Il 23 luglio 1803, la carrozza di Lord Kilwarden giunge in Thomas Street, a Dublino. Sua figlia, Miss Wolf, siede tra il giudice capo e suo nipote, il reverendo Richard Wolf. Uomini armati compaiono all’improvviso, fermano i cavalli, strappano il postiglione dal suo sedile e spalancano gli sportelli. I due uomini vengono trascinati fuori dalla vettura. Anche Miss Wolf salta giù; uno degli insorti la porta al riparo in una casa vicina. Vi rimarrà nascosta fino a domenica mattina.
Lord Kilwarden viene trasportato al corpo di guardia di Vicar Street. Il maggiore Swan lo trova su una branda della guardia, gravemente lacerato, ma ancora lucido. Prima di ogni altra cosa, il moribondo gli chiede notizie della figlia. Quando il maggiore gli conferma che è salva, risponde: «Sia ringraziato Iddio». Un ufficiale presente afferma che chiunque venga sorpreso con una picca dovrebbe essere impiccato all’istante. Kilwarden ode quelle parole e si volge verso Swan: che nessun uomo sia impiccato senza essere stato giudicato.
Il resoconto raccolto da George Borrow serba questa risposta del giudice morente in mezzo alle rappresaglie. Nel tumulto di Thomas Street e delle strade adiacenti, il nipote del magistrato viene ucciso. A Francis Street, i soldati e i volontari affrontano altri insorti; il colonnello Brown e due membri dei Liberty Rangers cadono nel combattimento. Il governo sospende l’Habeas Corpus e fa arrestare gli uomini sospettati di aver preso parte alla ribellione. Sul finire di luglio, la città entra in un’altra sequenza: quella delle commissioni speciali e dei processi.
Il 31 agosto, a Green Street, Edward Kearney, detto Carney, compare per primo davanti alla commissione speciale. Patrick M’Cabe, che ha scelto di testimoniare per la Corona, ammette di aver partecipato a una precedente ribellione e afferma di essere stato avvertito della vicenda il giorno prima. Conferma le circostanze generali, ma non identifica Kearney. Alcuni militari del 21º reggimento, tra cui Brady, dichiarano di averlo trovato in armi la notte del 23 luglio. Le loro deposizioni presentano alcune discrepanze che il resoconto non approfondisce.
L’avvocato di Kearney fornisce un’altra versione di quella presenza. Descrive un venditore ambulante di pelli, povero ma laborioso, che gli insorti avrebbero costretto a seguirli. Vengono chiamati testimoni per sostenere un alibi e riferire sulla sua condotta morale. Le loro dichiarazioni non bastano a persuadere la giuria. Lord Norbury illustra la legge sull’alto tradimento e riesamina minuziosamente le prove. Dopo pochi minuti di camera di consiglio, i giurati dichiarano Kearney colpevole. La sentenza è la morte. Due giorni dopo il verdetto, Kearney viene giustiziato in Thomas Street, vicino al luogo in cui era stato arrestato secondo il racconto.
Le udienze successive mutano volto, ma non clima. Thomas Maxwell Roche, un conciatetti di circa sessant’anni, viene a sua volta dichiarato colpevole dopo essere stato trovato in armi in Thomas Street. Owen Kirwan, rigattiere, è collegato da un vicino a una serie di gesti più precisi. Benjamin Adams, tessitore di seta, afferma di averlo visto andare più volte da casa sua verso Thomas Street con un sacco verde. Tra le otto e le nove, vede Kirwan rincasare. Un razzo solca il cielo sopra la casa. Kirwan esclama: «Ecco il razzo, ragazzi miei!». Passa quindi nella sua bottega, indossa un mantello verde, poi ritorna con una giacca di cotone dopo essere stato seguito dalla moglie.
