Il 16 novembre 1886, l’aula della Corte per i testamenti e i divorzi di Londra era gremita. I frequentatori abituali delle udienze si accalcavano accanto ai giuristi: dinanzi al giudice Butt si dibatteva una questione non comune: una giovane donna aveva sposato di propria volontà l’uomo che l’aveva condotta all’ufficio di stato civile, oppure la sua mano era stata guidata dal denaro, dal timore e dalla sopraffazione?
La donna si chiamava Lina Mary Scott. Era figlia di sir Claude Scott, banchiere, ed erede di un cospicuo patrimonio la cui gestione era affidata a fiduciari sino al compimento della sua maggiore età. Nel 1885 conobbe Arthur Edward Sebwright. Quell’aspettativa ereditaria costituiva un richiamo fin troppo palese; Lina, tuttavia, non ne poteva ancora disporre liberamente. Sebwright, presentatosi come uomo fidato e presto destinato a prenderla in moglie, trovò nondimeno il modo di attingere a quelle ricchezze mediante il credito.
Tra marzo e dicembre, Lina sottoscrisse diverse cambiali. La raccolta del Pitaval ne valuta l’ammontare complessivo in 3.350 sterline; il resoconto a stampa della causa (12 P.D. 21) ne indica invece 3.325. Entrambe le cifre sono qui riportate nella loro divergenza, mancando una collazione con l’originale che permetta di dirimere il punto. Il denaro fu incassato scontando tali tratte, in particolare presso i creditori Williams e Lee. A ogni scadenza, i sottoscrittori si rivalevano sulla giovane. L’asse ereditario non era ancora nelle sue disponibilità, ma il suo nome vincolava già il futuro. Le ingiunzioni di pagamento si susseguivano e, con esse, l’angoscia che la madre scoprisse l’accaduto.
Le lettere da lei inviate al proprio avvocato, Guedalla, schiudono lo scorcio di questa clausura morale. Lina implorava consigli pretendendo al contempo che la madre restasse all’oscuro di tutto. Paventava i titoli insoluti e lo spettro del fallimento. In una missiva giunse a evocare il timore di apparire pubblicamente come una donna disonorata. Sono le parole d’una giovane accerchiata da ogni parte; e tuttavia, da sole, non bastano a provare le specifiche intimidazioni che l’accusa avrebbe in seguito ascritto a Sebwright. Il giudizio civile non accertò ogni singolo dettaglio di quelle angosce.
Con il trascorrere dei mesi, il debito tramutò il legame in una trappola. I creditori esigevano il saldo; Lina mendicava proroghe per scongiurare lo scandalo familiare. Sebwright, a dar credito alla narrazione dei fatti, restava l’unico in grado di offrirle una via di scampo. Ma come ravvisare una libera determinazione quando colui che riceve il consenso coincide con chi ha contribuito a fabbricare l’urgenza? Questo era il nodo che il magistrato doveva sciogliere, separando con rigore il sospetto dalla certezza probatoria.
Le nozze furono celebrate dinanzi all’ufficiale di stato civile il 30 gennaio 1886. Più tardi Lina dichiarò d’esservi stata trascinata con la forza e sotto la minaccia d’una rivoltella. Asserì di non aver mai desiderato Sebwright come consorte e di essere stata costretta con la violenza a proseguire il rito. Gli atti processuali conservano tale addebito, ma ne segnano altresì i limiti: i testimoni presenti non confermarono interamente il racconto. L’ufficiale dello stato civile, Worlod, non rammentava d’aver udito minacce. Ricordava una giovane sconvolta, financo contrariata, senza però poter attestare la presenza decisiva di un’arma puntata contro di lei.
La signora Butler, altra teste, riferì delle condizioni di Lina subito dopo la cerimonia. La vide rincasare in lacrime. Una siffatta deposizione conferisce all’episodio un peso umano che l’arida formula del registro non possiede; eppure, nemmeno essa basta a ricostruire ogni gesto consumatosi in quella stanza. L’udienza si soffermò su tali sfumature. Bisognava statuire se Lina avesse acconsentito in punto di diritto, non già ricomporre ogni minuto quasi che i testimoni avessero veduto tutto.
L’istanza pendeva dinanzi a una giurisdizione matrimoniale, non davanti a una corte penale. Il compilatore tedesco rimarca siffatta distinzione, ipotizzando che, secondo il diritto della sua terra, gli stessi fatti avrebbero legittimato un’imputazione per truffa ed estorsione. Questa deduzione appartiene al commentatore; non dimostra affatto che un tribunale penale inglese abbia mai condannato Sebwright. La controversia rimessa al giudice Butt verteva esclusivamente sulla validità del vincolo e sull’integrità del consenso di Lina.
Nel corso del dibattimento, la difesa dovette fare i conti con l’epistolario, i titoli di credito e la condizione della ricorrente. Quand’anche non provassero la minaccia delle armi, le carte rendevano evidente la morsa finanziaria che aveva preceduto il matrimonio. L’avvocato Guedalla aveva raccolto le confidenze della giovane prima che la procedura pubblica le ordinasse in fascicolo. Le cambiali provavano le obbligazioni assunte da Lina; le richieste di soccorso mostravano l’affannosa ricerca di una via d’uscita; la deposizione della Butler ne certificava lo smarrimento all’uscita dal registro. Ciascun elemento serbava una portata autonoma; considerati congiuntamente, essi permisero al giudice di valutare se il consenso fosse stato estorto da una soggezione ben più ampia d’un singolo atto intimidatorio.
Conclusa l’istruttoria testimoniale, il patrocinatore di Sebwright dichiarò che il suo assistito rinunciava a pretendere che Lina fosse riconosciuta come propria moglie e non si sarebbe opposto all’accoglimento della domanda. Motivò tale scelta con l’evidente avversione manifestata dalla giovane in aula. Ciononostante, il giudice Butt volle pronunciare la sentenza: Lina non aveva espresso un libero consenso, il matrimonio era nullo, la trascrizione nel registro andava cancellata e le spese di lite furono poste a carico di Sebwright. Il magistrato ritenne che l’animo della giovane fosse mutato ben prima delle nozze e che le reiterate pressioni ne avessero fiaccato la resistenza fisica e morale. Minacce che, in condizioni ordinarie, avrebbero meritato soltanto disprezzo, avevano in lei ingenerato un terrore tale da privarla della libertà necessaria a opporre un rifiuto.
La sentenza non risolse ogni capo d’accusa alla stregua d’un verdetto penale. Non inflisse condanne per estorsione né dichiarò giudizialmente provato ogni singolo sopruso evocato nelle missive o nel racconto di Lina. La sua portata fu circoscritta e nondimeno capitale: la cerimonia non poteva surrogare una scelta autentica qualora la volontà fosse stata piegata da una violenza morale tale da viziare il contratto matrimoniale.
Il resoconto si chiude infine sulla procedura fallimentare: Sebwright, ritualmente citato quale debitore, disertò l’udienza poiché trattenuto dinanzi alla corte per l’annullamento. I suoi debiti, stimati in 12.544 sterline oltre ai titoli firmati da Lina, non fruttarono alcunché ai creditori: l’eredità paterna era stata interamente dilapidata. Il decreto giudiziale aveva sciolto il matrimonio, non già gli obblighi finanziari assunti in precedenza. La corte restituì a Lina la libertà di stato; il fallimento lasciò i creditori dinanzi a un uscio sbarrato.
