La polizia trovò le candele accese. Nella cantina di una casa a Clignancourt, il tavolo attendeva, con l’inchiostro, le penne temperate e la carta; una sedia era stata collocata contro un palo provvisto di catena. Si era avuta cura di tappare i respiragli. Nulla doveva disturbare il lavoro richiesto al visitatore, neppure la speranza che le sue grida potessero raggiungere il giardino. Non si trattava, tuttavia, di fargli confessare un delitto. La vedova Morin voleva fargli firmare delle cambiali. Prima di conoscere quella cantina, Jean-Charles Ragouleau aveva ricevuto un invito a colazione.
Cinque anni prima, si erano incontrati attorno a una casa in vendita. L’hôtel Saint-Phar, sul boulevard Poissonnière, era oggetto di una procedura di espropriazione. Ragouleau e la vedova Morin desideravano acquistarlo; la donna ebbe la meglio, il 3 aprile 1806, per novantaseimila franchi. Si era aggiudicata l’asta, ma non possedeva i fondi necessari. Il suo rivale divenne allora il suo prestatore. Le anticipò centomila franchi, contro una rendita vitalizia costituita su più teste della propria famiglia. Quel denaro permise di pagare una parte del prezzo e di avviare dei lavori: la nuova proprietaria intendeva gestire un albergo ammobiliato.
L’immobile aveva già i suoi oneri. Doveva soddisfare altre rendite, rimborsare determinati capitali alla morte dei vitaliziandi, e produrre abbastanza per alimentare questo meccanismo. La morte di un beneficiario rese esigibile una somma cospicua. Il creditore trattò dapprima con la vedova, poi cedette il proprio credito a Ragouleau. Questi si ritrovò dunque munito di un secondo titolo, mentre i pagamenti della sua stessa rendita giungevano irregolari. Una proprietà può apparire considerevole a chi la contempli dal viale; vista dallo studio notarile, si riduce talvolta a una successione di diritti spettanti ad altri.
Le azioni legali ripresero. Dopo vari accomodamenti, l’immobile fu venduto a Ragouleau con atto del 18 aprile 1811, al prezzo di centosessantacinquemila franchi, cui si aggiungeva una somma destinata alle spese. Il prezzo principale fu assorbito dai crediti e dagli oneri; la vedova non ricevette infine che una frazione della somma accessoria. Aveva acquistato una casa, diretto dei lavori, sperato di trarne di che vivere. Ne usciva con assai meno denaro di quanto le cifre del contratto non avessero lasciato credere. Questo scarto tra il prezzo pattuito sulla carta e il denaro effettivamente riscosso sarebbe divenuto il perno di tutte le sue accuse.
Sostenne che Ragouleau aveva allontanato i pigionanti e scoraggiato gli acquirenti al fine di costringerla a vendere. La cronaca riferisce che i dibattimenti non confermarono tali lamentele e che le convenzioni furono riconosciute legittime. Per lei, nondimeno, la spoliazione aveva un autore, e quest’autore rimaneva a portata di visita. Continuò a trattarlo come un consigliere: parlava di somme da investire, sollecitava il suo parere, manifestava il desiderio di acquistare una casa di campagna. La confidenza che gli dimostrava preparava ormai la circostanza in cui intendeva ridurlo all’impotenza.
Sua figlia, Angélique Delaporte, viveva con lei. L’adolescente aveva sedici anni all’epoca della cospirazione. La madre le aveva trasmesso la ferma certezza di essere stata derubata; la figlia avrebbe dato a tale convinzione una forma scritta. In quest’impresa in cui il denaro, i vincoli di sangue e il rancore non si distinguevano più, non si sa cosa abbia pesato per primo: il desiderio di riparare la perdita, quello di affrancare la madre dall’umiliazione, o l’abbaglio di un disegno che due persone finiscono per reputare ragionevole solo perché non ne discutono che tra loro. Gli atti consentono di seguire i loro preparativi; non svelano il segreto di tutti i loro moti interiori.
Una terza donna era a conoscenza del piano. La signora Jonard era da tempo la confidente della vedova. In settembre, quest’ultima le annunciò che un invito avrebbe finalmente condotto Ragouleau nella casa allestita per lui. La Jonard decise di avvertire l’interessato. Malata, si fece condurre presso la sua dimora; egli era partito per la sua tenuta di Essonne. Inviò allora un’amica, la vedova Petit, a recapitare l’avvertimento. Ragouleau tornò subito a Parigi e trovò presso il proprio portinaio la lettera che lo invitava a colazione. L’allarme aveva preceduto l’invito; la coincidenza conferiva a quella confidenza un peso che una lite tra donne non avrebbe mai avuto.
