La prima inchiesta non seppe dare un nome a ciò che aveva spento Elizabeth Harlett. Trascorsi dieci giorni dalla sepoltura, presero a correre certe voci; il coroner dispose allora l’esumazione. I chirurghi trovarono lo stomaco e le viscere infiammati, ma il primo verdetto non indicò la sostanza. Furono le analisi successive a rivelare l’arsenico. Alle assise di Huntingdon, James Inglett, novantaquattro anni compiuti, fu tratto a giudizio con l’accusa di aver cagionato la morte di Elizabeth somministrandole quel veleno. La singolarità delle circostanze, la tarda età e la stima di cui godeva avevano destato un vivo interesse nella contrada, scrive Pelham. Da lunghi anni Inglett esercitava l’attività di fittavolo e di «cow-leech», praticone del bestiame; la perizia nei medicamenti per gli animali gli valeva il rispetto del vicinato, ove la sua condotta era sempre parsa specchiata.
Elizabeth era caduta malata nel 1840. Lo speziale della parrocchia aveva tentato invano di rimetterla in sesto. Verso Natale, i congiunti fecero chiamare Inglett. L’uomo le somministrò una pozione liquida che la fece languire aspramente, prima che si scorgesse un qualche miglioramento. La mattina di lunedì 11 gennaio, Inglett tornò a visitarla. Pelham trascrive qui l’espressione adoperata da una sorella: «quite purely», locuzione dal senso rimasto incerto. Dopo che il vecchio si fu congedato, la sorella notò una tazza ricolma d’un liquido simile al rimedio precedente, posata sulla mensola del camino nella camera in cui giaceva Elizabeth.
Tre o quattro ore più tardi, la sorella rientrò nella stanza. Elizabeth versava in condizioni gravissime; la tazza, ormai vuota, stava sul tavolo. I conati e gli spasimi si acuirono con la sera. La sete divenne quasi intollerabile. Prese alcune pillole d’oppio e cadde in un torpore la mattina di mercoledì 13 gennaio. Il trapasso sopraggiunse poco appresso. Nelle prime ore nulla indusse a sospettare un avvelenamento: fu inumata come se si trattasse di morte naturale. Ma dopo dieci giorni di sepoltura, le congetture sulle cause della fine si fecero insistenti; il coroner ordinò dunque l’esumazione.
All’esame necroscopico, gli organi apparivano sani, ma lo stomaco e l’intestino mostravano una violenta infiammazione. I chirurghi non avevano ancora determinato la natura della sostanza. La giuria del coroner concluse che Elizabeth era spirata in seguito alla somministrazione imprudente e incongrua, a opera di Inglett, di «una cosa nociva, infiammatoria e perniciosa, ignota ai giurati». Lo fece incarcerare per omicidio colposo. Quella prima determinazione non menzionava ancora l’arsenico e non costituiva il verdetto definitivo delle assise.
Il contenuto gastrico era stato custodito. I chimici vi applicarono segnatamente sali di rame e d’argento, poi idrogeno solforato gassoso: comparvero precipitati verdi e gialli. L’arsenico stesso fu poi isolato nel corso d’un saggio che Pelham definisce risolutivo. Tali esperimenti provavano la presenza del tossico nello stomaco; per imputarne la somministrazione a Inglett, l’accusa addusse l’acquisto della sostanza, la visita compiuta la mattina del decesso e le parole scambiate con i parenti. Il garzone d’una bottega di chimica dichiarò che Inglett aveva acquistato un’oncia d’arsenico tre o quattro mesi prima. All’epoca la compera non aveva destato sospetti: il vecchio impiegava il composto per approntare pomate destinate alle bestie.
La prova del fatto poggiava però su un altro elemento, ben più equivoco di un’analisi chimica. La mattina del decesso, Inglett si era recato nell’abitazione. A morte avvenuta, la sorella di Elizabeth lo affrontò: era stata la sua «roba» a ucciderla. Egli replicò che non poteva essere, non avendole dato che mezzo grano; suo figlio e altri ancora, soggiunse, ne avevano assunto un grano o più senza patirne danno. La sorella ribatté che la pozione era forse risultata troppo forte per lo stomaco di Elizabeth. Inglett rispose che poteva darsi, giacché quello stomaco era ormai pressoché distrutto. Parole che legavano l’uomo, il rimedio e il dosaggio al male della defunta, senza tuttavia chiarire, da sole, come il preparato fosse stato manipolato.
Il giorno delle esequie, stando ancora alla cronaca, il vecchio confidò che non avrebbe voluto una simile sciagura per venti sterline, avendo agito per recarle giovamento e non danno. La famiglia d’Elizabeth attestava d’altronde la sua indole caritatevole e le premure prodigate durante la malattia. Tale benevolenza non scioglieva però il nodo dibattuto in aula: aveva egli somministrato l’arsenico e, nel caso, con quale grado di cautela? L’accusa faceva perno sulle deposizioni della sorella, sulla visita e sul precedente acquisto.
Alle assise di Huntingdon, il 19 marzo 1841, il Lord Chief Justice Tindal scandì con rigore i passaggi logici demandati alla giuria. Occorreva anzitutto appurare che Elizabeth fosse morta per ingestione di arsenico, quindi che Inglett glielo avesse propinato; spettava poi ai giurati stabilire se la cura posta nel rimedio rivelasse una negligenza tanto grave da configurare l’omicidio colposo. L’indirizzo del magistrato verteva su tre quesiti concatenati: l’esistenza del veleno, la somministrazione imputabile a Inglett, e infine il grado di perizia e precauzione nell’uso della sostanza.
La giuria si ritirò e fece ritorno dopo breve deliberazione, pronunciando il verdetto di colpevolezza. Nel comminare la pena, Tindal ricordò come un uomo possa somministrare un veleno letale senza animo malvagio, persino con l’intento di lenire le pene d’un malato, ma abbia il dovere di agire con prudenza e con esatta cognizione degli effetti. Chiarì che l’uso terapeutico d’un veleno mortale, qualora derivi da crassa ignoranza o da temeraria negligenza e cagioni la morte, espone alla condanna per omicidio colposo: una responsabilità di cui la collettività doveva essere avvertita. Osservò nondimeno che Inglett aveva già scontato sei settimane di carcere preventivo e che un rigore eccessivo sarebbe stato, a quell’età, una vana crudeltà. Pronunciò dunque la condanna a quattordici ulteriori giorni di prigione.
Pelham descrive un vegliardo attento ai dibattimenti, le cui facoltà mentali e fisiche apparivano quasi intatte, e la cui età veneranda, i capelli canuti e la fama di mitezza suscitarono un moto di pietà nell’udienza. Il cronista annota che il tormento di Inglett nasceva da un atto compiuto «senza saperlo»; considerazione, questa, tutta sua, laddove il verdetto poggiava interamente sulla negligenza. Elizabeth Harlett rimane il centro della vicenda: furono la sua tazza, il corpo dissotterrato e le parole della sorella a permettere di risalire la china del veleno. Pubblicata nel 1891, la relazione sunteggia il processo del 1841 senza citare i verbali ufficiali.
