A Madrid, dopo la morte di Francisco del Castillo, la vedova fece recapitare una lettera a un uomo che, formalmente, non esisteva. Chiese al proprio commesso di spedirla a «Taddeo Santifa». L’indirizzo destò sospetti: per quale ragione affidare alla posta un messaggio destinato a qualcuno che risiedeva nella stessa città, in un’epoca in cui Madrid non disponeva ancora, stando al cronista, di un servizio di recapito urbano organizzato? L’impiegato Garcia aprì la busta. Il contenuto era stringato: «Mio caro Vincenzo», scriveva Maria Vicenta de Mendieta, raccomandandogli di rimanere rintanato in casa o di fuggire da Madrid. Sosteneva che nessuno nutrisse ancora sospetti, pur avvertendolo che le indagini procedevano e che un nuovo magistrato ne aveva assunto la guida. La missiva era siglata «M. V. M.». Quel biglietto avrebbe offerto agli inquirenti il filo per collegare la vedova al fuggitivo cui davano la caccia. La vicenda ci è giunta attraverso un capitolo del Nouveau Pitaval, nella seconda edizione del 1857, che compendia soprattutto le risultanze dell’accusa; gli elementi giudiziari vanno pertanto ascritti a tale cronaca.
I fatti risalivano al 9 dicembre, pochi mesi prima del dibattimento del 1798. Francisco del Castillo, facoltoso mercante madrileno, viveva con Maria Vicenta, appartenente come lui a una famiglia di hidalgos. Castillo aveva viaggiato in Europa, segnatamente a Londra, e godeva della fama di uomo colto, affabile e stimato. L’arrivo, nel 1796, del figlioccio e parente Santiago San Juan, giunto a Madrid per intraprendere la carriera forense, avrebbe sconvolto l’ordine di quella casa.
Castillo accolse San Juan con generosità: lo ammetteva alla propria mensa, lo agevolava nelle pratiche e lo sosteneva con il proprio denaro. Tra il giovane e Maria Vicenta nacque una relazione. Quando la tresca divenne palese, Castillo chiese a San Juan di limitare le visite a una sola volta al giorno, senza tuttavia negargli l’accesso. Il racconto morale tende spesso a trasformare questa vicenda in un giudizio sulla condotta della moglie. Ai fini dell’inchiesta, i dati rilevanti sono assai più concreti: l’amante aveva libero accesso alla dimora, il marito era a conoscenza del legame e la restrizione imposta alle visite non lo aveva reciso.
Sul finire del 1797, San Juan annunciò una partenza per affari alla volta di Valencia. Castillo gli anticipò la somma necessaria. Ma San Juan non lasciò Madrid: assunse un falso nome e si spostò da una locanda all’altra, mentre Maria si recava da lui per concordare i particolari del delitto. Secondo la ricostruzione dell’accusa riportata dal cronista, i due complici non miravano a unirsi in matrimonio dopo la scomparsa di Castillo; si trattava, piuttosto, di una pattuizione economica. San Juan propose inizialmente di simulare un furto; poche settimane più tardi, il 9 dicembre, il precario stato di salute di Castillo gli parve offrire il momento propizio per agire.
Quel giorno, Maria Vicenta allontanò gli uomini della servitù con vari pretesti. Congedò inoltre Antonio Castillo, un parente desideroso di vegliare il malato, e impedì al contabile di sottoporre lettere alla firma del padrone. A sera, mentre portava una bevanda al marito, lasciò le porte aperte per consentire a San Juan di introdursi nell’abitazione. Tornò quindi nella stanza in cui lavoravano le domestiche. Le donne di casa riferirono in seguito che la padrona tremava e sospirava, un contegno che giudicarono insolito. Quando udirono del trambusto, la porta della camera da letto risultò sbarrata dall’interno. Maria perse i sensi nell’istante in cui tentarono di sfondarla. I vicini e le guardie riuscirono infine a penetrare nella stanza: Castillo giaceva trafitto da colpi di pugnale. La lucerna rovesciata, le vesti sparse e i cordoni dei campanelli recisi testimoniavano la colluttazione e la calcolata precauzione di impedirgli di chiamare soccorso.
