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Giustizia e scandali · Gorée / Africa occidentale

Ottocento colpi a Gorée

Ottocento colpi di fune, un sergente morto a Gorée e un governatore salpato l’indomani. Nel 1802, Joseph Wall deve rispondere dinanzi alla giustizia inglese di un ordine impartito quasi vent’anni prima.

A Gorée, il 10 luglio 1782, Benjamin Armstrong fu fatto uscire dai ranghi, spogliato e legato all’affusto di un cannone. Il governatore Joseph Wall aveva ordinato che si formasse un cerchio attorno alla piazza d’armi. Diversi uomini neri, estranei al reggimento, furono condotti sul posto per eseguire il castigo. Si alternavano a serie di venticinque colpi. Il computo complessivo raggiunse quota ottocento. Secondo più testimoni, Wall incitava gli esecutori a colpire con maggior vigore, gridando che bisognava squarciare Armstrong «fino al cuore e al fegato». Il sergente implorò pietà. Concluso il supplizio, raggiunse l’ospedale; morì cinque giorni dopo. Vent’anni più tardi, il governatore sedeva sul banco degli imputati con l’accusa di omicidio.

Il processo non si aprì con la cronaca di una punizione corporale isolata. Chiamava in causa un comandante e il presidio dell’isola di Gorée, al largo delle coste africane. Da mesi i soldati erano sottoposti a razioni ridotte. Il pagatore, Dearing, doveva ripartire per l’Inghilterra insieme al governatore proprio il giorno seguente. Gli uomini pretendevano la liquidazione di quanto loro spettava per quel periodo di privazioni prima che l’oceano li separasse dall’amministratore dei loro conti. La pubblica accusa sostenne che i soldati si recarono più volte presso l’alloggio del pagatore, senza compiere violenze, per esigere il dovuto. La difesa dipinse invece una turba minacciosa, intenta a pretendere l’apertura dei magazzini e pronta a forzarli con la forza.

Le deposizioni entrarono in rotta di collisione fin dalla prima scena. Evan Lewis dichiarò che Armstrong aveva salutato Wall con il cappello in mano, spiegando che i soldati desideravano conferire con il pagatore, per poi allontanarsi all’ordine del governatore. Lewis non aveva udito parole irrispettose né scorto alcun ammutinamento. Mrs Lacy, vedova di un capitano, rese una testimonianza di segno opposto: affermò di aver sentito Armstrong minacciare di far sfondare i depositi se il pagamento fosse stato negato. Stando al suo racconto, gli uomini tornarono in gran numero, urlando che non avrebbero lasciato l’isola senza il saldo. Un sottufficiale riferì che erano ricomparsi a più riprese e che Armstrong, Paterson e Upton avrebbero proferito minacce esplicite.

L’intervallo trascorso tra la richiesta del denaro e il supplizio rimase avvolto dall’ombra. L’accusa sottolineò come nessun accertamento formale sull’incidente del mattino fosse stato verbalizzato prima della punizione serale. Il testimone Lewis riferì di aver visto Wall percuotere un piantone della guardia, strappargli la baionetta e far adunare i soldati al rullo di tamburo. Gli uomini si presentarono disarmati. Fu disposto il cerchio e gli ufficiali si consultarono brevemente. Lewis vide Armstrong fermo tra le file, poi chiamato avanti, spogliato e legato al cannone. Non assistette ad alcuna procedura in cui all’accusato fosse concesso difendersi. Un altro soldato, Roger Moore, sostenne al contrario che una corte marziale si fosse effettivamente tenuta: gli ufficiali avrebbero deliberato, dopodiché il capitano Lacy gli avrebbe comunicato la condanna a ottocento colpi. Moore aggiunse tuttavia di non aver mai visto formare una corte marziale in quel modo, e che Armstrong fu chiamato, incolpato e legato nel volgere di pochi minuti.

La modalità stessa dell’esecuzione fu aspramente contestata. Diversi testimoni parlarono di una gomena spessa, non del gatto a nove code d’ordinanza. Per percuotere il sergente furono reclutati uomini neri estranei al corpo di truppa; uno dei testimoni spiegò che un interprete dovette mostrare loro come menare i colpi. Alcuni soldati riferirono che ciascuno di essi sferrava venticinque frustate prima di cedere il passo al compagno, sino a raggiungere la cifra di ottocento. Le descrizioni dello strazio variavano. Taluni udivano le grida e vedevano la gravità delle lesioni; il chirurgo Ferrich ammise che la punizione aveva causato la morte e che il pericolo letale era elevatissimo. Ciononostante, non si era opposto a Wall durante il fatto.

