Il primo indizio era racchiuso in una fetta di pane spalmata di confettura d'uva. La sera del 20 maggio 1847, tra le mura di una casa di Lilla, Jean-Baptiste Lahousse, la moglie Napoléonne e le figlie Elisa e Hortense avevano consumato pane e mosto cotto. Poco dopo, i tre più anziani furono colti da dolori lancinanti e vomito continuo. L'accaduto parve dapprima trovare una spiegazione consueta: un alimento andato a male, una conserva inacidita. La famiglia parve rimettersi, per poi ricadere nel medesimo strazio; e mentre il padre cercava all'esterno la causa di quel male, la figlia aveva già iniziato a dosare ciò che a ciascuno era dato sapere.
Lahousse esercitava il mestiere di sarto. Secondo la relazione tedesca pubblicata nel 1861 dal Pitaval, la famiglia viveva del lavoro quotidiano, senza agi ma lontana dalla miseria, e i figli sapevano leggere e scrivere. Questo quadro domestico proviene da una cronaca giudiziaria redatta a posteriori, non da un verbale d'udienza accessibile nella sua immediatezza. La Gazette des Tribunaux, nel riferire in seguito dei dibattimenti alle assise del Nord, identifica il padre come Jean-Baptiste Lahousse, la madre come Napoléonne-Augustine Brémart e la figlia come Julienne-Hortense Lahousse. Fissa la celebrazione del processo al novembre 1847 e le due somministrazioni di veleno al 20 e al 29 maggio.
I primi intossicati non ricorsero subito all'opera di un medico. Soffrirono per qualche giorno, poi parvero ristabilirsi. Il 29 maggio, gli spasmi ripresero con rinnovata violenza. Nella versione riportata dal Pitaval, Hortense introdusse allora in casa una bevanda, presentandola come uno sciroppo atto a lenire le sofferenze dei genitori. Il padre e la madre ne bevvero abbondantemente; la sorella ne bagnò appena le labbra. Questa seconda ricaduta non fu considerata un nuovo attentato: tra le pareti domestiche parve non essere altro che il risveglio del primo malore.
Jean-Baptiste Lahousse aveva tuttavia iniziato a nutrire dubbi su quella conserva d'uva. Raccolse alcuni frammenti di pane e marmellata per farli esaminare, persuaso che una sostanza nociva vi fosse caduta per disgrazia. I primi sospetti ricaddero su Pannequin, l'armaiolo e droghiere che aveva venduto il preparato. La narrazione del Pitaval riferisce che questi dimostrò di aver smerciato il medesimo prodotto ad altri avventori senza cagionare alcun disturbo, e che l'ispezione delle sue scorte non rivelò alcuna anomalia. L'inchiesta risalì allora lungo il tragitto percorso dal barattolo tra la bottega e la tavola familiare.
Tale pista conduceva inevitabilmente a Hortense. Soltanto lei aveva recato a casa la confettura e, secondo gli interrogatori riportati o compendiati dalle due fonti, aveva ammesso di aver mescolato una polvere alla prima portata. Il padre spirò il 5 giugno. La Gazette colloca la morte della madre al 19 luglio. Una distanza di diverse settimane che assume rilievo: il padre soccombette subito dopo la prima serie di sintomi, mentre la madre sopravvisse dapprima alla crisi, rimase inferma e morì solo più tardi. Il processo trattò anche questo secondo decesso come conseguenza dell'avvelenamento; la cronaca retrospettiva segnala tuttavia che nel cadavere della donna non fu rinvenuta traccia alcuna di veleno, spiegando i periti che il tempo trascorso poteva averne favorito l'eliminazione dai tessuti.
La sorella, Elisa, sopravvisse. Il fascicolo non descrive in lei lesioni paragonabili a quelle dei genitori, eppure l'accusa imputò a Hortense di aver preso di mira i tre congiunti in entrambe le occasioni. Questa distinzione tra l'azione contestata, l'esito materiale per ciascuno e il riscontro medico avrebbe pesato nel giudizio. I medici e i chimici comparsi alle assise furono interrogati sulla sintomatologia, sui residui del pasto e sull'efficacia letale delle sostanze somministrate. La stampa coeva riassume le loro perizie come favorevoli all'accusa; il resoconto del Pitaval ne offre una narrazione più ampia, che non va tuttavia scambiata per gli atti processuali originali.
Il 6 giugno, all'indomani della morte del padre, Hortense tornò nella bottega di Pannequin accusandolo di aver venduto una preparazione nociva che aveva avvelenato la sua famiglia, secondo la ricostruzione dibattimentale. Un gesto che ammetteva due letture: lo sdegno di una cliente convinta di aver patito un incidente fortuito, o una fredda messa in scena volta a stornare i sospetti. La stampa riferisce in seguito che Pannequin fu perseguito per colpa e che Hortense testimoniò a suo carico. Sulla scorta delle fonti qui consultate, non è possibile stabilire l'esito di tale procedimento separato, che non può dunque essere assunto come un verdetto definitivo da annettere alla vicenda principale.