La scena poteva a prima vista accreditare l’ipotesi di una rapina. Lo scrittoio del mercante era spalancato e due once d’oro erano sparite. Tuttavia, tale ammanco non indirizzò le indagini verso ignoti malviventi: secondo la cronaca, la somma corrispondeva esattamente al compenso promesso a San Juan. Il contributo più decisivo giunse da Antonio Castillo. Interrogato dai magistrati, egli delineò i rapporti interni alla casa e la sequenza degli eventi di quell’ultima giornata. Maria, posta immediatamente sotto sorveglianza, negò dapprima ogni addebito e non indicò alcun sospettato. Gli inquirenti sapevano che San Juan si trovava verosimilmente ancora nella capitale, ma non riuscivano a rintracciarlo. Alcune voci attribuirono inizialmente l’omicidio a esponenti dei Cinco Gremios Mayores, la potente corporazione mercantile con cui Castillo intratteneva affari; le rivelazioni di Antonio ricondussero l’attenzione dei giudici sulla cerchia domestica.
La lettera indirizzata a «Taddeo Santifa» fornì il riscontro materiale. La mattina del 15 dicembre Maria aveva interrogato uno dei commessi su quanto dichiarato da Antonio; la sera stessa manifestò analoga apprensione a Garcia, affidandogli la missiva. Dopo che Garcia l’ebbe consegnata al giudice istruttore, Maria tentò di riprenderla per strapparla; fu allora sottoposta a un regime di custodia più severo. Le autorità fecero esporre il messaggio all’ufficio postale, disponendo che due alguaziles attendessero il destinatario. San Juan si presentò a reclamarlo, ma gli agenti non si trovavano sul posto in quel preciso frangente. Gli impiegati esitarono a consegnargli la busta; egli si allontanò, senza tuttavia fuggire da Madrid. Continuò a frequentare le locande, dove ascoltava i discorsi sulle indagini e l’indignazione popolare, rimanendovi rintanato. Un facchino che ne aveva trasportato i bagagli lo riconobbe nell’ultimo albergo in cui alloggiava. Gli sbirri vi rinvennero l’abito indossato la sera del delitto, riposto senza che le macchie segnalate dal cronista fossero state lavate.
Dopo l’arresto, San Juan e Maria Vicenta resero confessioni separate. Il cronista assicura che le loro dichiarazioni concordavano minuziosamente e collimavano con gli altri indizi raccolti. La difesa ne contestò il valore probatorio: l’apertura arbitraria della lettera, i ferri imposti a Maria e le pressioni dell’inquisizione avrebbero viziato la spontaneità delle ammissioni. Sostenne inoltre che l’imputata avesse agito sotto l’impulso di una passione cieca tale da privarla della capacità di intendere. Il dibattimento si concentrò dunque anche sulle modalità di estorsione delle confessioni, e non soltanto sul loro merito.
Il processo assunse risonanza pubblica grazie all’arringa del fiscal Meléndez Valdés, celebre poeta dell’epoca, che sosteneva l’accusa dinanzi alla suprema corte madrilena. Il testo presenta la sua orazione come un momento di rinnovamento dello stile forense spagnolo, pur senza riportarne integralmente il tenore. Il procuratore insistette sui doveri coniugali e fustigò i costumi del tempo. Risulta tuttavia agevole distinguere tale retorica moraleggiante dai dati probatori: l’accesso di San Juan alla casa, la finta partenza per Valencia, i preparativi della giornata, la lettera intestata a un falso nome, l’abito sequestrato e le due confessioni. I difensori eccepirono vizi procedurali e lo stato mentale degli imputati; il tribunale non ritenne tali argomenti sufficienti a escluderne la responsabilità penale.
Entrambi furono condannati alla pena capitale mediante garrota, supplizio riservato ai rei del loro rango, con confisca dei beni. La cronaca indugia sul cerimoniale che precedette l’esecuzione: tre giorni trascorsi in cappella, le visite dei congiunti e le messe richieste dai condannati. Maria non lasciò pendenze finanziarie; San Juan aveva accumulato diversi debiti, tra cui uno di ottocento reali. Tali note contabili, pubblicate sui fogli dell’epoca, accompagnavano le cronache sulle ultime disposizioni dei prigionieri, senza tramandare parole di commiato.
Il 23 aprile 1798 una moltitudine accorsa da Madrid e dalle province assistette al supplizio sulla Plaza Mayor. Le salme furono tumulate nella cripta della chiesa dei Santi Giusto e Pastore durante la notte successiva; il giorno seguente vi si celebrò una messa esequiale. La lettera concepita per sottrarli alle ricerche li aveva infine ricongiunti nel medesimo processo e, da ultimo, sotto la stessa scure della legge.