Il chirurgo rammentò che Armstrong sopravvisse sino al 15 luglio, spegnendosi in ospedale. Indicò nelle percosse la causa diretta del decesso. L’esame della salma rivelò ematomi profondi e scarse lacerazioni cutanee; spiegò che la fune devastava i tessuti muscolari più a fondo rispetto a un flagello che si limita a squarciare la pelle. Tale perizia risultava cruciale per connettere l’ordine disciplinare alla successiva morte del sergente. Non dissolveva, tuttavia, il nodo centrale del dibattimento: il governatore aveva esercitato una legittima potestà punitiva dinanzi a un ammutinamento, oppure aveva imposto, senza rito alcuno, un supplizio dall’esito fatalmente prevedibile?

Wall non fu giudicato a Gorée. Salpò per l’Inghilterra all’indomani dell’esecuzione. Nel 1784 il Consiglio privato spiccò contro di lui un mandato di cattura. Secondo l’arringa dell’accusa, Wall sfuggì al messo reale in una locanda di Reading dandosi alla macchia; fu posta sulla sua testa una taglia di duecento sterline. Il medesimo procuratore ricordò come nel 1802, a quasi vent’anni dai fatti, molti tra gli ufficiali che avrebbero potuto corroborare la tesi difensiva fossero ormai deceduti. Il lungo lasso di tempo intercorso tra l’azione e il processo fungeva da prova non meno che da cardine narrativo: memorie appannate dagli anni, testimoni scomparsi e la presunta fuga si intrecciavano all’immagine stessa dell’autorità militare.

La difesa citò Mrs Lacy, la quale affermava di essere stata presente ai disordini e sosteneva che un consiglio di guerra fosse stato indetto all’indomani delle minacce. Spiegò che i flagelli d’ordinanza erano stati distrutti e che il governatore temeva per la propria incolumità; gli uomini incaricati della punizione sarebbero dunque stati scelti all’esterno poiché i tamburini, compromessi nella sedizione, non potevano eseguirla. I testimoni a discarico tesserono quindi l’elogio morale di Wall. Ufficiali che lo avevano frequentato decenni prima lo descrissero come persona corretta e mite; un ecclesiastico che lo aveva conosciuto in Italia ne parlò come di uno sposo tenero e padre affettuoso. Giudizi che stridevano con le deposizioni sui colpi inferti, ma che nulla toglievano alla realtà di quella giornata a Gorée.

Peter Williams portò alla causa della difesa un ricordo dissonante rispetto al quadro tracciato dal medico. Asserì che, dopo gli ottocento colpi, Armstrong si era incamminato verso l’ospedale senza bisogno di aiuto, con la camicia gettata sulle spalle. Dichiarò inoltre di aver visto gli ufficiali riuniti a consiglio di guerra all’interno del cerchio, pur senza aver udito le parole rivolte al sergente. Lacy avrebbe poi lasciato il conciliabolo per riferire al governatore. La testimonianza faceva esistere una corte marziale unicamente attraverso la presenza degli uomini e i loro movimenti; non consentiva tuttavia di apprendere quale difesa Armstrong avesse potuto articolare.

I giurati rimasero in camera di consiglio per circa tre quarti d’ora. Al rientro, il capogruppo, visibilmente scosso secondo i resoconti dell’epoca, pronunciò il verdetto con voce sommessa ed esitante: colpevole. Vent’anni dividevano l’ordine impartito sulla piazza d’armi da quella parola scandita in tribunale. Wall aveva abbandonato l’isola il mattino seguente al supplizio; Armstrong era rimasto in ospedale, morendovi prima della fine della settimana. A lungo i testimoni avevano dibattuto di governatori, consigli di guerra, codici e sedizioni. Il verdetto trasformava quell’ordine impartito a Gorée nella responsabilità personale dell’uomo che ne era stato l’artefice.

Wall ottenne due sospensioni della pena, per essere infine giustiziato il 28 gennaio 1802. La scheda del British Museum dedicata a una caricatura di quell’anno documenta tale epilogo, assente dal resoconto di Borrow. L’ex governatore era fuggito da Gorée lasciando morire il sergente per le ferite riportate; quasi due decenni più tardi, la legge aveva raggiunto chi aveva comandato la carneficina.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Armstrong riceve ottocento colpi il 10 luglio 1782 e muore cinque giorni dopo, secondo i testimoni e il medico citati da Borrow. Le deposizioni divergono circa le minacce proferite, la consistenza numerica della truppa e l'effettiva convocazione di una corte marziale. Il processo si tiene nel 1802, a distanza di quasi vent'anni; molti dei potenziali ufficiali testimoni risultavano già deceduti. L'estratto di Borrow si arresta al verdetto di colpevolezza senza precisare la condanna. La scheda del British Museum relativa all'incisione 1868,0808.6996 attesta l'esecuzione capitale avvenuta il 28 gennaio 1802, dopo la concessione di due differimenti.

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