I padroni erano partiti per una noce, per certe nozze fuori paese. Questo rispondeva il garzone di fattoria ai visitatori, con la consueta comodità di quelle menzogne che non richiedono spiegazioni immediate: un invito improvviso, un viaggio, qualche giorno d'assenza, e ciascuno può tornarsene ai propri affari. Il portalettere aveva tuttavia del denaro da consegnare; i vicini cominciavano a insospettirsi; le due figlie dei proprietari restavano rinchiuse nella casa. Per Otto Schöne diventava indispensabile che l'intero villaggio credesse a quella festa di cui egli solo conosceva l'esistenza.
Quella festa non era mai esistita. Franz Kallies, sua moglie e la cameriera Anna Philipp erano stati trucidati la mattina dell'8 gennaio 1913 a Ortwig, nella campagna del Brandeburgo. Quanto a Otto Schöne, all'anagrafe faceva August Sternickel. La polizia lo braccava da anni, talvolta cercandolo troppo lontano per accorgersi che lavorava proprio lì, sotto il naso di quanti gli affidavano le bestie e le chiavi di casa.
Un servo di cui si era contenti
Il nome di Sternickel circolava fin dal rogo di un mulino in Slesia, nel 1905. Il mugnaio Knappe vi aveva trovato la morte; due fratelli, i Pietsch, erano finiti sotto processo. L'uno si era preso dieci anni di reclusione, l'altro era stato assolto. Sternickel, sospettato di aver guidato la spedizione, era rimasto introvabile. Ai delitti accertati si mescolarono ben presto quelli che gli venivano attribuiti per difetto di colpevoli noti. Il suo nome divenne una comoda spiegazione per ogni cascina data alle fiamme e per qualsiasi sconosciuto intravisto lungo una strada.
Eppure non aveva scelto di rintanarsi a tempo indeterminato nel fondo dei boschi. Andava a servizio. Il giornale neozelandese che ne narrò la cattura nel marzo del 1913 si stupiva di vederlo ricercare la confidenza dei gendarmi, frequentare circoli ricreativi e conservare il medesimo impiego per mesi. Al dibattimento, un vecchio padrone venne a confermare una circostanza meno pittoresca, ma ben più imbarazzante: quel garzone era eccellente. La sua partenza aveva persino scontentato la famiglia. Il lavoro ben fatto gli faceva da scudo contro ogni sospetto.
Presso i Kallies, dove era entrato nell'ottobre del 1912, le difficoltà nacquero dall'assenza di documenti e da certi viaggi inspiegabili. Il padrone pretese spiegazioni. Approfittando di un'assenza, frugò tra le cose del domestico. Sternickel se ne accorse e, stando alle sue stesse dichiarazioni rese ai giudici, decise di vendicarsi. Ma Kallies era uomo robusto. La vendetta avrebbe avuto bisogno di rinforzi.
Tre ragazzi per una fortuna
Il 7 gennaio, in una locanda di Müncheberg, abbordò Willy e Georg Kersten insieme a Franz Schliewenz. I tre giovani cercavano lavoro ed erano a corto di denaro. L'uomo che prendeva posto accanto a loro poteva ben passare per un possidente in cerca di braccia. Cominciò invece con l'offrire tutt'altro: un colpo facile, un contadino facoltoso, migliaia di marchi pronti da arraffare.
La cospicua eredità di cui parlò era un'invenzione di sana pianta. Kallies ricopriva nondimeno incarichi pubblici locali, legati alle imposte e a una cassa di risparmio; il suo servo aveva dunque buone ragioni di credere che custodisse contanti. Tra l'informazione reale e la favolosa fortuna promessa alle reclute, Sternickel aveva aggiunto quel tanto di abbondanza necessario a rendere allettante la sortita.
I ragazzi lo seguirono e passarono la notte nella sua stanza. In aula avrebbero tutti sostenuto di aver acconsentito a un furto, mai a un omicidio. L'indomani, tuttavia, fecero irruzione nella stalla dove Sternickel era già alle prese con Kallies. Il fattore venne strangolato. Anna Philipp, sopraggiunta per mungere le vacche, fu soppressa a sua volta. Gli uomini raggiunsero quindi l'abitazione e si avventarono sulla signora Kallies, ancora a letto. Un'impresa annunciata come una semplice spoliazione aveva appena cancellato tre vite umane.
