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Giustizia e scandali · Inghilterra

La metà del bottino

Anthony Drury, soprannominato il «Dottore dei camini fumosi», assale il carro di Bicester il 25 settembre 1726 e viene condannato a morte per le rapine compiute sulla strada maestra. In carcere accusa Robert King, il postiglione, di averlo istigato all’impresa; gli atti registrano le sue ritrattazioni e le sue ammissioni, ma non recano traccia di alcun giudizio a carico di King. Drury sale sul patibolo di Tyburn il 3 novembre 1726.

L’assalto al carro di Bicester condusse Anthony Drury a Tyburn; stando alla cronaca, il condannato attribuì l’idea della rapina a Robert King, il postiglione.

Drury era nato nel Norfolk da genitori che le carte dicono di buona famiglia e di adeguata sostanza. Lì aveva ricevuto un’educazione della quale il cronista sottolinea la cura e la spesa, pur senza precisarne i dettagli. Sui suoi primi anni di vita le notizie scarseggiano: l’autore dell’epoca annota espressamente di non voler inventare avventure per compiacere il lettore. Sa soltanto che Drury visse a Oxford e a Bicester prima di stabilirsi a Wendover, dove possedeva una casa e manteneva una famiglia.

Non risulta che abbia mai esercitato un mestiere regolare. Imparò tuttavia a riparare i camini che facevano fumo, attività che gli fruttò di che vivere con un certo decoro e gli valse, nella contea di Buckingham, il soprannome di «Smoky Chimney Doctor». Qualche anno prima della morte sposò a Oxford una vedova descritta come facoltosa. Si diceva che possedesse millecinquecento sterline, somma che il cronista sospetta forse esagerata. Questi lasciò intendere che Drury fosse stato un marito poco sollecito; giudizio, questo, che appartiene al commento morale dell’osservatore e non a un fatto processuale accertato. Fino ad allora, precisa la memoria, la reputazione di Drury nel circondario non aveva mai subito macchie.

Il 25 settembre 1726 Drury assalì il carro di Bicester proveniente da Londra. I capi d’accusa formulati contro di lui riguardavano diverse rapine commesse lungo la strada. A Thomas Eldridge furono sottratti quindici moidore, duecentodieci ghinee e ottanta mezze ghinee, oltre a denaro e mercanzie di proprietà di un certo signor Burrows. Un’altra imputazione gli contestava l’aggressione a Sarah, moglie di Robert King, cui aveva estorto due scellini e sei pence. Un terzo capo verteva sull’assalto a Eldridge e sul furto di una veste e di una sottana di calicò appartenenti a Giles Betts, stimate venti scellini. Una quarta accusa, per un ulteriore furto di due scellini e sei pence ai danni di Mary, moglie di Joseph Page, non fu esaminata: le prime tre bastavano già a esporre Drury alla pena capitale.

Sotto condanna a morte, stando all’osservatore della prigione, l’uomo non mostrò un terrore eccessivo, ma apparve piuttosto imbarazzato e confuso. Dapprima nutrì la speranza di ottenere una sospensione della pena, o quantomeno la deportazione nelle colonie. Scrisse a diverse persone che riteneva capaci di intercedere in suo favore. Nello stesso tempo leggeva i testi di devozione che gli venivano consegnati e assisteva alle funzioni nella cappella con contegno severo. Il cronista descrive questo zelo come un’apparenza, sospendendo il giudizio sui moti interiori dell’animo che non poteva sondare.

Drury desiderava soprattutto che la moglie lo raggiungesse a Londra. Le inviò numerose lettere accorate; la donna non rispose. Scrisse allora a un vicino di casa pregandolo di persuaderla a non abbandonarlo in quel frangente e a recarsi da lui per tentare di perorare la grazia. L’amico replicò che la consorte era così claudicante da non potersi vestire da sola, che la serva se n’era andata e che mancava del denaro necessario al viaggio. Egli stesso declinò l’invito, adducendo un grave raffreddore contratto a Londra durante una precedente incombenza svolta per conto del prigioniero.

Il recluso cercò allora un altro argomento per convincere la donna. Le fece sapere di aver impegnato a Londra argenteria per ventiquattro sterline, sebbene quegli oggetti valessero, a suo dire, più del doppio, e che rischiavano di andare perduti dopo la sua morte. L’amico riferì che la moglie avrebbe rimborsato chiunque avesse riscattato l’argenteria e gliene avesse dato notizia; tuttavia continuava a non promettere alcuna partenza. Drury concluse che ella non desiderava vederlo in vita, ma aggiunse di perdonarla sinceramente.

