La porta era chiusa e la chiave era sparita. La signora Vitte scendeva dalla camera da letto per raggiungere il marito; si ritrovava bloccata, nella propria casa, da una serratura di cui conosceva ogni capriccio. Dall’altra parte giungevano colpi e lamenti. Aveva tentato di accendere una candela, senza riuscirvi; aveva rinunciato agli stivaletti. Ora bisognava passare dal giardino. Quella deviazione forse le salvò la vita; non le impedì però di imbattersi in un uomo che le correva incontro, con la sciabola alzata.
Poche ore prima, il 2 novembre 1866, i coniugi Vitte pensavano soltanto a chiudere la loro mescita di vino a Champerret. Due militari vi avevano bevuto, per poi andarsene. Erano tornati quasi subito: uno di loro si diceva indisposto e chiedeva di poter dormire lì. Vitte volle accontentarli. La moglie obiettò che non avevano più letti disponibili; egli insistette, ed ella acconsentì a cedere loro un materasso del letto coniugale. Si allestì una branda nella sala comune.
Jean-Antoine Ciosi e Jean-Baptiste Agostini vestivano la divisa dei volteggiatori della guardia imperiale. Entrambi corsi, ex contadini, avevano conosciuto le campagne di Crimea e d’Italia, per poi riarruolarsi. Appartenevano a quei corpi la cui divisa doveva bastare a rassicurare il passante. Quella sera, la loro presenza non fece esitare l’oste a trattenersi accanto a loro. Aspettava ancora un pigionale, il muratore Boramier, che rientrò dopo mezzanotte. La signora Vitte gli aprì, svegliò il marito assopito al banco, poi risalì.
Verso le tre, i rumori la richiamarono al piano di sotto. Nella stanza del banco, il militare armato la raggiunse; ella sollevò le braccia per proteggersi il capo e ricevette il fendente. Suo fratello Renault, accorso alle sue grida, fu a sua volta colpito alle spalle. Le camicie da notte, i piedi nudi, la premura di soccorrere qualcuno non li avevano protetti. Insieme al figlio dei Vitte, guadagnarono la porta a grata del giardino. Un operaio del gas li aiutò a fuggire passando sotto la parte chiusa.
La signora Lefebvre e Morland entrarono allora nella casa. Vitte era ancora appoggiato al muro, tra due tavoli; Boramier giaceva davanti a lui. L’oste riconobbe la vicina. Ella gli domandò se vi fosse stata una lite, qualche difficoltà per il pagamento. Stando alla sua deposizione, egli rispose che dormiva, e che i due soldati avevano colpito, l’uno lui, l’altro Boramier. Furono indicazioni raccolte nel tumulto dei soccorsi, prima che i racconti assumessero la distesa sicurezza delle spiegazioni giudiziarie.
I soldati erano tornati alle loro guarnigioni. Avevano lasciato dietro di sé effetti personali, tracce e soprattutto dei vivi. Boramier morì all’ospedale Beaujon il 16 novembre. Vitte sopravvisse, ma perse un occhio. Sua moglie e Renault guarirono dalle ferite. Il figlio, di dodici anni, avrebbe raccontato ai giudici come avesse condotto la madre, coperta di sangue, fino a una casa vicina, per poi tornare dal padre, che credeva ormai morto.
Ciosi non negò di aver colpito Boramier. Volle però attribuire a quei colpi un principio diverso da quello suggerito dai feriti. Pochi mesi prima, raccontava, tre uomini lo avevano aggredito su boulevard Bineau; nella voce del muratore avrebbe riconosciuto uno di loro. Una discussione sulla boxe si sarebbe accesa, Boramier lo avrebbe afferrato alla gola e il soldato avrebbe allora impugnato la sciabola. La violenza diventava, in questa versione, una reazione scaturita da un’antica aggressione.
Ma le ferite smentivano quel racconto. La loro direzione induceva il medico e l’accusa a collocare l’omicida dietro un uomo addormentato, piuttosto che di fronte a un avversario proteso verso di lui. Nessuno aveva udito la prolungata lite di cui parlava Ciosi. I vicini, che avevano chiaramente inteso le invocazioni della signora Vitte, non avevano percepito alcun alterco in precedenza. La casa era rimasta silenziosa fino al momento dei colpi.
Su quanto seguì, i due militari si divisero in modo ancor più netto. Ciosi accusava Agostini di aver colpito l’oste; ammetteva, da parte sua, di aver aggredito la persona giunta dal bancone soltanto perché bisognava aprirsi un varco. Agostini sosteneva al contrario di essersi svegliato davanti alla carneficina già compiuta dal commilitone. La paura gli avrebbe impedito di intervenire; sarebbe fuggito prima dell’aggressione a Renault. Attribuiva inoltre a Ciosi le prime dichiarazioni menzognere da lui stesso rese.
Gli inquirenti ripercorsero i tragitti. La porta chiusa, il giardino, l’intervallo tra le grida della donna e quelle del fratello non costituivano una semplice scenografia: permettevano di misurare ciò che Agostini pretendeva di aver avuto il tempo di fare. Il figlio dei Vitte dichiarò di aver visto fuggire entrambi i soldati. Tracce di sangue erano state rilevate sulle armi. Ciascun imputato proponeva una successione di gesti volta ad alleggerire la propria posizione e ad aggravare quella dell’altro.
Una domanda tuttavia resisteva: perché quella notte era sfociata nel sangue? Un creditore si era presentato in serata per riscuotere del denaro da Vitte; l’oste gli aveva offerto duecento franchi e il saldo era stato rimandato all’indomani. L’accusa riteneva che i militari avessero udito. Ciononostante, il furto non fu dimostrato. L’orologio di Boramier, in un primo tempo ritenuto scomparso, fu ritrovato nei suoi pantaloni. Il movente restava oscuro, persino al termine del dibattimento.
Il 28 e il 29 dicembre, dinanzi al tribunale militare di Parigi, i difensori fecero leva su tale oscurità e sui trascorsi di servizio degli accusati. Quello di Ciosi contestò la premeditazione; quello di Agostini sostenne che una presenza sventurata accanto all’omicida non bastava a fare un secondo assassino. Prima della camera di consiglio, Agostini supplicò ancora il commilitone di proclamare la sua innocenza. Ciosi ribadì che avevano agito entrambi.
Il tribunale militare li condannò a morte, distinguendone le responsabilità: a Ciosi, l’assassinio di Boramier e l’attacco alla signora Vitte; ad Agostini, il tentato assassinio di Vitte e l’aggressione a Renault. Il 21 gennaio 1867 furono fucilati al poligono di Vincennes. La Gazette descrive le truppe ammassate sulla neve, i curiosi arrampicati sugli alberi, poi i reggimenti che sfilano davanti ai corpi. L’esercito si era ripreso, per ucciderli, gli uomini che un tempo aveva decorato.
I Vitte, dal canto loro, non poterono chiudere la vicenda abbandonando il luogo di un’esecuzione. Nel 1869 chiesero cinquantamila franchi di risarcimento danni al ministro della Guerra. Il tribunale civile si dichiarò incompetente: la loro richiesta chiamava in causa lo Stato ed era di pertinenza della giurisdizione amministrativa. Furono condannati alle spese di lite. Dopo aver aperto la propria casa ai soldati, aver prestato il loro materasso ed essere sopravvissuti alle sciabole, scoprivano che restava loro ancora da bussare alla porta giusta.