Il 12 luglio la polizia interrogò Hortense sul veleno e sui suoi rapporti con Eugène Laugeois, un giovane operaio scultore. Il Pitaval riferisce di una nuova deposizione il 17 luglio, dopo la quale la ragazza, rientrata a casa in lacrime, si sarebbe gettata ai piedi della madre agonizzante confessando l'avvelenamento. Dapprima addossò la colpa a Laugeois: sostenne che il giovane le aveva fornito il denaro per acquistare la polvere, minacciandola qualora si fosse rifiutata. Si tratta di dichiarazioni verbalizzate della giovane, non di circostanze accertate a carico dell'uomo.
La Gazette des Tribunaux delinea il quadro giudiziario con maggior rigore. Laugeois, dapprima arrestato e detenuto per circa un mese, beneficiò di un decreto di non luogo a procedere prima del processo contro Hortense. La giovane ritrattò l'accusa, ammettendo di non voler portare da sola il peso del misfatto. Il giornale riporta le domande rivoltele in aula: riconobbe entrambi gli avvelenamenti, ma giustificò il gesto adducendo i maltrattamenti che asseriva di subire dalla madre e dalla sorella. Queste ultime, al pari dei testimoni ascoltati in seguito, smentirono categoricamente tale versione. Le fonti storiche non autorizzano a trasformare tale contrasto in una certezza psicologica.
Il processo non si limitò dunque ad accertare la presenza del veleno. Chiamava i giudici a stabilire se una ragazza di quindici anni avesse compreso la portata del proprio operato e potesse risponderne penalmente. Il pubblico ministero ricostruì una premeditazione meticolosa: acquisti separati, due somministrazioni a nove giorni di distanza e la falsa accusa contro un innocente. La difesa non contestava la materialità di quegli atti micidiali; tentava piuttosto di spiegare come un'adolescente priva di qualsiasi interesse economico potesse infierire sui propri cari, contestando che avesse agito con discernimento. Le arringhe riassunte dal Pitaval intrecciano argomenti di diritto, teorie medico-legali oggi superate e giudizi moralistici sulla condotta dell'imputata.
La cronaca del 1861 insiste con enfasi sul contegno tenuto dalla ragazza in tribunale e sulla sua vita affettiva, deducendone una presunta crudeltà congenita e una totale assenza di rimorso. Commenti che appartengono per intero al compilatore tedesco. Non dimostrano né un movente, né un'infermità mentale, né l'effettiva minaccia da parte di Laugeois. L'immagine della «fanciulla mostruosa» consentiva al narratore di archiviare un caso di cui gli sfuggivano le ragioni; non può tuttavia surrogare l'analisi dei fatti. Nelle testimonianze e nelle discussioni registrate dalla stampa, le motivazioni addotte — sete d'indipendenza, gelosia, maltrattamenti o difetto di discernimento — rimasero ipotesi controverse e insolute.
La corte d'assise del Nord si riunì a Douai dal 15 al 17 novembre 1847. La Gazette riferisce che il giurì rispose affermativamente ai principali quesiti sulla colpevolezza e che una questione specifica fu posta in merito al discernimento. L'OCR indicizzato dell'articolo non consente di decifrare con certezza la chiosa a quest'ultima risposta. L'esito finale è comunque corroborato dal giornale e da una scheda bibliografica di Criminocorpus: Hortense fu condannata a vent'anni di reclusione. All'epoca della sentenza aveva sedici anni; al momento dei fatti non li aveva ancora compiuti, soglia anagrafica che la stampa e il dibattimento collocarono al centro della determinazione della pena.
Sussiste una divergenza che deve rimanere evidente. La seconda edizione del Pitaval afferma che la pena inflitta fu di venticinque anni di carcere. Il resoconto coevo della Gazette e il repertorio di un opuscolo del 1847 intitolato Sa condamnation indicano invece vent'anni. Gli esemplari digitalizzati della Gazette non hanno potuto essere aperti direttamente nell'ambiente di ricerca; ne è stato consultato l'OCR indicizzato, così come la notizia bibliografica, e non il documento a stampa nella sua interezza. In mancanza dell'estratto originale della sentenza, le fonti non consentono di dirimere il contrasto: la Gazette riferisce vent'anni, laddove il Pitaval ne riporta venticinque. La nostra cronaca mantiene entrambe le versioni senza privilegiare l'una o l'altra come autenticata dal giudizio medesimo.
Il processo lasciò così insolute due questioni distinte. La prima era strettamente giudiziaria: le prove furono giudicate sufficienti a condannare Hortense, mentre il procedimento contro Laugeois fu archiviato prima del dibattimento. La seconda, attinente al movente e al discernimento, fu dibattuta in aula ma non riceve una risposta che la storiografia possa accogliere senza riserve. Due pasti, nove giorni di intervallo, un padre morto, una madre spentasi settimane dopo, una sorella scampata: gli elementi materiali compongono una sequenza precisa. Non spiegano però di per sé perché un'adolescente abbia scelto quel mezzo, né cosa intendesse provocare. La fonte del 1861 colma questo vuoto ricorrendo a perentorie sentenze morali; i resoconti coevi lasciano invece trasparire l'irrisolto conflitto tra prova, responsabilità e giovane età.
