La fossa non fu scoperta al primo esame della casa. Il 14 agosto 1849, alcuni agenti di polizia entrarono al numero 3 di Miniver Place, a Bermondsey; il 17, dopo aver sollevato due pesanti lastroni nel retrocucina, rinvennero il corpo di Patrick O’Connor sotto la terra e la calce. Frederick e Maria Manning furono quindi processati per omicidio. Gli atti giudiziari registrano la loro condanna a morte, ma non accertano l’ora del decesso né, da soli, l’esatta sequenza di quanto avvenne tra quelle mura.
Prima ancora di ascoltare i testimoni, la corte dovette dirimere una questione di stato giuridico. L’avvocato di Maria chiese che la donna fosse giudicata da un giurì composto in parte da stranieri, sostenendo la sua condizione di alien. L’accusa replicò che il matrimonio con un suddito britannico di nascita ne aveva mutato la condizione civile. Il Lord Chief Baron accolse tale orientamento: lo status di Maria, in forza della legge citata, era ormai assimilabile a quello di una persona naturalizzata. L’istanza di un giurì speciale fu respinta. Si trattava allora del suo status, non della sua colpevolezza.
Patrick O’Connor prestava servizio alle dogane come stazzatore e alloggiava da quasi cinque anni presso le sorelle Harmes, in Greenwood Street. L’8 agosto, Pierce Walsh lo accompagnò dai Manning. Maria gli domandò per quale ragione non si fosse presentato a cena; O’Connor rispose di non averne riconosciuto la grafia nella lettera d’invito. Dopo aver discusso d’affari e fumato la pipa, l’uomo avvertì un malore. I Manning gli offersero brandy e acqua, ma egli non ne bevve. Ripresosi, lasciò l’abitazione insieme a Walsh verso le undici e un quarto, in apparente buona salute.
L’indomani, diversi testimoni lo collocarono nei pressi del London Bridge, diretto a Bermondsey. Due doganieri lo incrociarono verso le cinque meno un quarto; un altro lo vide a pochi minuti di cammino da lì, vicino a Miniver Place, attorno alle cinque e dieci. Tali avvistamenti situavano O’Connor lungo la strada verso la casa, senza tuttavia comprovare che vi fosse effettivamente entrato. James Younghusband dichiarò nondimeno di averlo notato verso le cinque e un quarto sul ponte, mentre procedeva a passi lenti verso la City prima di fermarsi; lo aveva scorto soltanto per una manciata di secondi dall’alto di un omnibus. Questa testimonianza complica l’itinerario altrimenti delineato dagli altri testi, e gli atti non consentono di dirimere la discrepanza del tragitto. Presso il suo alloggio O’Connor non fece più ritorno. Quando i colleghi chiesero sue notizie, Maria fornì risposte discordanti sull’ultimo momento in cui lo aveva visto e sull’orario delle proprie visite alla stanza dell’uomo. Anna Harmes, dal canto suo, raccontò di averla ricevuta il giovedì e il venerdì sera, sola nella camera di O’Connor, ogni volta per oltre un’ora.
Gli atti non registrano alcun testimone oculare della morte. La prima perquisizione della casa si rivelò infruttuosa. Quando i poliziotti vi fecero ritorno, Barnes scorse una traccia umida tra le commessure di due lastroni. Insieme a Burton, li rimosse. Sotto la malta vi era terra smossa; a circa trenta centimetri di profondità, affiorò il piede di un uomo. Il corpo giaceva prono, spogliato, con le gambe ripiegate e legate, interamente cosparso di calce. Gli agenti trassero la salma dalla fossa e la composero nella cucina anteriore.
Il chirurgo Lockwood estrasse dalla bocca una dentiera, che un dentista riconobbe come quella da lui fornita a O’Connor. Il medico rilevò inoltre una pallottola sottocutanea sopra l’occhio destro, un’apertura nella scatola cranica e svariate fratture. Le lesioni apparivano sufficientemente gravi da causare la morte; anche la ferita da arma da fuoco avrebbe, a suo tempo, prodotto un esito letale. Il perito non fu in grado di stabilire quando i colpi fossero stati inferti. Stimò che il cadavere fosse rimasto sepolto per almeno una settimana, tenuto conto dell’azione della calce nell’accelerarne la decomposizione. La perizia consentiva di identificare la vittima e di descrivere i traumi, ma non di datare con esattezza la morte né di ricostruirne l’ordine temporale.
La fossa non costituì che un tassello dell’indagine materiale. Un muratore che aveva lavorato per i Manning testimoniò che a luglio Frederick aveva acquistato uno staio di calce, presentandolo come rimedio per sterminare le lumache del giardino. Un manovale l’aveva trasportata nel retrocucina, su richiesta dell’imputato. Pochi giorni dopo la consegna, Frederick ordinò altresì un pesante piede di porco in ferro. Il garzone che recapitò l’attrezzo spiegò che Manning, contrariato dal fatto che fosse a vista, lo aveva fatto avvolgere in carta da pacchi bruna. L’arma non fu rinvenuta nell’abitazione; un medico affermò che un simile strumento avrebbe potuto produrre parte delle lesioni, pur ammettendo di non poterle attribuire a esso in via esclusiva. William Massey, uno studente di medicina che era stato a pigione dai Manning, riferì che Frederick gli aveva domandato quale sostanza potesse intorpidire una persona al punto da farle redigere uno scritto. Subito prima o subito dopo, a memoria del teste, Manning aveva menzionato l’intenzione di far firmare a O’Connor una cambiale da cinquecento sterline. Massey riteneva che Maria fosse presente alla conversazione sui narcotici; riferì inoltre di domande concernenti il punto più vulnerabile della testa e il rumore prodotto da una pistola ad aria compressa. Tali dichiarazioni attestano ciò che Massey depose, non che un disegno delittuoso fosse stato effettivamente eseguito.
