Sabato 22 luglio 1837, John Smith rincasava dal mercato insieme alla moglie quando uno sparo lo abbatté in una via di Glasgow. Due pallottole lo avevano centrato. Spirò tre giorni dopo, lasciando dietro di sé un’accusa che nessuno, allora, poteva verificare: credeva che i filatori anziani lo avessero fatto assassinare per aver ripreso il lavoro presso la ditta Houldsworth, dopo che gli operai di quella fabbrica avevano incrociato le braccia per ottenere un aumento di salario. Il suo sospetto apriva un caso giudiziario; non indicava ancora un colpevole.
Da settimane la città viveva al ritmo d’uno sciopero che contrapponeva filatori, padroni e crumiri disposti a lavorare per una paga inferiore. Nella sua cronaca, il Pitaval descrive un’Associazione clandestina, giuramenti, minacce e aggressioni contro chiunque non abbandonasse il telaio. Il compilatore imprime a questi avvenimenti un tono marcatamente accusatorio, collegandoli a vicende che sarebbero iniziate decenni prima. Occorre pertanto separare quanto i testimoni dichiararono in aula dalle interpretazioni generali avanzate dalla cronaca.
Le deposizioni portarono alla luce violenze pregresse: colpi d’arma da fuoco contro gli operai, vetriolo gettato in faccia a un giovane filatore di nome Cairnie, tentativi d’incendio negli opifici e la morte della vedova M’Pherson, colpita durante un assalto mirato, stando ai testi, a colpire la figlia che lavorava in filatura. Il testimone James Murdock riferì inoltre dell’agguato ai danni di McQuarrie, ferito da una pallottola in pieno giorno. Erano episodi che delineavano un clima di terrore, ma ciascuno possedeva i propri autori, le proprie circostanze e il proprio grado di prova; la loro mera accumulazione non bastava a imputare l’omicidio di Smith agli uomini alla sbarra nel 1838.
Dopo la morte di Smith, i padroni delle filature offrirono cinquecento sterline a chiunque fornisse informazioni utili ad assicurare il colpevole alla giustizia; il governo ne aggiunse altre cento. Il denaro non scalfì, da principio, il muro del silenzio. Il timore di ritorsioni paralizzava gli operai, e la vedova, interrogata dopo i fatti, non fu in grado di riconoscere le sagome intraviste nell’oscurità. Riferì soltanto dello sparo alle spalle, della caduta del marito e dell’aiuto tardivo dei passanti. Sul letto di morte, Smith aveva confidato di non essere stato né avvertito né ascoltato prima che venisse pronunciata contro di lui una sorta di sentenza; tre giorni prima dell’agguato, qualcuno gli avrebbe mormorato che non avrebbe voluto trovarsi al suo posto.
Lo sceriffo della contea di Lanark, Archibald Alison, decise infine di agire. Nella notte del 29 luglio, scortato dal capitano Miller e da una ventina di poliziotti, fece irruzione nel luogo in cui doveva riunirsi il comitato dell’Associazione. Vi sorprese diversi dirigenti e trasse in arresto quindici uomini. Le carte e i libri contabili sequestrati nella stanza e in un vano attiguo si sarebbero rivelati determinanti quanto le parole dei testimoni. Lo sciopero si spense; nei giorni seguenti, gli operai tornarono alle filature. Ma quegli arresti non facevano ancora luce sulla fine di Smith: aprivano invece un’istruttoria su una congrega e sui misfatti che le venivano attribuiti.
Il processo si aprì nel gennaio successivo e si protrasse per otto giorni. Il fascicolo riuniva imputazioni di cospirazione per imporre i salari mediante l’intimidazione, aggressioni a persone e proprietà, e la partecipazione a violenze remote nel tempo. La morte di Smith costituiva il capo più grave: William M’Lean veniva indicato come l’esecutore materiale, e i vertici dell’Associazione come i mandanti che lo avevano assoldato. La corte dovette inoltre dirimere complesse questioni di procedura scozzese, tra cui l’ammissibilità di un documento rinvenuto presso il tesoriere Hackett e la possibilità di escutere testimoni su dichiarazioni de relato.
Tra i testimoni chiave figurava James Moat. Membro dell’Associazione da quasi vent’anni, egli sostenne che durante lo sciopero si fosse costituito un comitato segreto. A suo dire, i delegati avevano discusso misure punitive contro chi riprendeva il lavoro; attribuì ad alcuni imputati ruoli direttivi e descrisse le credenziali che l’organizzazione rilasciava agli affiliati. Uno scritto firmato «William Mean», reperito tra le carte del comitato, raccomandava il latore agli altri lavoratori. Moat considerava quel foglio insolito, spiegando che l’Associazione soleva rilasciare simili salvacondotti a coloro che intendeva allontanare dalla città.
Il secondo teste di rilievo, Murdock, riferì dei giuramenti imposti ai nuovi adepti. Rammentava le parole d’ordine «Ashdod» e «Armageddon», una Bibbia tenuta sotto il braccio e l’obbligo di sottomettersi al volere della maggioranza. Affermò che tali rituali s’accompagnavano a minacce contro i «Nobs», epiteto con cui si bollavano gli operai che accettavano la decurtazione del salario durante le agitazioni. Il suo racconto corroborava la tesi d’una disciplina coercitiva; non bastava tuttavia a collocare M’Lean sulla scena del crimine.