Adams prosegue: Kirwan imbraccia una picca ed esorta gli uomini a uscire; chi fosse rimasto in casa, dice, sarebbe stato ucciso l’indomani. Il drappello risale Plunket Street in direzione di Thomas Street. Più tardi, altri uomini si fermano davanti alla casa; la moglie di Kirwan ha preparato loro qualcosa da mangiare, e prendono della birra. Adams ode infine dei colpi di arma da fuoco verso la Coombe. Kirwan fa chiamare testimoni che lo descrivono come sobrio e operoso, privo di qualsiasi impegno ribelle noto fino ad allora. La giuria lo condanna nonostante queste testimonianze. Il vicino ha descritto un sacco, un cambio d’abito, una picca, uomini sfamati davanti a una porta. A questi gesti, gli altri oppongono anni di lavoro senza militanza ribelle nota. Kirwan riceve la sua sentenza il 2 settembre; viene giustiziato l’8, in Thomas Street.
Robert Emmett viene processato il 19 settembre. È presentato ai giudici come il principale capo dell’insurrezione. Suo fratello ha già conosciuto il carcere per una precedente ribellione, poi l’esilio. All’udienza, la Corona fa dare lettura di un proclama del governo provvisorio, di un indirizzo ai cittadini di Dublino e di diversi scritti sequestrati nei suoi alloggi, addosso a lui e in uno scrittoio di Thomas Street. Uno espone il progetto d’indipendenza; un altro parla dell’insurrezione e di un auspicato aiuto straniero; un terzo esprime le speranze e i timori dell’autore. La carta trovata su di lui si domanda in particolare se un intervento straniero non lascerebbe il paese in condizioni ancora peggiori. Quella dello scrittoio oppone alle pressanti difficoltà l’ardente speranza del successo.
Emmett chiede che venga letta un’ulteriore parte del proclama: quella che vieta di mettere a morte un uomo mediante corte marziale, salvo che per ammutinamento, prima che sia nota la volontà del governo provvisorio. L’atto viene letto. Poi giunge la domanda che segue una condanna per alto tradimento: ha qualcosa da dire prima che la sentenza venga pronunciata?
Il discorso che Borrow attribuisce a Emmett si apre su ciò che egli intende sottrarre al procedimento. La legge, dice, non consegna soltanto il suo corpo al carnefice; consegna anche la sua reputazione al disprezzo. Contesta un’accusa in particolare: quella di essere stato un agente della Francia. Afferma di aver preferito un tentativo irlandese indipendente all’ingresso di un esercito francese nel paese. Rifiuta che l’obiettivo dell’indipendenza venga confuso con la sottomissione a una potenza straniera. Nella versione del discorso tramandata da Borrow, giunge a immaginare l’esercito francese che sbarca sulle coste: lo combatterebbe, afferma, con la torcia in una mano e la spada nell’altra.
Emmett torna più volte alla memoria di sé dopo la morte. Davanti al giudice che sta per condannarlo, rivendica il diritto di parlare da uomo a uomo. Chiede infine che nessuno scriva il suo epitaffio e che il suo nome rimanga al riparo dalle condanne di coloro che non conoscono né i suoi motivi né i suoi atti. Lord Norbury pronuncia la sentenza.
Dopo il processo, a Newgate, Emmett chiede di vedere uno degli avvocati che lo hanno difeso. Gli fa, secondo Borrow, un resoconto completo dei suoi mezzi e della sua parte nella preparazione dell’insurrezione, e lo autorizza a informarne il governo. Si dichiara l’istigatore principale, nega di aver avuto nel paese associati rispettabili o facoltosi, e attribuisce ai fondi ricevuti alla morte del padre l’acquisto delle armi depositate a Marshalsea Lane. Smentisce parimenti di aver sollecitato o ricevuto l’aiuto del governo francese. Questa confidenza riferita dopo l’udienza non cancella la scena pubblica: precisa ciò che Emmett voleva lasciare dietro di sé, e ciò che riconosceva di aver intrapreso.
Il 20 settembre viene giustiziato in Thomas Street. I processi non hanno accertato le stesse circostanze né attraverso le medesime prove: Kearney viene identificato da soldati, Kirwan da un vicino che descrive una serata concitata, Emmett è posto a confronto con proclami e carte sequestrate. Una stessa accusa di alto tradimento ha condotto davanti ai giudici uomini le cui responsabilità esigono di essere distinte. Al posto di guardia, Kilwarden aveva chiesto un processo prima della forca; nell’aula d’udienza, Emmett chiedeva che non si lasciasse alla sola sentenza il compito di scrivere la sua memoria.