La Jonard parlò quindi alla polizia. Stando alla sua deposizione, Ragouleau doveva essere condotto in una cantina, legato e costretto a firmare cambiali per una cifra ragguardevole, poi ucciso. Descrisse i preparativi, le lettere conservate per confrontare la sua grafia, le minacce stabilite. Quest’ultimo proposito sarebbe sempre stato contestato da madre e figlia: avrebbero ammesso l’estorsione, mai la volontà di dare la morte. La polizia non attese di vedere quale delle due versioni si sarebbe avverata. Un nuovo appuntamento fu concordato per il 2 ottobre. Ragouleau si presentò, rifiutò la colazione servita e propose di partire direttamente.
Angélique noleggiò una carrozza. Alla barriera della Villette, le guardie circondarono la vettura e condussero le due donne negli uffici del dazio. La gita campestre si concludeva dinanzi a un commissario. Angélique spiegava che stavano andando a esaminare una proprietà vicino a Montmartre; teneva in mano un fazzoletto il cui contenuto attirò l’attenzione. Vi si scoprirono quindici cambiali preparate, lasciate in bianco quanto ai nomi: quattordici da ventimila franchi, una da diecimila. C’erano pure un modello, tre lettere di Ragouleau e una busta contenente le istruzioni che si intendeva imporgli.
L’adolescente ammise di aver redatto le cambiali e la minaccia. Spiegò che un uomo le aveva derubate senza che esse potessero provarlo, e che volevano ottenere una restituzione la quale, allo stesso modo, non potesse essere provata contro di loro. Così l’impunità rimproverata all’altro diveniva la regola della loro stessa impresa. Lo scritto poneva Ragouleau dinanzi alla scelta tra la firma e la morte, con un breve termine per decidersi. Si sarebbe confrontata la sua mano con quella delle sue lettere. Persino la violenza aveva previsto il proprio intralcio: occorreva che la firma, carpita sotto minaccia, conservasse la parvenza di un consenso.
Il sopralluogo a Clignancourt confermò gran parte delle informazioni. Le aperture della cantina erano state murate; gli strumenti destinati a trattenere un uomo e a farlo scrivere si trovavano disposti a dovere. Due domestici assunti di recente, Lucie Jacotin e Nicolas Lefèvre, furono arrestati. Dichiararono di aver obbedito alla loro padrona, che intendeva vendicarsi di un uomo accusato di averle sottratto del denaro. Condotta nella cantina, Angélique riconobbe la destinazione della catena, delle corde e delle armi. Sostenne tuttavia che queste ultime dovevano soltanto intimorire Ragouleau, e che non si voleva fargli alcun male.
Fornì inoltre una spiegazione sulle somme. Duecentomila franchi dovevano, diceva, bastare per il risarcimento; le cambiali supplementari avrebbero consentito di scartare quelle la cui grafia recasse i segni della costrizione. La vedova cominciò col negare ogni cosa, poi ammise il piano di estorsione. Si verificò allora un moto contrario a quello che le aveva unite contro Ragouleau: ciascuna volle addossarsi da sola l’ideazione del complotto. Angélique si presentò come l’autrice; sua madre reclamò tale responsabilità e invocò la disperazione. Avevano preparato insieme le firme di un terzo. Dinanzi alla giustizia, si contendevano la propria confessione.
Alla corte d’assise della Senna, la difesa sostenne in particolare che i preparativi non avevano avuto un principio di esecuzione. La giuria ritenne al contrario sussistente un tentativo di estorsione interrotto da circostanze indipendenti dalla volontà degli imputati. L’11 gennaio 1813, la madre e la figlia furono condannate a vent’anni di lavori forzati e all’esposizione alla gogna. Il loro ricorso fu respinto. I domestici, prosciolti dalla sentenza nonostante il verdetto della giuria che li dichiarava complici, videro tale decisione impugnata dal pubblico ministero: la Corte di cassazione li rinviò dinanzi alla corte d’assise di Versailles. La cronaca non riferisce la loro sorte finale.
Ragouleau non aveva dunque firmato alcuna delle cambiali predisposte. Aveva salvato la vita, e i documenti della cantina avevano abbandonato il tavolo per entrare in un fascicolo. La Jonard, che aveva impedito alla trappola di scattare, non ne usciva con una reputazione immacolata: il cronista sospettava i suoi interessi personali senza poter accertare, in questa sede, tutti i suoi moventi. Una certezza permane in mezzo a queste intenzioni controverse. Angélique aveva voluto che la grafia strappata a un uomo somigliasse a quella tracciata di sua spontanea volontà; alla giustizia bastò riconoscere quella della ragazza, nelle carte celate dentro il suo fazzoletto.
