole. I figli maggiori dichiararono che, prima di avviarsi verso la Werfte, avevano visto Henrik e Augusta in casa: Grauroth avrebbe proposto loro di andare a cogliere bacche nel bosco. Le fanciulle di casa riferirono un'altra conversazione: il padre aveva parlato ai due piccoli delle ninfee del ruscello, proibendo però loro di seguirli e rimandandole ad accudire il neonato nella culla. La madre osservò che in quella stagione le ninfee erano ormai scomparse da tempo.
Grauroth e i parenti perlustrarono i dintorni del villaggio, costeggiarono il ruscello e batterono i boschi chiamandoli a gran voce. Le ricerche impegnarono l'intera domenica. La madre piangeva; il patrigno, a dar retta al cronista, appariva dapprima affranto quanto gli altri. Sul far della sera, invitò quanti avevano preso parte alle ricerche a dividere la cena, commentando con parole di circostanza la spossatezza causata da una simile giornata di fatica.
Dopo le vane ricerche della domenica, i corpi furono rinvenuti il lunedì verso mezzogiorno, nei pressi del punto in cui il ruscello sgorgava da un acquitrino. Poco distante vi era una piccola barca; un remo giaceva di traverso sui corpicini. Grauroth avanzò all'istante una spiegazione: avevano tentato di spingere l'imbarcazione dalla riva, per poi annegare quando questa era sfuggita alla loro presa. L'acqua, tuttavia, in quel punto era assai bassa, secondo quanto registrato dagli atti. I volti e le braccia erano sprofondati nel fango, le gambe ritte verso l'alto, ma le vesti e le calzature erano rimaste pulite. Augusta recava sotto il mento un fazzoletto stretto con un nodo serratissimo. Tra gli abitanti serpeggiò allora un mormorio: i bambini non erano annegati, erano stati percossi.
La relazione d'epoca non conferisce al primo esame il rigore di un verbale necroscopico odierno; si limita a riportare quanto l'indagine e l'autopsia avrebbero accertato. I medici rilevarono lesioni cervicali: a entrambi i bambini era stato spezzato il collo. Attribuirono tali fratture a colpi violenti e ritennero che fossero stati gettati in acqua già morti o agonizzanti. Nel maschio alcuni indizi potevano suggerire l'annegamento, ma non bastavano, a giudizio dei periti citati, a chiarire il decesso. Il fazzoletto di Augusta, l'assenza di segni di colluttazione nella mota e lo stato delle vesti smentivano parimenti la tesi della disgrazia ipotizzata dal patrigno.
Con il progredire dell'inchiesta, molti dettagli assunsero una luce diversa. Grauroth aveva insistito il giorno prima nel dire che i fanciulli dovevano essere caduti in acqua. Quando gli fu comunicato che erano stati assassinati, rispose, stando al resoconto, che d'allora in poi li si sarebbe dovuti mostrare soltanto a chi ne avesse avuto l'obbligo per ragioni d'ufficio. Rifiutò di vegliare le bare quando i vicini vennero a rendere l'estremo saluto. Simili contegni furono interpretati a suo carico; da soli, tuttavia, non avrebbero potuto surrogare l'esame dei corpi né le testimonianze.
Un'ulteriore circostanza destò sospetti. Le donne di casa, intente al bucato, notarono su ciascuna manica della sua camicia una striscia bruna, umida e melmosa, larga circa un quarto di braccio. Ne parlarono tra loro, ma non conservarono il capo come reperto: fu gettato insieme alla biancheria comune. Più tardi, davanti ai giudici, Grauroth negò che i propri abiti fossero macchiati, sostenendo che un'eventuale traccia sarebbe stata bluastra e non bruna, per via del camiciotto indossato sul lavoro. Questo dettaglio, di cui la cronaca sottolinea l'irrimediabile dispersione materiale, non poté più essere sottoposto a perizia.
