La figlia di Étienne Petit lo trovò riverso contro un muro, nel campo dove l’uomo aveva da poco condotto a pascolare due vacche. Credendolo addormentato, lo chiamò. Egli non rispose. Avvicinandosi, la giovane comprese che era morto. Corse al casale a chiedere soccorso; i vicini scorsero allora la ferita sopra la clavicola. Il 23 giugno 1827, l’aratura del mattino, il riposo al riparo dal vento e il consueto ritorno accanto alle bestie si erano bruscamente interrotti sopra una scena di sangue.
I sospetti caddero presto su Pierre Sauron, che viveva con la famiglia a Lascon. Una delle figlie di Petit aveva avuto una relazione con lui; rimasta incinta, era stata allontanata dal paese per volontà del padre, deciso a troncare ogni legame. Nelle pagine di Champagnac, Sauron viene descritto come animato da un rancore profondo verso Petit fin da quella partenza. Il cronista riferisce inoltre minacce, gesti intimidatori e manovre ordite per far passare il coltivatore per un ladro di paglia. Elementi, questi, che offrono al racconto un’origine plausibile per l’odio attribuito all’imputato, ma che restano fatti tramandati dalla cronaca, non un varco aperto sui pensieri reconditi di Sauron.
Un episodio precedente aveva già condotto Sauron dinanzi alla giustizia. Una notte si era presentato davanti alla dimora di Petit nudo, armato di un grosso bastone e con il capo cinto da un ornamento di crini che imitava la zazzera d’un uomo ritenuto folle. Quando Petit era uscito, Sauron lo aveva percosso. Il coltivatore aveva tentato di afferrarlo per i capelli, ma la parrucca posticcia gli era rimasta tra le mani; accorsa la servitù, l’aggressore era fuggito. Rinviato a giudizio per violenze, l’imputato era stato infine prosciolto per insufficienza di prove. Pochi mesi più tardi, Petit veniva assassinato.
Quella prima vicenda consegnava al villaggio una trama già pronta a ripetersi. Sauron era ormai designato come il nemico di Petit; il suo gesto aveva provocato una denuncia; ne era uscito a piede libero. Quando i gendarmi giunsero sul luogo dopo il delitto, egli si trovava in casa, tentò la fuga e fu arrestato. Lo condussero dinanzi al cadavere. Champagnac descrive allora un uomo che levava gli occhi al cielo e accennava gesti di pietà prima di ammutolire in una totale immobilità. Quei cenni non contenevano alcuna confessione. Agli occhi degli inquirenti, la morte esigeva d’essere ricondotta a uno sparatore, a un’arma e a reperti tangibili da sottoporre a perizia.
I chirurghi constatarono che Petit era stato colpito da un colpo d’arma da fuoco esploso quasi a bruciapelo. La carica conteneva frammenti di un campanello spezzato. Ritennero che la vittima sedesse contro il muro, probabilmente addormentata, e che il proiettile avesse seguito una traiettoria discendente. Tali conclusioni scaturivano dal loro esame anatomico e sono fedelmente registrate dalla cronaca; collocavano l’omicidio nel campo, ai piedi del muro, ma non facevano ancora il nome di chi avesse premuto il grilletto.
Sauron era noto come cacciatore e da qualche tempo possedeva un fucile. Interrogato sull’arma, fece intendere, secondo il resoconto, di non averne alcuna; quella imbracciata in passato sarebbe appartenuta a un terzo e sarebbe stata restituita. Dopo ripetute perquisizioni, i gendarmi scovarono tuttavia un fucile celato tra due travi della stalla. Il bacinetto era umido e la canna odorava ancora di polvere da sparo. Invitato a chiarire, Sauron rispose con gesti di diniego.
Nelle tasche del gilet che indossava furono rinvenuti altri frammenti di campanello. Gli inquirenti li confrontarono con le schegge estratte dalla ferita di Petit. Secondo Champagnac, combaciavano perfettamente e provenivano dal medesimo oggetto. Il cronista indugia su Sauron che arrossisce e smarrisce la calma di fronte a tale riscontro. L’arma nascosta, la polvere da sparo, i frammenti metallici e le violenze passate componevano ormai un compendio materiale e indiziario serrato. Spettava alla difesa contestarlo, mentre le minacce attribuite all’accusato avevano già fatto il giro del circondario.