I dirigenti dell’Associazione respinsero la versione di Moat e negarono l’esistenza di un comitato d’azione violenta. Giustificarono i fondi sequestrati come sussidi di solidarietà destinati agli operai rimasti senza paga e descrissero il comitato di sorveglianza quale mero strumento di persuasione per serrare le fila dello sciopero. Numerosi testi a discarico giurarono di non aver mai sentito parlare di giuramenti né di violenze. I loro ricordi furono tuttavia minati da vistose contraddizioni, segnatamente attorno a un attestato d’alibi predisposto per M’Lean a fatti compiuti. Alcuni firmatari non seppero confermare gli orari indicati; uno di loro ammise di aver firmato quando M’Lean era già in carcere, sebbene il documento recasse una data antecedente all’arresto.
La testimonianza di Robert Christie addensò ulteriori ombre. Egli narrò che M’Lean gli aveva confidato il possesso di un’arma e il proposito di freddare il caposquadra Arthur; asserì inoltre di avergli prestato un paio di guanti neri poco prima della morte di Smith. Dopo l’omicidio, secondo Christie, M’Lean si sarebbe ripresentato nella sua bettola pronunciando parole compromettenti. Nondimeno, Christie aveva atteso a lungo prima di riferire tali colloqui. Era stato egli stesso arrestato, aveva lasciato Glasgow e si giustificò adducendo il terrore di violare il giuramento e la paura di rappresaglie. La difesa fece leva su queste esitazioni, sul suo probabile interesse per la taglia pubblica e sulle incongruenze cronologiche rispetto all’affissione dei bandi di ricompensa.
La pubblica accusa replicò che il premio non costituiva una promessa occulta riservata a un teste compiacente, bensì una taglia pubblica istituita per raccogliere indizi. I giudici ammisero la testimonianza di Christie, rimettendone la credibilità al prudente apprezzamento della giuria. Un agente marittimo confermò che M’Lean, prima della morte di Smith, aveva tentato d’imbarcarsi per Newport. Altri indizi si sommarono: frasi colte in una taverna, l’acquisto di munizioni da parte di uomini indicati come filatori e la fuga di M’Lean all’indomani delle retate. Nessun testimone oculare, tuttavia, aveva scorto il tiratore fare fuoco su Smith.
La difesa di M’Lean si oppose a che le violenze degli anni passati si trasformassero in una prova automatica contro il proprio assistito. Il patrocinatore rammentò che a un’associazione operaia era legalmente consentito astenersi dal lavoro, esortando i giurati a scindere tale diritto dalle aggressioni e dall’omicidio. Contestò la credibilità di Christie e l’inconsistenza delle prove dirette. I difensori degli altri correi sostennero che il ministero pubblico aveva confuso episodi violenti risalenti a un intero decennio con i fatti specifici del 1837, omettendo di dimostrare che ciascuno degli imputati avesse ordinato o perpetrato i delitti più gravi.
Anche il giudice, nel riassumere la causa, distinse nettamente i diversi capi d’accusa. A suo giudizio, le risultanze probatorie suffragavano una cospirazione di portata minore, finalizzata a intimidire i padroni e gli operai crumiri. Non attestavano invece, con pari certezza, un disegno generale preordinato all’incendio e all’omicidio. Quanto a M’Lean, osservò che le dichiarazioni di Christie, ove ritenute veritiere, risultavano schiaccianti, ma che il quadro probatorio doveva pur sempre convincere la giuria oltre ogni ragionevole dubbio. I quesiti sottoposti ai giurati vertevano dunque su fatti distinti, e non su un’indiscriminata colpevolezza collettiva.
Dopo cinque ore di camera di consiglio, i giurati emisero un verdetto a maggioranza. Ritennero provati i capi 1, 2, 3 e 10; non provati i rimanenti. Il resoconto processuale non riporta la rubrica per esteso dei capi d’accusa, precludendo l’attribuzione univoca di ciascun numero a un singolo episodio materiale. La corte condannò gli imputati a sette anni di deportazione. La cronaca riferisce che l’entità della pena fu oggetto di aspre discussioni e che vennero in seguito inoltrate istanze di grazia, ma non dà conto di un verdetto di colpevolezza per omicidio a carico di M’Lean: la responsabilità affermata dal tribunale si limitò ai soli capi riconosciuti dalla maggioranza dei giurati.
L’esito del dibattimento non offrì dunque la risposta netta che la fine violenta di Smith esigeva. Sanzionò le condotte d’intimidazione e violenza riconosciute dalla giuria, mentre le imputazioni più atroci caddero per insufficienza di prove. La relazione del Pitaval indugia sul ripristino dell’ordine pubblico e sul clamore suscitato dalle udienze, sposando un giudizio morale inflessibile contro l’Associazione e i suoi affiliati. Il lettore moderno può così seguire la trama delle testimonianze e delle sentenze senza confondere la voce del compilatore con le statuizioni formali della corte.
In mezzo alla strada, Smith era caduto senza che la moglie potesse distinguere gli aggressori. Nel palazzo di giustizia, le parole giurate, i libri sequestrati e gli alibi artefatti presero il posto di quella muta tragedia. Ma il processo non tramutò ogni sospetto in verità giudiziale. L’esito della causa risiedette proprio in questa frattura: i reati di cospirazione e intimidazione vennero dichiarati provati; le accuse più gravi rimasero prive di riscontro oggettivo. L’omicidio che aveva innescato l’intera macchina penale restava, tra le pieghe degli atti, un enigma ben più greve della sentenza stessa.
