La carrozza non si era ancora mossa lungo la via. L’arcivescovo di Saint Andrews, James Sharp, e il vescovo delle Orcadi si trovavano già all’interno quando un uomo esplose un colpo di pistola. La pallottola colpì il vescovo al braccio e alla spalla, frantumando le ossa; l’arcivescovo rimase illeso. Tra la folla radunatasi al fragore dello sparo, l’assalitore si dileguò, portando con sé una seconda pistola ancora carica.
La causa, tramandata da George Borrow nella sua raccolta del 1825, si apre con il processo a James Mitchel, celebrato dieci anni dopo l’attentato di Edimburgo. Il capo d’accusa faceva risalire l’aggressione al 9 luglio 1668, o ad altro giorno del medesimo mese. Vi si contestavano il tentato assassinio dell’arcivescovo e il ferimento del vescovo delle Orcadi. Le arringhe, le confessioni e i verbali descrivono un fatto le cui ripercussioni politiche e giudiziarie andarono ben oltre la portata di un singolo colpo di pistola.
Mitchel era un predicatore itinerante e aveva prestato servizio come cappellano presso varie famiglie. Stando all’atto d’accusa, rimproverava a Sharp l’elevazione alla dignità arcivescovile e il seggio nel Consiglio privato. Gli inquirenti sostennero che l’uomo si fosse procurato due pistole per poi appostarsi in attesa del prelato, sorpreso mentre usciva e si dirigeva alla vettura. Il colpo fu sparato attraverso lo sportello della carrozza. Dalla testimonianza del chirurgo curante emerse che il vescovo delle Orcadi aveva posato la mano sulla carrozza dell’arcivescovo proprio nell'istante in cui venne colpito. I chirurghi dichiararono che l’impatto aveva provocato fratture ossee e la successiva espulsione di schegge dalla ferita; certificarono tuttavia che il prelato era stato risanato, recuperando l’uso del braccio.
L’attentatore sfuggì all’arresto. Secondo i capi d’accusa formulati in seguito, riparò all’estero, soggiornando in Olanda, in Inghilterra e in Irlanda prima di rientrare a Edimburgo. Qui avrebbe persino gestito una bottega, aperta a breve distanza dalla dimora di Sharp per un certo tempo. Quando fu infine catturato, aveva addosso una pistola carica con polvere e palla. L’accusa sostenne che si trattasse della medesima arma impugnata sulla pubblica via e che Mitchel intendesse farne uso contro chiunque tentasse di fermarlo. L’arcivescovo, che aveva visto l’aggressore accostarsi alla carrozza, dichiarò di averlo riconosciuto dopo la cattura.
La causa mutò natura nel momento in cui Mitchel parlò ai magistrati. Nel 1674 sottoscrisse una confessione dinanzi al cancelliere, al lord cancelliere dei registri, all’avvocato del re e al tesoriere aggiunto. Riconosceva d'aver fatto fuoco su Sharp nel 1668 e giurava che nessun complice lo avesse istigato né messo a parte del piano. La dichiarazione venne letta davanti ai membri del Consiglio, molti dei quali affermarono di averlo visto confermarla con la propria firma. Mitchel non contestò solo il tenore del testo, ma il modo in cui quella prova era stata ottenuta e verbalizzata. Sosteneva che a farlo parlare fosse stato un formale impegno di clemenza. Secondo i testimoni del Consiglio, l'imputato avrebbe dichiarato di aver agito poiché l’arcivescovo era un nemico dei «pii» dell’ovest, dopo gli scontri delle colline di Pentland. L’accusa della Corona legava così l’agguato non a una controversia privata, ma alla carica ricoperta da Sharp nel Consiglio e alla sua repressione dei ribelli. A dibattimento, Mitchel respinse l’imputazione e negò di aver mai reso quella confessione.
