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Giustizia e scandali · Inghilterra

Le venti ghinee segnate

Hull, 1762. Un viaggiatore derubato di venti monete d’oro contrassegnate vede il garzone dell’oste, John Jennings, condannato e poi giustiziato sulla sola scorta di indizi materiali. Dodici mesi più tardi, l’oste James Brunel, condannato per un’altra rapina, confessa d’aver compiuto l’agguato e incastrato Jennings.

La borsa conteneva ormai soltanto diciannove monete quando il viaggiatore la ritrovò nella tasca di John Jennings. Ne aveva portate con sé venti sulla strada per Hull, e ciascuna recava un segno peculiare. Quel segno, destinato in principio a far riconoscere il ladro, avrebbe invece condannato un servitore; e non avrebbe svelato il vero colpevole se non dopo che l’innocente fu impiccato.

Nel 1762, il viaggiatore procedeva a cavallo per la campagna dello Yorkshire. La sera lo colse prima che avesse raggiunto Hull. Un secondo cavaliere comparve lungo la strada solitaria, il volto mascherato. Puntò una pistola ed esizialmente intimò di consegnare la borsa. L’aggressione fu breve: il brigante prese le venti ghinee e fuggì al galoppo per una via traversa.

Il viaggiatore non distava che poche miglia dalla città. Calava la notte e la paura gli toglieva ogni voglia di proseguire il cammino. Fece sosta al Bell Inn, locanda gestita da mastro James Brunel. In cucina, mentre gli si preparava la cena, raccontò quanto gli era appena accaduto. Aggiunse che soleva contrassegnare ciascuna delle monete d’oro che portava con sé; le venti ghinee rubate recavano dunque tutte il medesimo segno.

Questo dettaglio non poteva ancora designare alcuno. Trasformava soltanto una somma di denaro in una serie riconoscibile. Il viaggiatore salì nella sua stanza. Brunel, che non era presente al momento del racconto, salì poco dopo a fargli visita e gli domandò a quale ora il cavaliere lo avesse fermato. Udita la risposta, il locandiere manifestò un sospetto che nutriva sul conto del proprio garzone, Jennings.

Da qualche tempo, diceva, il giovane disponeva di denaro senza che se ne conoscesse l’origine. La sua condotta gli pareva sregolata; avevano litigato e il ragazzo stava per lasciare la locanda. Quel giorno stesso, prima dell’accaduto, Brunel lo aveva mandato a cambiare una ghinea. Jennings era rincasato dopo che il viandante era giunto all’osteria, ubriaco — a dire del padrone — e gli aveva reso una moneta che non sembrava essere quella ricevuta. Sulle prime Brunel non vi aveva badato. Sosteneva di aver collegato quei fatti al racconto udito in cucina solo dopo essersi avveduto che la moneta resa recava la marca descritta dal viaggiatore.

Brunel aveva tuttavia già ceduto quella ghinea a un creditore venuto a riscuotere un debito. L’uomo era ripartito. L’oste non poteva riprenderla senza destare un sospetto ben più grave; scelse dunque di rivelare al viaggiatore ciò che sapeva. Presentò la sua confessione come il dovere di un buon cittadino e il proprio sospetto come un semplice avvertimento. Il viaggiatore acconsentì ad attendere con lui che la notte fosse inoltrata, per perquisire la stanza del domestico.

Jennings dormiva profondamente. Gli frugarono gli abiti e ne trassero una borsa contenente diciannove ghinee. Il viaggiatore le riconobbe: recavano, affermò, il segno impresso sulle monete rapinate. Svegliarono il giovane, lo strapparono dal letto e lo accusarono. Dapprima ancora intorpidito dal sonno, poi del tutto desto, egli protestò la propria innocenza. I presenti non prestarono fede ai suoi dinieghi. L’assenza della ventesima moneta trovava spiegazione in quella che Brunel dichiarava di aver versato al creditore.

Al mattino, Jennings fu tradotto dinanzi a un giudice di pace. Il viaggiatore e Brunel deposero sotto giuramento. Il prigioniero non poteva addurre testimoni né alibi; si limitava a proclamarsi innocente. Gli indizi parevano combaciare senza lasciare fessure: le diciannove monete in tasca, la ventesima consegnata dal padrone all’esattore del debito, il ritorno con una ghinea diversa e le spese dissennate di cui Brunel asseriva d’essere stato testimone.

I conoscenti gli consigliarono di dichiararsi colpevole per implorare la clemenza della corte. Ritenendo le prove schiaccianti, giudicavano che un diniego non avrebbe fatto che aggravare la sua sorte. Jennings respinse il consiglio. Si dichiarò non colpevole e fu rinviato a giudizio davanti alle assise.