Maria acquistò una paletta per la polvere l’8 agosto. Due giorni più tardi, la dodicenne Hannah Firman si recò a rassettare la casa. Notò, accanto al ripostiglio del carbone, una cesta che le parve aver contenuto calce. Riferì pure che le era stato chiesto di lavare il cesto, ma non seppe precisare cos’altro avesse visto. Gli inquirenti non ritrovarono alcuna paletta nell’abitazione il giorno in cui il cadavere venne alla luce. Questi reperti gettavano luce sull’indagine, senza tuttavia dimostrare, da soli, il loro effettivo impiego.
Un’altra serie di indizi riguardava gli affari di O’Connor. L’uomo possedeva azioni ferroviarie trasmissibili mediante certificato. Tra luglio e i primi di agosto ne aveva acquistate tramite mediatori; i numeri di matricola di svariati certificati rinvenuti nei bagagli di Maria corrispondevano a quelli intestati a O’Connor. La donna aveva nondimeno domandato a un agente di cambio quali titoli avrebbe potuto alienare a Parigi all’insaputa e senza l’assenso del marito. Il professionista le aveva suggerito titoli francesi. Maria spiegò più tardi che talune azioni le appartenevano e che altre erano state comprate a suo favore da O’Connor. I certificati comprovavano legami tra le rispettive operazioni finanziarie, ma non attestavano di per sé la provenienza originaria di ciascun titolo.
L’11 agosto, Frederick si recò presso un negoziante di titoli assieme a John Bassett. Quest’ultimo redasse un atto di trasferimento recante il nome di O’Connor, e l’uomo esibì i titoli come se quell’identità fosse la propria. L’impiegato Hammond vide Bassett consegnargli cento sterline in banconota, una banconota da cinque sterline e cinque sovrani d’oro. Un agente presente nella stanza vide l’atto sottoscritto dallo sconosciuto, ma in seguito non fu in grado di riconoscere Manning. Il responsabile del registro dei trasferimenti dichiarò che non risultava alcuna successiva cessione di quelle quote. John Blatchford, legale di O’Connor, affermò che la firma non apparteneva all’estinto. Webb Shillibeer, un avvocato che non aveva mai visto la calligrafia della vittima, ritenne che la firma presentasse una forte somiglianza con la grafia del corpo del documento. Hammond, dal canto suo, identificò Manning nell’uomo che aveva intascato il denaro. La prova metteva insieme documenti, transazioni e testimonianze di diseguale portata indiziaria.
Dopo la sparizione di O’Connor, i Manning liquidarono i propri mobili vendendoli a Charles Bainbridge. Frederick disse all’acquirente di voler mandare la moglie in campagna, passò poi due notti nella casa di lui e se ne andò in carrozza con i propri bauli. Maria aveva già lasciato Miniver Place il 13 agosto. Un vetturino la condusse a una stazione ferroviaria con due casse e dei cesti; sulle etichette dei bagagli la donna aveva apposto il nome fittizio di Smith e un recapito parigino. Alcuni testimoni la rintracciarono in seguito a Edimburgo. La polizia rinvenne tra i suoi effetti certificati azionari, banconote e sovrani d’oro.
Frederick fu arrestato a Jersey. Durante il tragitto, dichiarò che era stata Maria a sparare a O’Connor e ad averlo poi seppellito. Reiterò l’accusa dinanzi a un secondo agente, arricchendola con il racconto di un pranzo, di una lite e dello sparo mortale. Erano le parole di un uomo in stato di fermo, riferite dai poliziotti; non furono confermate da alcun testimone diretto della scena. Esse contrastavano inoltre con i rilievi necroscopici: i medici avevano descritto plurime fratture craniche, oltre al proiettile, senza poter stabilire una successione certa dei colpi. La corte non poteva trattare la chiamata in correità formulata dal marito alla stregua di una confessione di Maria.
Anche le versioni rese da Maria furono oscillanti. Dopo la cattura, negò il delitto, affermando che O’Connor era stato «il migliore amico» che avesse a Londra, comportandosi verso di lei come un padre. Sostenne di non averlo più visto dopo il mercoledì precedente la scomparsa, spiegando poi di essersi recata a cercarlo quando l’uomo non si era presentato a cena. Le sorelle Harmes la collocavano tuttavia nella camera del defunto il giovedì e il venerdì, e i certificati azionari trovati tra le sue cose ne intrecciavano le transazioni. Contraddizioni di tale natura potevano alimentare il sospetto; non equivalevano, però, alla constatazione materiale dell’omicidio.
Il giurì pronunciò un verdetto di colpevolezza per Frederick e Maria. Il processo non esplicita i passaggi motivazionali della giuria né consente di stabilire con esattezza il ruolo materiale di ciascuno. Esso salda tuttavia una catena indiziaria: O’Connor si incammina verso la casa e scompare; il suo cadavere viene occultato sotto il pavimento; i coniugi acquistano calce e arnesi da scasso; compaiono certificati riconducibili alle azioni della vittima e un atto di cessione contestato in un’operazione in cui Frederick riscuote denaro contante; entrambi abbandonano Londra prima dell’arresto. La pena di morte fu decretata per entrambi. Il resoconto giudiziario si arresta qui. Consegna un verdetto comune, ma non una dinamica esaustiva del delitto né la cronaca processuale successiva alla condanna.