Negò sempre con fermezza di aver partecipato in passato a rapine della stessa specie. Riconobbe che, con i beni della moglie e il guadagno ricavato dai camini, avrebbe potuto condurre una vita agiata in campagna; ammise di aver amministrato male i propri affari, ma attribuì il piano delittuoso alle pressioni di King. Questi, secondo Drury, gli aveva inizialmente prospettato l’assalto come un’impresa agevole e priva di rischi, assicurandogli che non vi sarebbe stata resistenza alcuna. In cambio dei suoi consigli e del suo aiuto, il postiglione avrebbe dovuto ricevere la metà del bottino. Per dissimulare la loro intesa, Drury avrebbe poi avuto l’incarico di sottrarre circa quattro sterline alla moglie del conducente.

Un ministro della Chiesa d’Inghilterra, recatosi a fargli visita, lo esortò a non attenuare la propria colpa e a rendere una confessione sincera. Drury promise di parlare senza riserve, affermando di non avere altro sostegno se non Dio. Quando i ricorsi per la grazia furono respinti, mandò a chiamare l’ecclesiastico e ricevette la comunione. Riconobbe allora il delitto per il quale doveva morire, mantenne l’accusa contro King e dichiarò di perdonare sia quest’ultimo sia la propria consorte. La cronaca presenta questa confessione finale come una conferma delle dichiarazioni precedenti, ma non registra alcun procedimento giudiziario avviato contro King.

Una donna che aveva fatto visita a Drury nei suoi ultimi giorni riferì una circostanza diversa. L’uomo l’aveva condotta in calesse fino a Wendover. Lungo il tragitto avevano incrociato King, il quale aveva chiesto a Drury di scendere per parlargli. I due si erano appartati e avevano discusso con animazione; la donna non era in grado di dire quale fosse l’argomento. Risalendo a cassetta, tuttavia, King le aveva detto: «Non dovete temere, avrete certamente ciò che volete». Ella confermava dunque l’incontro e le parole scambiate, senza tuttavia poter attestare il patto che Drury affermava di avervi concluso.

Alcuni gentiluomini tentarono ancora di ottenere la grazia, ma invano. Il cronista ritiene che la speranza coltivata fino alla vigilia dell’esecuzione possa aver turbato il condannato, pur non potendo stabilire ciò che realmente si agitasse nella sua coscienza. La sera del 2 novembre, la visitatrice inviata dall’antico padrone della donna gli domandò che cosa avesse da dichiarare contro King. Drury ribadì che il postiglione lo aveva spinto al delitto, che la sua vita e tutto ciò che possedeva ricadevano sulla testa di quell’uomo; poi pose fine al colloquio per ritirarsi nelle proprie preghiere.

L’indomani mattina, 3 novembre 1726, Drury si recò alla cappella e lasciò Newgate senza mostrare segni visibili di spavento. Lungo la strada verso Tyburn parlò dei propri errori, disse di non essere stato incline al bere, bensì di aver frequentato troppo le donne, cosa che avrebbe destato la gelosia della moglie. Sul patibolo rinnovò l’accusa contro King, aggiungendo che il complice gli aveva persino suggerito di derubare il carro di Banbury. Precisò che, invece delle quattro sterline pattuite, ne aveva prese soltanto tre scellini alla moglie di King: somma che, stando agli atti, corrispondeva a quella dell’imputazione per cui era stato condannato.

Il cappellano gli rammentò allora che un uomo lo accusava di aver sposato a Norwich la figlia di un terzo, ancora vivente. Drury rispose che gli venivano mossi molti rimproveri e che perdonava tutti; non confermò né smentì tale accusa. Chiese poi di conferire con un gentiluomo presente presso la forca a proposito dei suoi beni, che affermava di aver liquidato, ed esortò infine gli astanti a vivere virtuosamente. Morì a Tyburn quel giovedì, all’età di circa ventott’anni.

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Lettura integrale della memoria locale newgate-112 (2.461 parole al conteggio dei caratteri separatori), SHA-256 fonte d2e5a4cb37188135753a6f5d86dc31dc48a5b7de06ad43675a3a6d4b4588ab3c. Il documento data l’assalto al carro di Bicester al 25 settembre 1726 e riporta l’esecuzione a Tyburn giovedì 3 novembre 1726. La narrazione attribuisce a Drury l’accusa contro Robert King; non trasforma né le parole della donna presente all’incontro, che non udì la conversazione, né l’ammissione finale di Drury in prova giudiziaria contro King, e non registra alcun processo a carico di quest’ultimo. Le dichiarazioni del condannato sulla consorte sono riportate come sue asserzioni; la cronaca lascia priva di esito l’accusa di un precedente matrimonio a Norwich. Riscontro del fondo: nessun racconto dedicato ad Anthony Drury o all’assalto al carro di Bicester del 1726 rinvenuto nel corpus pubblico verificato o nelle bozze cap400. Un’occorrenza del nome «Drury» nel fascicolo Sperry fa riferimento a Drury Lane, toponimo stradale, privo di legami con Anthony Drury.

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