Il 20 gennaio 1793, esaurite le votazioni del 16 e 17 gennaio, Luigi XVI ricevette i decreti che ne sancivano la condanna. Prese l’atto, lo ripose in tasca e domandò tre giorni per prepararsi alla morte, l’assistenza di un sacerdote, un ultimo colloquio con i suoi cari e l’autorizzazione per la famiglia di lasciare il suolo francese. La sospensione della pena gli fu negata; gli furono accordati il conforto del confessore e l'incontro con i congiunti, ma la partenza dei suoi non si compì.
Il processo si era trascinato per diverse settimane. Quando Luigi XVI comparve dinanzi alla Convenzione, fu Desèze ad assumerne il patrocinio. Il difensore rammentò l’inviolabilità della persona del monarca, soggiungendo che, se all’imputato non poteva applicarsi lo statuto di re, gli spettavano nondimeno i diritti garantiti a ogni cittadino. Tentò quindi di replicare ai capi d’accusa, in particolare a quello di aver fatto versare sangue francese nella giornata del 10 agosto. La sua perorazione si chiudeva con un monito severo rivolto ai deputati: la storia avrebbe giudicato la loro sentenza.
Ricondotto il sovrano al Tempio, l'assemblea riaprì la discussione. Lanjuinais contestò la legittimità stessa della Convenzione a ergersi a tribunale. I girondini proposero di rimettere la deliberazione al popolo; la Montagna vi si oppose con fermezza. Il 14 gennaio, la Convenzione stabilì l'ordine dei quesiti da sottoporre al voto. Sui 749 membri censiti da Champagnac, 683 dichiararono Luigi colpevole di cospirazione contro la libertà e di attentato alla sicurezza dello Stato. L’appello nominale sulla pena impegnò la notte del 16 e l'intera giornata del 17. Su 721 deputati presenti, 361 votarono per la morte senza condizioni: la maggioranza assoluta. Vergniaud, che presiedeva la seduta, pronunciò la sentenza.
Luigi attendeva invano i propri difensori da quattro giorni e chiedeva con insistenza di conferire con loro. Quando i delegati del Consiglio esecutivo giunsero al Tempio, egli li accolse con fermezza sulla soglia della propria stanza. Garat gli consegnò i decreti: dichiarazione di colpevolezza, condanna capitale, rigetto del ricorso al popolo ed esecuzione da compiersi entro ventiquattro ore. Il re diede allora lettura di un memoriale in cui invocava un termine di tre giorni, l’assistenza spirituale, un estremo colloquio con i familiari e il loro allontanamento dalla Francia. Rassegnata la supplica, rientrò nei suoi alloggi e domandò che gli fosse servito il pranzo.
I coltelli erano stati sequestrati. Di fronte al rifiuto di fornirgliene uno, replicò che non lo si poteva ritenere tanto vile da attentare ai propri giorni e che avrebbe saputo affrontare la morte senza tremare. Mangiò senza posate da taglio. La Convenzione respinse la dilazione. L’incontro con i congiunti e la presenza del sacerdote furono ratificati, ma l’istanza volta a far espatriare la famiglia cadde nel vuoto. Garat fece chiamare l’abate Edgeworth de Firmont. Quando il ministro tornò per notificare il diniego, la penna di Champagnac tratteggia un sovrano imperturbabile dinanzi all'emozione palese del funzionario incaricato di recargli la ferale notizia.
Erano le otto della sera quando Edgeworth venne introdotto. Luigi gli parlò del clero francese, pregandolo di testimoniare all’arcivescovo di Parigi la propria fedeltà alla Chiesa. Quindi si mosse per riabbracciare i suoi. Gli ufficiali municipali avevano destinato all'incontro una sala da pranzo separata da una porta a vetri: potevano così vigilare sulla scena senza percepire il suono delle parole. Luigi aveva fatto disporre dell’acqua su un tavolo, nell'eventualità che una delle donne venisse meno.
Alle otto e mezzo fece il suo ingresso la regina, tenendo il delfino per mano. La seguivano Madame Élisabeth e Madame Royale. Si gettarono tra le braccia del re. I primi istanti trascorsero, riferisce la cronaca, tra abbracci convulsi e lacrime; poi il colloquio riprese a bassa voce, interrotto da lunghi silenzi. Il sovrano promise di rivederle l'indomani mattina. Le principesse lo supplicarono di confermare l'impegno. Madame Royale, che ancora gli si stringeva addosso, cadde svenuta quando egli si alzò per congedarsi. Fu portata via a braccia. Luigi tornò dal sacerdote, ritrovando la compostezza soltanto dopo alcuni minuti.
