Il 25 gennaio 1862, il giurì della Senna pronunciò nove verdetti per una vicenda in cui le medesime notti avevano condotto nove persone davanti alla corte d’assise. Tre furono assolte; sei dichiarate colpevoli. Il resoconto della Gazette des tribunaux del giorno seguente descrive una banda solita offrire soccorso a uomini ebbri per poi spogliarli d’ogni bene e che, non appena la strada si faceva rischiosa, li caricava a bordo di una vettura. La cronaca ricollega tali sottrazioni a nomi fittizi registrati presso i libri contabili del Monte di Pietà.
Il metodo occulto del verbo «proteggere»
La cronaca si apre con una formula gergale che ha quasi il sapore d’un soprannome: il «vol aux poivriers», il furto agli ubriachi. Gli accusati, scrive il giornale, adocchiavano gli uomini presi dal vino con il pretesto di far loro da scorta.
Il resoconto narra altresì quanto accadeva allorché le vie non garantivano un’opportunità sufficientemente sicura. Gli imputati avrebbero attirato la designata vittima in un’osteria, inducendola a bere sino a ridurla «ebbra al punto giusto». L’espressione appartiene al cronista, che compendia il dibattimento anziché trascrivere la testimonianza diretta di una parte lesa.
Una diversa variante del medesimo disegno criminoso teneva conto dei pericoli della pubblica via. Se la strada appariva malfida per consumare il delitto, i ladri avrebbero anticipato le spese d’una vettura, facendovi salire la vittima per poi depredarla a porte chiuse. L’avrebbero in seguito scaricata in un luogo isolato, ove la forza pubblica la rinveniva ormai sobria e privata d’ogni avere.
La Gazette tace i nomi dei derubati. Menziona venti furti imputati alla comitiva e rammenta che i particolari dei capi d’accusa poggiavano, stando all’atto d’incolpazione, sulle confessioni di taluni prevenuti ovvero sulle deposizioni testimoniali. Non ci è dato sapere quali beni siano stati sottratti nei singoli casi, dove ciascuna vittima sia stata raccolta, né quale ruolo esatto venisse ascritto a ciascuno. Questa lacuna impedisce di trasformare la condotta generale in venti distinte scene accertate. Il foglio ci consegna una trama accusatoria, non un censimento compiuto delle vittime. Al lettore perviene il solo bilancio d’un’istruttoria e delle udienze, senza che sia concesso accedere ai verbali integrali su cui maturarono i verdetti del giurì.
Nove figure, ruoli diseguali
I nove correi non appaiono nella cronaca come una consorteria omogenea. La Gazette ne riferisce generalità, mestieri e precedenti noti, lasciando trasparire una variegata ripartizione di compiti: esecutori materiali, presunti ricettatori, una compagna indicata come complice, un individuo investito del ruolo di capo. Siffatte qualifiche riflettono l’angolo visuale dell’accusa e del cronista; né possono estendersi oltre la sentenza emessa a carico di ciascun giudicabile.
Guillaume-Toussaint-Honoré Delaitre viene introdotto come uomo dichiaratosi coltivatore, gravato da tre precedenti condanne. Doveva peraltro rispondere d’una distinta imputazione dinanzi alle assise, precisa il foglio. Marie-Eugène Depierre, commesso di magazzino di quarantotto anni, vantava due condanne per atti contrari alla pubblica decenza. Michel-Ange Proment, bracciante ventiseienne, sommava sei condanne pregresse: tre per percosse e lesioni, tre per furto. La cronaca gli ascrive la parte principale nelle aggressioni notturne, sebbene il giurì abbia poi scartato il quesito concernente le violenze da lui perpetrate: scarto, questo tra addebito e fatto accertato, che resta d’importanza capitale.
Auguste-Isidore Boulogne, venditore ambulante di ventiquattro anni, risultava arrestato nove volte e condannato in sei occasioni, secondo il resoconto. Nel novembre del 1860 era stato condannato a nove anni di lavori forzati; sedeva al banco, scrive il giornalista, nell’abbigliamento tipico dei reclusi. È dal suo arresto che l’intero carteggio processuale aveva preso l’avvio. Alexandre Muguet, ventidue anni, merciaio ambulante, annoverava cinque condanne; la più recente, nel marzo 1860, a sei anni di reclusione, mentre un decreto lo rinviava a giudizio per un’altra vicenda.
François Deville, ramaio venticinquenne, figura in questa rapida rassegna privo di precedenti penali. Jean-Symphorien Collot, rigattiere di trentasette anni, rispondeva di ricettazione; il giornale insinua che la professione bastasse a giustificarne la presenza tra gli imputati, ma trattasi di glossa del redattore, non d’un elemento di prova autosufficiente. Louis-Hippolyte Lacourrège, quarantadue anni, già gendarme della Guardia imperiale, viene descritto con ottime note di servizio e specchiata condotta. L’accusa ne legava la posizione alla relazione con l’ultima coimputata, sua amante da tre anni, nonché alla presunta consapevolezza dei furti.