Il magistrato interrogò Grauroth sin dal martedì, rimproverandogli anzitutto d'aver atteso la domenica mattina per mettersi alla ricerca dei bambini, mentre la loro assenza era già nota dal sabato sera. La moglie spiegò d'essere rientrata tardi e d'essersi coricata; il marito dichiarò d'aver scorto dei fanciulli giocare all'aperto, credendoli in mezzo a quel gruppo. Venne poi la questione della mansarda. Diversi testimoni avevano visto Grauroth allontanarsi dalla rimessa, attraversare il cortile e salire in quella stanza dove si tenevano vecchi panni e arnesi. Egli sostenne d'esservi andato per prendere un trapano, ma le lavoranti asserirono che l'attrezzo si trovava nella rimessa. Un'ora dopo era ridisceso, a braccia conserte, prima di bere il caffè servito dalla domestica e riprendere il proprio lavoro.
L'inquirente riesaminò le spiegazioni fornite su quel pomeriggio. Grauroth aveva dapprima parlato della riparazione di una grondaia, poi di legna da segare. Per la salita al granaio invocò una trivella; alcuni testimoni riferirono invece d'avergliela vista prelevare nella rimessa. Ai figli raccontò d'essere andato da Saddwisch per chiedere notizie di un orologio che diceva d'avergli prestato. I ragazzi confermarono la versione, sostenendo tuttavia che non l'aveva restituito. Grauroth replicò d'essersene dimenticato. Il tribunale gli contestò che quella visita appariva un mero pretesto per allontanarsi. Egli ammise che i bambini non gli erano particolarmente cari, pur proclamando di non aver mai nutrito rancore e d'aver sinceramente pianto la loro fine.
Una voce ulteriore smentì la sua presenza continuativa nell'abitazione. Una donna del vicinato, uscita a raccogliere bacche lungo il ruscello, dichiarò d'aver udito la voce d'un bambino chiamare il padre e domandargli che cosa volesse fargli; avrebbe poi riconosciuto la voce di Grauroth che gli intimava il silenzio. La cronaca riferisce altresì la testimonianza di Holländer, un vecchio compagno d'infanzia convocato dalla corte mentre l'imputato si trovava in vinculis. Dapprima, il colloquio in carcere avrebbe sortito soltanto una smentita. In un incontro successivo, Holländer affermò che Grauroth gli aveva confidato d'aver condotto i fanciulli nel bosco, d'aver spezzato loro il collo e d'averne poi trasportato i corpi fino al ruscello. L'accusato contestò tale deposizione, sostenendo in seguito che l'antico sodale lo aveva costretto a parlare sotto minaccia.
Il procedimento non si limitò ai due decessi recenti. Nel 1854, la prima moglie di Grauroth era perita a seguito di una violenta malattia; poco dopo, suo fratello era stato colto da sintomi analoghi. Il capitolo presenta entrambe le morti come avvelenamenti da arsenico. Durante l'abboccamento in prigione con Grauroth, Holländer gli rammentò, secondo la sua versione, che nei cadaveri era stato rinvenuto arsenico; l'imputato gli avrebbe ribattuto: «Che posso farci se si sono uccisi da soli?». Questa frase resta la confidenza riferita da un testimone, non un reperto autoptico verificabile. La cronaca rammenta inoltre che Grauroth aveva incontrato un cerretano che smerciava arsenico e che ne aveva fatto richiesta a un maniscalco nel settembre 1859, senza ottenerne. Il testo collega queste morti all'interesse per la cognata e all'asse ereditario, ma non dà conto di alcuna condanna per tali fatti, tenuti distinti dal verdetto riguardante Henrik e Augusta.
Al dibattimento, Grauroth ribadì d'essere rimasto in casa e che i congiunti avrebbero potuto vederlo all'opera. Le testimonianze della serva, delle braccianti e di Holländer minarono tale difesa. Gli fu opposta la deposizione della donna che aveva udito il grido dei fanciulli; rispose che costei mentiva e che in quel bosco non crescevano affatto bacche. Il tribunale non si arrestò alle dicerie di paese: soppesò gli orari, le contraddizioni dei successivi alibi, le risultanze autoptiche e le confessioni carcerarie. La cronaca riferisce che i tre gradi di giudizio lo riconobbero colpevole dell'omicidio dei due fanciulli, condannandolo alla pena capitale.
La condanna fu commutata nella deportazione perpetua in Siberia. Egli continuò a protestarsi innocente.