Le figlie della coppia udirono la madre chiamare aiuto. Un uomo entrò nella loro stanza impugnando una rivoltella; furono minacciate, poi serrate dentro un armadio. La maggiore dovette indicare il nascondiglio delle chiavi della cassaforte. I cinquantamila marchi favoleggiati lungo la via si ridussero a circa cinquecento. Fatta la spartizione, i tre giovani partirono per Berlino, dove acquistarono abiti nuovi e riallacciarono vecchie conoscenze. La fortuna durò loro assai meno del tempo che le vittime avevano impiegato per accumularla.
Il ritorno del garzone
Sternickel trasportò i cadaveri dei coniugi fino a un pagliaio, vicino a Ringenwalde, e vi appiccò il fuoco. Quello di Anna rimase sul fondo. Poi se ne tornò a Ortwig a governare il bestiame e a scodellare il rancio ai bambini. Alle fanciulle che domandavano se i genitori fossero morti rispondeva che erano vivi. Agli estranei di passaggio riservava la favola delle nozze.
L'incrocio di due notizie mandò in frantumi la finzione: dei resti umani erano affiorati dalle ceneri di un rogo, mentre i Kallies risultavano svaniti dalla propria dimora. Prima che lo si potesse bloccare, il domestico tagliò la corda. Un gendarme lo rintracciò a Zellin. Tentò di spendere un altro nome fittizio, poi ammise di essere l'operaio ricercato, scaricando però la colpa del massacro sui giovani berlinesi. Le impronte digitali consentirono infine di ricondurre l'arrestato alla figura del latitante Sternickel.
A Berlino, le spese vistose dei complici avevano insospettito un locandiere. L'itinerario dei loro spostamenti, accostato al resoconto del delitto stampato sui giornali, fece il resto. Ciò che i quattro avevano spartito tra le mura di una cascina si ricomponeva ora tra commissariati di polizia, deposizioni testimoniali e oggetti di cui avevano creduto di poter disporre impunemente.
Le fanciulle dinanzi all’accusato
Il processo si aprì a Francoforte sull'Oder il 13 marzo. Hugo Friedländer ce ne ha tramandato una cronaca minuziosa: interrogatori, testimoni, schermaglie sulle rispettive colpe, verdetto. La vicenda del mulino del 1905 vi fu evocata come procedimento a sé stante; non doveva costituire una prova precostituita per gli eccidi di Ortwig.
Sternickel riconobbe una parte dei fatti materiali, contestò la premeditazione, rimescolò le responsabilità. Disse che intendeva soltanto tramortire le vittime. I complici si aggrapparono a quella giustificazione ciascuno a proprio modo, tentando di tracciare tra il furto concordato e le morti un confine che potesse salvare loro la pelle.
Poi Margarete e Marie Kallies fecero il loro ingresso nell'aula. La difesa aveva chiesto che Sternickel fosse allontanato durante la loro deposizione; il tribunale respinse l'istanza. Margarete rievocò le minacce, l'armadio, le chiavi estorte. Marie rammentava ancora le grida della madre. Davanti a quei ricordi precisi, le sottigliezze su un presunto scasso non violento sbattevano contro interlocutrici a cui nessuna formula giuridica avrebbe mai restituito i genitori.
I difensori invocarono la giovane età e la soggezione verso Sternickel. La pubblica accusa replicò con la reiterazione feroce degli assalti: dopo la prima vittima, chiunque avrebbe potuto comprendere che cosa stesse accadendo. I giurati dichiararono Sternickel colpevole di tre omicidi. Georg Kersten e Schliewenz ricevettero anch'essi la condanna a morte; Willy, minorenne all'epoca dei fatti, fu condannato a quindici anni di carcere. Le pene non formarono dunque quel blocco monolitico che l'ascendente del caporione pareva presagire.
Sternickel rinunciò a chiedere la revisione del giudizio. Fu giustiziato il 30 luglio 1913. Gli altri condannati percorsero le proprie trafile d'appello; la loro sorte non coincide con quella data. La lunga caccia all'uomo si era chiusa, ma l'ultima menzogna seminata a Ortwig rimaneva la più atroce: due orfane a cui si portava un pezzo di pane giurando che i genitori sarebbero presto tornati.