Quest’ultima prevenuta era Marie-Louise Baudot, cuoca di ventotto anni, incensurata secondo il resoconto. Versava per giunta in pessime condizioni di salute. Il foglio attesta che una patologia cardiaca costrinse a sospendere più volte l’udienza e che la donna prorompeva di tratto in tratto in grida che tentava di soffocare. Il resoconto non dipinge tali interruzioni alla stregua d’una manovra difensiva né come indizio d’infermità mentale. L’unico dato incontrovertibile rimane l’effetto prodotto sull’andamento del processo e la gravità dello stato clinico tramandata dalla stampa.
Dalla cattura al banco degli imputati
La narrazione retrocede al termine del marzo dell’anno precedente, il 1861. Tratto in arresto, Boulogne rese confessioni e delazioni che trascinarono altri complici nelle maglie della giustizia. Delaitre si faceva allora chiamare Huzel; sotto tale falso nome era già stato condannato a un anno di carcere per furto, il 12 ottobre 1859. Pure Depierre e Proment erano volti noti alla magistratura. La Gazette ne elenca le pene trascorse, non già per sostenere che i trascorsi giudiziari costituissero prova delle nuove imputazioni, bensì perché tali precedenti formavano il quadro di riferimento offerto a lettori e giurati.
Il giornale soggiunge che pure Delaitre e Depierre, al pari di Boulogne, imboccarono la via della piena confessione. Le circostanze da loro ammesse, tanto a proprio carico quanto contro i coimputati, trovarono poi conferma nell’istruttoria, stando alla formulazione del cronista. Resta nondimeno precluso, sulla scorta di un siffatto sunto, sapere quali chiamate in correità riguardassero l’uno o l’altro imputato, quali riscontri estrinseci le suffragassero o quale peso il giurì abbia accordato alle singole dichiarazioni. La stampa compendia la concatenazione dei fatti senza pubblicare gli interrogatori nella loro interezza.
L’atto di accusa configurava venti furti. Vi si aggiungeva l’imputazione di falso in atti pubblici e autentici. A detta della Gazette, taluni inquisiti avrebbero impegnato beni rubati sotto falso nome, apponendo firme apocrife sui registri dell’amministrazione del Monte di Pietà; altre false generalità sarebbero state dichiarate nel corso degli atti istruttori penali. L’identità fittizia assolveva così, nella ricostruzione d’accusa, al duplice scopo di smerciare la refurtiva e lasciare un’impronta burocratica che non conducesse nell’immediato ai colpevoli.
Tale diramazione documentale accresceva la portata del processo. Una vittima depredata in una viuzza o nell’angustia d’una carrozza poteva non ravvisare i propri aggressori; un registro di pegni, di contro, serbava indelebile una sottoscrizione.
Il dibattimento si svolse nei giorni 23, 24 e 25 gennaio, sotto la presidenza del consigliere Portier. La pubblica accusa sostenne la colpevolezza di tutti i nove prevenuti, dichiarando tuttavia di concedere le attenuanti generiche unicamente a vantaggio di Lacourrège e della Baudot. I difensori presero la parola a turno per perorare la causa dei rispettivi assistiti.
Tre assoluzioni, sei condanne
La terza udienza fu riservata alla requisitoria del presidente e alla camera di consiglio del giurì. I giurati si ritirarono a mezzogiorno per rientrare dopo due ore e un quarto. Il verdetto fu assolutorio nei confronti della Baudot, di Lacourrège e di Collot. Il presidente ne dispose l’immediata scarcerazione. Il proscioglimento scindeva nettamente le posizioni individuali dall’ipotesi d’un’unica associazione per delinquere: l’essere stati perseguiti nel medesimo procedimento non era bastato a fondare una condanna.
Gli altri sei furono dichiarati colpevoli. Le circostanze attenuanti vennero riconosciute soltanto a Muguet e a Deville. Il giurì rispose negativamente al cinquantaduesimo quesito, vertente sulle violenze fisiche addebitate a Proment.
La Corte procedette quindi alla determinazione delle pene: nove anni di lavori forzati e 100 franchi di ammenda per Delaitre; nove anni di reclusione per Depierre; otto anni per Boulogne e Muguet; sette anni della medesima pena per Proment e Deville. Il giornale non ribadisce con esattezza la natura della sanzione per questi ultimi due gruppi dopo la menzione di Depierre; né la presente cronaca intende colmarne il silenzio. L’ultimo capoverso dell’articolo segna il limite estremo della testimonianza archivistica: nulla dice di eventuali ricorsi, dell’esecuzione della pena o della futura liberazione.
Una premura protettiva che conduce all’osteria, a una vettura da nolo e infine a una contrada solitaria si configura, nel resoconto, come un espediente per sviare l’attenzione della vittima nell’istante preciso in cui crede di ricevere soccorso. Ma l’azione giudiziaria non si chiude su una sentenza moraleggiante. Separa tre prosciolti da sei condannati, fa cadere l’addebito di violenza, ammette le attenuanti per due e lascia nell’anonimato chi fu derubato. È questa partizione processuale, ben più che l’affresco d’una congrega criminale infallibile, ciò che le colonne ingiallite del giornale permettono oggi di narrare.