La Corte d’assise del Cantal, riunita a Saint-Flour, aprì il dibattimento il 17 agosto 1827. Nessun testimone, precisa la cronaca, aveva veduto partire il colpo; soltanto due o tre persone avevano udito l’esplosione. Gli altri deposero sulle minacce, sull’acredine nutrita contro Petit, sull’antica aggressione e sui furti di paglia architettati da Sauron per screditare il rivale. Parecchi ripeterono che Petit presagiva la propria fine e diceva di temere il muto. Il cronista assicura che tali elementi figuravano nel capo d’imputazione e trovarono conferma in aula. Una simile congerie di testimonianze de relato non equivale, tuttavia, alla flagranza visiva del delitto.
L’istruzione dell’udienza fece emergere un ostacolo che l’accusa non poteva aggirare: come trasmettere le domande e raccogliere le risposte tra Sauron e la Corte? Fu convocato Toussaint Sicard, allievo del celebre abate Sicard, accompagnato da sei giovani sordomuti da lui istruiti. Giunto con diversi giorni d’anticipo rispetto al dibattimento, tentò di comunicare con l’accusato. Prima ancora del sorteggio dei giurati, avvertì la Corte di non riuscire a trasmettere i propri pensieri a Sauron né a decifrare quelli dell’imputato. Chiese il rinvio della causa per disporre del tempo necessario a un’adeguata preparazione e dichiarò di non poter prestare giuramento come interprete in simili condizioni.
A Saint-Flour risiedeva un altro uomo, anch’egli sordomuto, istruito, capace di leggere e scrivere. Accettò di sostituire Sicard e prestò giuramento. La difesa insorse. Il difensore di Sauron dichiarò di non nutrire alcuna fiducia nell’interprete designato e reclamò, al pari di Sicard, il rinvio del processo, sostenendo l’impossibilità materiale di tutelare il proprio assistito in un contesto siffatto. La Corte dispose di tirare dritto con i dibattimenti. Fu dunque con un interprete contestato e senza la sospensione invocata dalla difesa che il giudizio proseguì.
All’esibizione dei reperti, Sauron non tradì alcuna emozione, annota Champagnac. I testimoni ribadirono le dichiarazioni già verbalizzate. L’imputato fu interrogato dopo la lettura del verbale di sopralluogo; il cronista evoca una mimica complessa, senza tuttavia permetterci di verificare, quesito per quesito, che cosa sia stato realmente inteso da ambo le parti. I limiti strutturali dell’interpretazione gettano luce sulla drammatica solitudine dell’imputato nel processo, ma non costituiscono di per se stessi una prova di colpevolezza.
Il ministero pubblico batté con forza sulla premeditazione. Fece leva sui precedenti violenti, sulle minacce pregresse, sull’arma occultata, sul sentore di polvere e sui frammenti di campanello. Il difensore, l’avvocato Dessauret, arringò contro tale conclusione suscitando vive reazioni nel pubblico. La giuria riconobbe Sauron colpevole, ma escluse la premeditazione. Fu condannato ai lavori forzati a vita. Questa è la pena tramandata dalla cronaca; nessun documento attesta che Sauron sia stato giustiziato sul patibolo.
Al momento della lettura del dispositivo, Sauron non comprese la sentenza, riferisce la cronaca. Più tardi, in carcere, Toussaint Sicard lo aiutò a intendere quale fosse la sua sorte. Allora la disperazione dell’uomo esplose violentemente, ed egli fece comprendere che avrebbe preferito la morte. Il testo antico nulla aggiunge su quanto gli accadde in seguito. Consegna così il suo avvenire all’ombra del verdetto, nello stesso modo in cui aveva lasciato le risposte dell’imputato sospese dietro una comunicazione incerta e imperfetta.
Étienne Petit fu ucciso in un campo dove la figlia andava a cercarlo. Sauron fu condannato non a morte, ma a un’intera esistenza di lavori forzati. Tra questi due punti fermi, gli atti raccolgono un fucile nascosto, schegge di metallo, un’inimicizia conclamata e testimoni che non avevano assistito allo sparo. Raccolgono altresì un’udienza che il primo interprete aveva giudicato impraticabile e un’istanza difensiva di rinvio respinta dalla Corte. Champagnac reputa gli indizi decisivi e la colpevolezza acquisita; nondimeno, la narrazione storica non deve tramutare in prova l'incapacità di Sauron di prender parte con pienezza al rito del tribunale.
