La corda era troppo corta. Si era fatto sfilare un bambino per le strade di Lione, si erano mobilitati gli arcieri, interrogati i testimoni, affisso alle porte delle chiese il resoconto di un omicidio; eppure nessuno si era ancora preso la briga di verificare se la corda indicata potesse davvero calare un uomo in fondo al pozzo. L’avvocato Élie de Beaumont la fece misurare. Mancava una lunghezza considerevole. Nell’affare di Claudine Rouge, fu questo uno dei momenti in cui le cose materiali cominciarono finalmente a fare resistenza alle parole. La corda non poteva compiere ciò che il piccolo aveva imparato a raccontare.
Claudine aveva diciotto anni. Figlia di un tessitore di seta, viveva in rue de la Grande-Côte e scomparve nella serata del 25 giugno 1767. Si disse che fosse uscita per cercare una gatta; si disse poi che qualcuno avesse sviato l’animale per attirarla. Altri la collocavano sopra un ponte, altri ancora nella tromba delle scale della sua casa. Le ricerche ebbero inizio in mezzo a queste indicazioni inconciliabili. La madre e la zia, la donna Fay, percorsero l’intero vicinato. Una ragazza non rientrava; il quartiere si apprestava a colmare quell’assenza con scene che nessuno era in grado di stabilire.
La donna Forobert, moglie di un fabbricante di candele, scorse la zia in affanno e le domandò che cosa cercasse. Rispose di aver visto la giovane infilarsi in un vicolo per nascondersi, e poi rise. La cronaca riferisce queste parole come una facezia infelice. Quando sopraggiunse a sua volta la madre, la Forobert l’aiutò nelle ricerche e acconsentì persino a far ispezionare la propria abitazione. Non si trovò nulla. Verso mezzanotte, i parenti tornarono in forze, muniti di un ordine del capitano di quartiere. Si perquisirono la bottega, il retrobottega, la camera da letto, i mobili, persino la culla. Ancora nulla. La totale assenza di riscontri non placò tuttavia coloro che avevano cominciato a cercare proprio lì.
Il 30 giugno, alcuni pescatori ripescarono dal Rodano il corpo di una donna, nei pressi di Condrieux. Fu spogliato degli abiti, osservato senza un vero esame da un chirurgo di passaggio e infine sepolto senza un adeguato verbale giudiziario. Quando alcuni parenti di Claudine giunsero sul posto qualche giorno più tardi, lo fecero riesumare. Lo stato del cadavere non consentiva più un riconoscimento sicuro. Si appigliarono ad alcuni indumenti e a delle iniziali, ottenendo poi un atto di morte che recava il nome di Claudine. Quel documento avrebbe conferito a un’identificazione incerta la parvenza di una cosa ormai accertata.
Rientrati a Lione, i racconti assunsero una precisione che i rilievi non avevano mai avuto. Si parlò di un volto riconosciuto, di legature, di un assassinio preceduto da violenze. La Forobert e diversi suoi conoscenti vennero additati. L’usciere Constant si mise al servizio dell’accusa familiare. Godeva di influenza nelle carceri e nei meccanismi procedurali; la cronaca gli attribuisce inoltre un rancore personale verso la Forobert, colpevole di aver respinto le sue avances. Quali che fossero le sue reali intenzioni, il suo intervento avrebbe offerto ai sospetti i mezzi per trasformarsi in un procedimento giudiziario. Occorreva soprattutto procurare loro un testimone.
La Forobert aveva un figlio di cinque anni e mezzo. Due ragazzi più grandi lo attirarono nei loro giochi, ripetendogli che sua madre aveva ucciso Claudine. Dapprima il bambino riportò queste parole alla madre sotto forma di domande. Poi i racconti si fecero circostanziati, mescolando luoghi a lui noti, gesti che gli venivano suggeriti e l’itinerario di una consueta passeggiata verso il battello dello zio. Ricompense, denaro e dolciumi accompagnarono quelle sollecitazioni. Ciò che doveva essere presentato come un ricordo si andava costruendo attraverso la ripetizione. Il bambino imparava a non mutare versione, una costanza che gli adulti avrebbero in seguito scambiato per una garanzia di verità.