Il punto di diritto che divideva la corte verteva su quanto gli fosse stato effettivamente promesso in cambio delle ammissioni. Mitchel esibì la copia di una delibera del Consiglio, interpretata dalla difesa come una garanzia formale di aver salva la vita. I rappresentanti della Corona, tra cui il cancelliere e Lauderdale, negarono di aver mai promesso la grazia. Sharp affermò che, al momento del primo arresto, si era limitato a riferirgli che, qualora avesse confessato liberamente mostrando pentimento, egli avrebbe fatto il possibile per intercedere, senza tuttavia garantire alcun esito. La giuria doveva dunque dirimere due questioni distinte: l'attentato materiale e la reale sussistenza di una promessa idonea a sottrarre Mitchel al patibolo.
Il confronto giuridico fu lungo e serrato. Il difensore di Mitchel argomentò che un attentato non culminato nella morte della vittima non potesse essere punito alla stregua di un omicidio consumato. Contestò inoltre l’uso del lemma «assassinio» nel diritto scozzese, la validità di una confessione resa dinanzi al Consiglio e il principio secondo cui una lesione guarita potesse equipararsi a una mutilazione letale. La pubblica accusa replicò richiamando una legge che puniva con la pena capitale ogni aggressione ai danni di un membro del Consiglio privato, fattispecie in cui ricadeva il colpo esploso contro Sharp. A giudizio non era dunque soltanto la ferita del vescovo delle Orcadi: l'azione di Mitchel aveva mirato a un consigliere del sovrano.
I testimoni ricostruirono il luogo dello sparo e i momenti immediatamente successivi. William Paterson riferì di aver scorto un uomo armato di pistola nel Blackfriars Wynd subito dopo la detonazione, pur senza poter giurare che si trattasse di Mitchel. Il carceriere dichiarò che il prigioniero gli aveva confessato il fatto, raccontando di essere tornato in strada fingendo di dare la caccia al colpevole. Il vescovo di Galloway riferì di aver parlato con l'imputato in carcere: Mitchel gli avrebbe confidato che Sharp era un persecutore dei giusti e che costoro non avrebbero trovato pace finché egli fosse rimasto in vita. I capi d’accusa traevano nuova forza dalla convergenza tra l’arma, la confessione e il movente religioso.
Il documento prodotto da Mitchel costrinse gli uomini del Consiglio a fare i conti con la propria parola. Il cancelliere Rothes sostenne di non aver mai concesso alcuna assicurazione sulla vita dell'accusato. Se l'atto conteneva formule che potevano far presagire un simile impegno, aggiunse secondo il resoconto, dovevano essere state incluse per mero errore materiale. L’avvocato del re si oppose all’ammissione della prova: i consiglieri avevano già smentito la promessa sotto giuramento. Toccava a Mitchel dimostrare, contro gli stessi inquisitori che lo avevano interrogato, l'esistenza della garanzia che avrebbe dovuto proteggerlo. I giudici ammisero che una promessa debitamente provata sarebbe bastata a salvargli la vita; ogni esito dipendeva ormai dal convincimento dei giurati.
Il 10 gennaio 1678 la giuria dichiarò all’unanimità provati l’attentato all’arcivescovo e il ferimento del vescovo. Ritenne valida la confessione, ma respinse la linea difensiva fondata sulla promessa di clemenza. La sentenza fu fissata per venerdì 18 gennaio, sulla piazza del mercato di Edimburgo: Mitchel doveva essere impiccato e i suoi beni mobili confiscati. Il resoconto di Borrow si chiude su questa condanna.
L’arcivescovo era uscito indenne da quella via; il vescovo delle Orcadi aveva portato la cicatrice nel braccio per anni. Mitchel, dal canto suo, aveva trascorso un intero decennio tra lo sparo, la latitanza, il ritorno e quella confessione che i giurati finirono per accogliere. Le parole spese dal Consiglio su un'eventuale clemenza non furono ritenute sufficienti a costituire un patto d'immunità; la difesa non riuscì a far cadere il peso dell'intenzione omicida. A Edimburgo una palla aveva mancato il bersaglio designato, ma il corso del tempo non bastò a sottrarre il reo al rigore del processo.