Si coricò verso mezzanotte, ordinando a Cléry di destarlo alle cinque. All'alba, il valletto ravvivò il fuoco e improvvisò un altare su un cassettone. Edgeworth officiò la messa; Luigi la seguì in ginocchio e si comunicò. Domandò delle forbici per tagliarsi i capelli con le proprie mani ed evitare l'intervento dei carnefici, ma la Comune oppose un netto rifiuto. Affidò a Cléry l'incarico di recare l'estremo saluto alla regina, alla sorella e ai figli, unitamente a un sigillo, ad alcune ciocche di capelli e a pochi gioielli. Chiese inoltre a un municipale di rimettere il proprio testamento alla Comune; questi ribatté con durezza che il suo dovere era condurlo al patibolo, non sbrigare le sue commissioni. Prima della partenza non rivide i suoi cari: il resoconto di Thiers, accolto da Champagnac, spiega come il re intendesse risparmiare loro un nuovo, straziante congedo.
Nella ricostruzione del tragitto e dell'esecuzione – che Champagnac dichiara apertamente di desumere da Thiers – una folla in armi presidiava il percorso, senza che tuttavia si registrasse alcun moto ostile tra il Tempio e piazza della Rivoluzione. In carrozza, Luigi leggeva le preghiere degli agonizzanti sul breviario di Edgeworth. Giunto sulla piazza, discese, respinse i boia che gli si facevano incontro e si svestì da sé. Quando costoro pretesero di legargli le mani, oppose un rifiuto e parve sul punto di resistere. Edgeworth gli rammentò che quell’oltraggio avrebbe costituito l’ultima somiglianza con il Cristo; soltanto allora Luigi acconsentì a farsi condurre.
Tentò di arringare la folla. Proclamò di morire innocente dei delitti ascrittigli, perdonò agli autori della sua fine e pregò affinché il suo sangue non ricadesse sulla Francia. Il rullo dei tamburi ne soffocò la voce. Edgeworth gli rivolse le ultime parole mentre veniva trascinato verso la mannaia. In questo passo mutuato da Thiers, la lama cadde alle dieci e dieci. Consumata l’esecuzione, alcuni presenti intrisero picche e fazzoletti nel sangue e si allontanarono gridando fedeltà alla Repubblica. La capitale, annota la cronaca, piombò quindi in un silenzio tombale, solcata dalle pattuglie e serrata dietro finestre sprangate.
Maria Antonietta rimase rinchiusa al Tempio per diversi mesi prima di essere trasferita alla Conciergerie. Nell’ottobre del 1793 comparve davanti al Tribunale rivoluzionario. Il presidente la accusò di aver istruito Luigi nell’arte della dissimulazione e di aver tramato per restaurare la monarchia a prezzo della vita dei patrioti. Replicò che lei e il consorte non avevano desiderato altro se non la prosperità della Francia. Di fronte all’insistenza di un giurato sui capi d’accusa, si volse verso le madri presenti nell’aula, rimettendosi al loro giudizio. Bailly, chiamato a deporre, dichiarò di aver conosciuto la signora e di non sapere nulla a suo carico. Il tribunale la condannò all’unanimità; salì al patibolo il 16 ottobre.
Élisabeth, sorella di Luigi, fu ghigliottinata il 10 maggio 1794. La narrazione di Champagnac la descrive del tutto estranea alle imputazioni politiche, dipingendone il supplizio come un ulteriore colpo inferto a una stirpe già decimata. Il delfino, dal canto suo, non conobbe processo. Allontanato Simon, che gli era stato assegnato come precettore, alcuni emissari della Comune presero a sorvegliare il fanciullo nella sua cella del Tempio. La cronaca riporta che le guardie lo svegliavano nel cuore della notte, costringendolo ad alzarsi prima di ricacciarlo a letto. I panni non gli venivano mutati e la stanza restava perennemente sigillata.
Il fanciullo si spense nel giugno del 1795. Champagnac imputa il decesso essenzialmente al regime carcerario descritto nelle sue pagine. Citando un autore che preferisce tacere, riferisce che sul finire dei suoi giorni il piccolo aveva smarrito gran parte delle facoltà intellettive, serbando un barlume di riconoscenza unicamente verso coloro che si astenevano dal fargli del male. Così si dissolse la famiglia stretta un tempo dietro la porta a vetri del Tempio: il sovrano decapitato all'esito di una votazione sul filo del rasoio; la regina dopo un dibattimento intessuto di accuse politiche e infamie morali; Élisabeth travolta dall’ondata del Terrore; il bambino consumato da una solitudine di cui la cronaca registra le implacabili privazioni.