Il 7 luglio, Constant trasse in arresto la Forobert. Il bambino fu separato dai genitori e interrogato. Raccontò che Claudine era entrata per cercare la gatta, che era stata aggredita e poi uccisa, che il corpo era stato gettato in un pozzo, ripescato per mezzo di una corda e trasportato fino al Rodano. Fece i nomi di quanti avrebbero preso parte a quelle manovre e attribuì un ruolo anche a se stesso. La descrizione era abbastanza circostanziata da colpire le menti. Era anche abbastanza precisa da poter essere verificata. Quando l’inchiesta avrebbe infine preso sul serio le distanze e gli orari, quei dettagli non avrebbero più protetto l’accusa: l’avrebbero messa con le spalle al muro.
Antoine Perra e la ragazza Prunier si presentarono spontaneamente per difendersi. Seguirono altri arresti. Nel frattempo, fu ordinata una nuova riesumazione, questa volta con una perizia ufficiale. Il padre di Claudine non poté assicurare che il corpo fosse quello della figlia; gli abiti gli parevano simili a quelli della propria famiglia. I chirurghi dichiararono che lo stato di decomposizione impediva di accertare le violenze asserite. Il processo disponeva dunque di una narrazione compiuta, ma non poteva stabilire né l’identità del cadavere né le circostanze delittuose di cui quella storia faceva la propria incrollabile certezza.
La Forobert aveva cercato soccorso in una direzione che il lettore potrebbe giudicare singolare. Prima dell’arresto, esasperata dalle accuse, aveva consultato un indovino, offrendogli denaro e i propri orecchini pur di avere notizie di Claudine. L’uomo le aveva predetto che una farfalla intorno a una candela significava che la scomparsa era ancora in vita. La donna riferì questo tentativo ai giudici. In una città in cui gli adulti trasformavano le parole di un fanciullo in prove legali, ella aveva cercato una rassicurazione nel volo di un insetto. L’una e l’altra credulità non avevano però il medesimo potere: la seconda non poteva mandare nessuno sul patibolo.
In seguito fu organizzata una ricognizione pubblica con il bambino. Circondato da arcieri, da un magistrato, dal cancelliere e dalla folla, il piccolo doveva mostrare il cammino che il corpo avrebbe percorso. Si diresse verso il battello che conosceva. La dimostrazione parve rinvigorire i convincimenti generali. Eppure, la strada non era vuota attorno a lui; una folla già informata del tragitto lo scortava e lo precedeva. Quella processione diceva al pubblico che un bambino sapeva. Non permetteva tuttavia di distinguere ciò che egli ricordava da ciò che tutti, ormai, si aspettavano che indicasse.
Élie de Beaumont riprese in mano gli atti. Contestò anzitutto che si potesse imbastire un omicidio su un cadavere non identificato, poi esaminò la corda che il bambino aveva riconosciuto. L’avevano misurata, ma senza confrontarne la lunghezza con la profondità del pozzo e con il congegno descritto. Tale riscontro rivelò l’impossibilità materiale dell’operazione. Un uomo non poteva, con quel canapo, essere calato nel modo narrato dal ragazzo per recuperare la salma. Non serviva una confessione né un miracolo: bisognava misurare ciò che l’accusa aveva già stabilito di credere.
Il padre del piccolo Forobert ottenne infine un colloquio con il figlio, alla presenza di un magistrato. Il bambino dichiarò di aver soltanto ripetuto quanto i due ragazzi gli avevano ordinato di dire. Riferì anche delle somme ricevute e delle raccomandazioni di non mutare una sola parola. Il giudice lo minacciò della frusta per le sue menzogne; il piccolo confermò, questa volta, la propria ritrattazione. Il 23 dicembre 1767, gli imputati furono assolti e autorizzati a far stampare e affiggere la sentenza. La loro reputazione era stata lesa pubblicamente; la riparazione poteva avvalersi degli stessi muri utilizzati dall’accusa.
Il bambino non fece subito ritorno a casa dei genitori: fu affidato per tre mesi a un parente paterno, con visite sorvegliate, prima di essere loro riconsegnato secondo quanto disposto dalla corte. Constant fu in seguito condannato a morte per reiterate prevaricazioni, con una sentenza confermata nel 1769; non si devono tuttavia ricondurre tali imputazioni a questo solo fascicolo. Quanto a Claudine, la cronaca non risolve il mistero della sua scomparsa. Coloro che avevano preteso di spiegare tutto avevano rischiato di condurre degli innocenti al supplizio senza ritrovare lei. Al termine della vicenda, una corda troppo corta e un bambino finalmente smentito restituivano ai giudici questa difficile verità: non sapere non autorizza a completare la storia inventando dei colpevoli.