In quella sede, la prova rivelava nondimeno una debolezza che l’accusa non poteva del tutto dissimulare. Il viaggiatore era stato assalito a notte fonda, sotto la minaccia d’una pistola; il malvivente portava una maschera. Non poteva giurare che Jennings fosse l’uomo che lo aveva spogliato. Dichiarò soltanto che la statura e la complessione dell’imputato potevano somigliare a quelle del cavaliere. Riconobbe la propria borsa e affermò, secondo il suo fermo convincimento, che le monete segnate trovate addosso all’accusato fossero le sue.

Brunel confermò il resto della concatenazione. Aveva mandato Jennings a cambiare una ghinea; il garzone gliene aveva restituita un’altra. Egli aveva poi consegnato quest’ultima a un creditore presentatosi alla locanda, e la moneta fu esibita in udienza. L’uomo che l’aveva ricevuta attestò che gli era stata data quella notte stessa. Il viaggiatore la raffrontò con le altre diciannove e dichiarò che, a suo giudizio, apparteneva alla medesima serie. Ogni testimone corroborava un frammento; considerati nell’insieme, quei frammenti parevano non ammettere che un’unica narrazione.

Il giudice riassunse le deposizioni alla giuria. La borsa era stata rinvenuta presso Jennings, le monete contrassegnate erano state identificate, e una di esse era passata per le mani di Brunel fino a giungere al creditore. La giuria non ebbe bisogno di una lunga camera di consiglio. Dichiarò Jennings colpevole.

Il garzone continuò a protestare la propria innocenza in carcere e fin sotto il patibolo, a Hull. Gridò di morire innocente. La relazione retrospettiva che tramanda la vicenda non fornisce il nome del viaggiatore né documenti indipendenti che consentano oggi di riesaminare l’intera istruttoria. Conserva tuttavia il punto che rende palese l’errore: l’uomo che aveva stabilito il nesso tra la borsa e Jennings era anche colui che sapeva con esattezza come la moneta segnata fosse entrata nella sua casa.

Un anno più tardi, un altro viaggiatore fu derubato proprio nella locanda di Brunel. L’indagine accertò che l’oste era egli stesso il brigante. Condannato a morte, all’approssimarsi dell’esecuzione si pentì e confessò una serie di rapine a mano armata. Ammise di aver assalito il viaggiatore nei pressi di Hull e di essere poi rincasato al Bell Inn per una scorciatoia, giungendovi prima della sua vittima. Il creditore attendeva già il proprio denaro; Brunel estrasse una ghinea dalla borsa rubata e gliela consegnò.

Quando apprese, a cose fatte, che le monete erano segnate e che il viaggiatore aveva denunciato l’agguato, Brunel comprese il pericolo. Non poteva recuperare la ghinea senza autoaccusarsi. Allora, stando a questa confessione tardiva riportata dal Pitaval, decise di far ricadere il furto su Jennings. La narrazione non conferma che Jennings avesse realmente cambiato o toccato alcuna delle monete rapinate: l’unica ghinea il cui tragitto sia tracciato nella confessione postuma era stata prelevata da Brunel dalla borsa e consegnata al creditore. La precedente accusa contro il servitore diviene così il mero strumento con cui Brunel stornò da sé ogni sospetto.

La borsa aveva parlato dinanzi al tribunale. Aveva detto che le monete appartenevano al viaggiatore e che erano passate per le mani di Jennings. Non poteva dire chi le avesse ghermite sulla strada maestra, né cosa il garzone sapesse. Quando Brunel disse infine la verità, la giustizia si era già consumata. Le diciannove ghinee avevano condotto Jennings alla forca dopo che Brunel lo aveva deliberatamente additato quale colpevole. Brunel fu scoperto circa un anno dopo, in seguito a un altro furto commesso nella sua locanda, e condannato a morte. Il testo non ricollega la ghinea data al creditore a questo secondo arresto; conferisce piuttosto alla tardiva confessione il suo senso terribile, senza tuttavia disfare ciò che si era consumato nel primo processo.

Nota documentaria: il capitolo del Pitaval, pubblicato nel 1861, riferisce retrospettivamente il processo, l’esecuzione di Jennings e la successiva confessione di Brunel. Non riproduce verbali giudiziari né documenti d’archivio coevi. Il viaggiatore non è nominato e il testo non fornisce date precise per le due esecuzioni; la confessione di Brunel è pertanto desunta unicamente da questa relazione.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Adattamento del capitolo «John Jennings (1762)» del Neue Pitaval, tomo XXI, seconda serie, nono tomo, seconda edizione (1861), pagine 429–435. La compilazione narra il processo e riferisce che un anno dopo Brunel, condannato per un’altra rapina, confessò l’agguato che aveva condotto Jennings al patibolo. Nel capitolo non compaiono né il nome del viandante né le date esatte delle esecuzioni; la confessione postuma non trova riscontro, in questo testo, in atti giudiziari coevi.

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