A Dorchester, il 17 marzo 1834, sei braccianti agricoli compaiono dinanzi alla corte d’assise. Il capo d’imputazione riguarda un giuramento che, secondo l’accusa, costringeva gli affiliati di una società a mantenere il segreto e a prestare obbedienza ai suoi dirigenti. Ai giurati spetta stabilire se un simile vincolo ricada nell’ambito di applicazione di una legge contro i giuramenti illegali.
La cronaca di Camden Pelham definisce questi uomini i «labourers di Dorchester». Il museo dei Martiri di Tolpuddle ne riporta i nomi secondo le grafie Loveless, Standfield e Hammett; Pelham stampa Lovelace, Stanfield e Hammet. Sono in sei: James e George Loveless, Thomas e John Standfield, James Hammett e James Brine. Sono braccianti agricoli di un villaggio del Dorset, riunitisi in una società volta a difendere il prezzo del lavoro e a sostenere quanti restano privi d’impiego. Le unioni sindacali erano allora lecite; il processo si impernia sul giuramento e sulla norma invocata per colpire tale vincolo.
La scena posta al centro del dibattimento si svolge alcuni mesi prima, in dicembre, nella casa di Thomas Standfield a Tolpuddle. Gli affiliati vengono introdotti in una stanza. Legg e altri sono costretti ad attendere con gli occhi bendati, mentre, inginocchiati, ascoltano la lettura di alcuni testi. Tolta la benda, scorgono la figura di uno scheletro accompagnata dal monito: «Remember your end» — «Pensa alla tua fine». Il resoconto specifica che i partecipanti giurano di rispettare le regole e di non divulgare i segreti della società. James Loveless indossa una veste simile a una cotta ecclesiastica.
Una quota d’ingresso di uno scellino e una sottoscrizione di un penny a settimana devono alimentare la cassa comune. Gli statuti prodotti in udienza assegnano all’associazione la denominazione di Friendly Society of Agricultural Labourers, stabiliscono le cariche direttive e la periodicità delle adunanze, per poi precisare le modalità di riscossione del denaro. Gli articoli venti e ventuno prevedono una risposta collettiva qualora un datore di lavoro decurti la paga o licenzi un membro a causa della sua militanza: gli operai possono abbandonare compatti l’impiego, mentre la cassa consente loro di attendere un reintegro. Queste disposizioni servono all’accusa per qualificare la società come illegale; il capo d’imputazione formale rimane tuttavia la somministrazione del giuramento.
L’avvocato della Corona, Gambier, illustra la lettera della legge. Si richiama all’atto del 1797, inteso a reprimere i giuramenti e gli impegni volti a vincolare gli individui a una società ritenuta illecita. A suo giudizio, una promessa assimilabile a un giuramento può rientrare nel dettato normativo a prescindere dal rito impiegato. Spetta a lui dimostrare che la coalizione in esame è illecita, che i suoi membri giurano di serbare il segreto e di obbedire a capi privi di qualsiasi riconoscimento legale. La questione sottoposta al verdetto della giuria è se tali regole, congiunte al giuramento di segretezza e di obbedienza, facciano ricadere l’associazione nel raggio d’azione della legge.
Il preambolo della norma riguarda i conciliaboli sediziosi; Gambier sostiene nondimeno che il dispositivo si estenda anche alle società costituite per fini altrimenti illeciti. Per suffragare tale interpretazione fa leva su una decisione precedente. L’esito del processo dipende così dalla latitudine che giurati e giudice intenderanno accordare a un testo promulgato nel 1797.
I difensori negano che sia stato provato alcun reato. Il magistrato torna sui criteri che debbono guidare il verdetto: i giurati sono chiamati a stabilire se quell’impegno imponesse davvero a Legg di celare i segreti della società. La forma precisa del giuramento rileva meno dell’obbligo che esso genera. Si tratta altresì di appurare se i partecipanti si sottomettessero a un dovere di coscienza o si limitassero a osservare le regole scritte del sodalizio. Vengono rievocati la veste di Loveless e il simulacro dello scheletro: il giudice domanda se tali apparati mirassero a conferire maggiore solennità alla cerimonia e a scuotere l’animo dei giurandi. Dà quindi lettura degli statuti del gruppo e dei nomi dei membri che hanno versato le quote alla cassa, lasciando infine i giurati liberi di trarre le proprie conclusioni.
Dopo circa cinque minuti di camera di consiglio, la giuria dichiara i sei uomini colpevoli. La condanna è di sette anni di deportazione oltremare. Il museo di Tolpuddle rammenta che i sindacati erano all’epoca legali; in questo caso, la condanna si fonda sul giuramento giudicato illecito dall’accusa, nell’alveo d’un procedimento in cui le regole di mutuo soccorso furono acquisite agli atti. Per gli operai e le loro famiglie, la pena equivale allo sradicamento dal Dorset e alla privazione del sostentamento abituale.
I condannati vengono deportati in Australia. La loro lontananza non chiude tuttavia la vicenda. I sostenitori delle unioni operaie giudicano la misura aspra e ingiustificabile, e rimostranze vengono indirizzate al governo tanto in Parlamento quanto nella pubblica piazza. Dapprima il governo rifiuta qualsiasi mitigazione della pena, per poi concedere infine a ciascuno la piena grazia. Il museo di Tolpuddle colloca nel marzo del 1834 la nascita di un comitato londinese a favore del condono, una manifestazione a Londra nel mese successivo e una petizione da 800.000 firme nel 1835. La deportazione diviene un affare di Stato, ben al di là dei confini del villaggio.
Il museo di Tolpuddle fa risalire la grazia incondizionata e plenaria al 14 marzo 1836. Le spose, private del salario dei mariti, ricorrono ai sussidi parrocchiali. Secondo le fonti museali, si trovano di fronte agli stessi notabili e magistrati che avevano preso parte agli arresti. Viene rinfacciata loro la contribuzione versata dai consorti: poiché avevano potuto foraggiare la società, le loro famiglie avrebbero potuto, a loro dire, fare a meno della carità pubblica. Il comitato di solidarietà farà infine pervenire loro due sterline e tre scellini a testa. Gli uomini non rimpatriano insieme: George Loveless fa ritorno il 13 giugno 1837; quattro dei suoi compagni sbarcano a Plymouth il 17 marzo 1838. James Hammett approda solo nell’agosto del 1839; la cerimonia pubblica in suo onore si tiene il 22 settembre. La grazia, dunque, non schiuse un ritorno immediato, e gli itinerari dei sei rimasero divisi per lunghi anni.
La cronaca si chiude con il fallimento di un corteo pubblico a Londra, che Pelham liquida come un vano tentativo di carpire la benevolenza popolare. Al di là del suo giudizio d’autore, il processo aveva assommato una cerimonia, gli statuti dell’associazione e un giuramento sotto un unico capo d’accusa. Sei braccianti furono condannati; alla grazia collettiva, due anni più tardi, seguirono ritorni frammentati. Una cassa istituita affinché i lavoratori non rimanessero soli dinanzi a una falcidia dei salari aveva concorso a inchiodarli insieme davanti alla sbarra — e la pena li disperse oltre i mari.
